AFRICO, tra anime rosse e anime nere TRIPODI

AFRICO, tra anime rosse e anime nere TRIPODI

africo      di GIUSEPPE TRIPODI - Siamo andati al cinema con in mente l’Africo di Staiano, quello della nostra adolescenza: delle lotte per l’apertura della stazione ferroviaria, contro la disoccupazione, contro le anime nere (nero di stola per intenderci) e quelle grigie che condizionavano fin da allora la vita delle generazioni che si stavano affacciando al mondo ed erano le più combattive della provincia di Reggio Calabria.

Le nostre coordinate si chiamavano allora Don Santoro Maviglia, il compagno DSM, che parlava alle riunioni sindacali in canottiera bianca e bretelle d’ordinanza (ricco di storia e di sofferenza trasformata in idee per il cambiamento della società) e Don Rosario Bruzzaniti, il compagno DRB, il cui bar all’imbocco del paese sulla 106 era un concentrato di compagni giovani e meno giovani, dove si beveva il bicchiere di birra discutendo di politica ma si poteva prendere in prestito libri non convenzionali dalla biblioteca del titolare (io ne ebbi Il brigantaggio meridionale, antologia sulla questione curata da Aldo De Jaco per gli Editori Riuniti).

Ma coordinata era anche Leo Morabito u Bifaru, conosciuto nei saloni della Federazione reggina del PCI (quattro fratelli emigrati a Cantù assieme alle loro consorti, esempi di coerenza politica e di onesto lavoro, accanto a cui si è agglomerato un polo di attrazione per tanti africesi e calabresi della diaspora) e tutti i giovani della sua e della mia generazione che sono transitati in un batter d’occhio dalla lotta politica all’emigrazione definitiva, intervallata da ritorni nella madre-terra per motivi feriali, sponsali o funerari.

I giovani compagni di allora che non sono emigrati hanno mantenuto una loro triste coerenza come Rocco F, che ho incontrato qualche anno fa con la chioma bianca, con la Maserati nel garage e il poster del Quarto Stato a riempire la parete principale nel salotto di una ben rifinita magione.

Con questo filtro mentale siamo andati a vedere, al Politeama di Frascati, la prima di Anime Nere, di Munzi-Criaco. Sala piccola, quasi rabboccata di gente, diversi calabresi, almeno a giudicare dal colore della pelle.

All’uscita, il primo commento di una coppia di ragazzi (il padre di lei era di Africo ma si è trapiantato a Ciampino percorrendo una buona carriera professionale): <<Meno male che noi ce ne siamo andati!>>.

Quel commento, peraltro condiviso dai presenti di origine bruzia, ci ha fatto venire in mente il Sublime kantiano nella versione di G. Santayana: “La suggestione del terrore ci fa ritirare in noi stessi e qui interviene di rimbalzo la coscienza della sicurezza o dell’indifferenza e noi abbiamo quell’emozione di distacco e di liberazione nella quale consiste realmente il Sublime” (The sense of Beauty, 1896, par. 60).

Il finale è terribile e, a pensarci bene, era l’unico possibile per dare l’ultima scarica elettrica allo spettatore e conferire all’insieme della narrazione quell’aura di tragicità sottolineata dalla critica più accorta (per tutti L. Illetterati, Quando il realismo coglie impreparata la realtà, “Alias-Il manifesto”, 13 settembre 2013).

Sì, perché quel fratello e quel padre lavoratore, unico a remare contro la pulsione di morte che attraversa e finisce per coinvolgere anche la matriarca del film con quell’invito indiretto a non sotterrare l’ascia di guerra (“U dassàstevu sulu!”), compie l’unico gesto (l’uccisione del fratello e degli altri sodali che spingevano per continuare la faida), l’estremo gesto che, scartata la possibile e banale conclusione all’”Arrivano i nostri!” peraltro impossibile nelle condizioni della narrazione, gli permette di evadere dal suo destino manzoniano di fare il torto (alla parte opposta), o subirlo.

E il regista, in un estremo vezzo di incompiutezza (una sorta di Pietà Rondanini cinematografica), ci ha risparmiato con pudicizia passo successivo (il suicidio del Caino sui generis a cui sono andate le nostre simpatie di spettatori non disinteressati).  

E non è insignificante anche per la storia dell’arte tragica che la relativa punizione del Male intrafamiliare tocchi al personaggio più ricco della pietas classica, a colui che, con il lavoro e a prezzo di un difficile metabolismo dell’uccisione del padre, aveva indicato ai familiari l’impraticabile e impraticata via di salvezza: “… la tragedia è mimesi di un’azione compiuta in sé stessa, ma anche di fatti che destino pietà e terrore; e questi fatti saranno tali da destare assai efficacemente la pietà e il terrore, e anzi più efficacemente che in altro modo, allorché sopravvengano fuor di ogni nostra aspettazione …” (Aristotele, Poetica, 1452).  

Ultima annotazione sull’uso del dialetto; per quanto vòlto a integrare l’ancestralità dei personaggi, non appare decisivo né per i destini del codice comunicativo né per la fortuna del film che non aveva bisogno di grandi declamazioni.