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LA TESTIMONIANZA. Caro Salvini mi hai fregato. Pensavo volessi cambiare. Ma non in peggio

LA TESTIMONIANZA. Caro Salvini mi hai fregato. Pensavo volessi cambiare. Ma non in peggio
sferdi Quando Matteo Salvini è stato alla tendopoli di San Ferdinando, giuro che anche dallo schermo, piazzato sulla scrivania a cui mi trovavo centinaia di chilometri più in là, ho percepito lo stupore sincero di un uomo che si rendeva conto che una vita umana, in certi posti, non è possibile.

Ho pensato che ci fosse speranza, perché in fondo io non riuscivo a credere che in un qualche angolo del suo corpo non ci fosse un briciolo di comprensione, di interesse per il prossimo, a prescindere dal colore, a prescindere dal calcolo politico. Gli ho sentito pronunciare queste parole: «ma questo è l'inferno!». E ho pensato: diamine Mattè, ci sei arrivato! Non è così che bisogna fare accoglienza, maledizione, eppure quello che stai vedendo è lo Stato, quello che tu ora rappresenti. Beh, è vero, mica è colpa tua se è nato, cresciuto, proliferato. Chi governava nel 2010? Fammici pensare, mi pare Berlusconi. Sì, poi la sinistra, poi il governo tecnico, poi di nuovo la sinistra. Mi confondo forse, scusatemi. Comunque sia, lui, Salvini, è qua da poco, no?

Eppure mi era sembrato che passeggiando nel ghetto dei migranti figli di nessuno avesse capito bene di fronte a cose si trovava. Quindi ho pensato: se vuole cambiare - lo usano spesso sto termine, con tutti i suoi derivati: cambiare, cambiamento - allora è da qua che deve partire. Cioè, se vuole dimostrare che il suo approccio all'immigrazione è giusto, almeno sotto il profilo umano, da qua deve partire, vero? Buttare giù sti posti fetidi, che i migranti ci muoiono di effetto serra, di disperazione o arsi vivi come Becky.
Beh, no, ovviamente. Perché al "modello San Ferdinando" nessuno fa le pulci a telecamere spente, nessuno rileva disallineamenti burocratici, non si contestano le borse lavoro - che al massimo sono gli zaini che si portano dietro per un goccio d'acqua - che a chi li deve contestare, se non al suo stesso braccio operativo? A chi? Al ministero stesso, al suo volto duro e puro sul territorio. E non va bene, no? Ammettere di aver sbagliato, intendo. Anche se stavolta era facilissimo: bastava dare la colpa alla sinistra. Non si fa così, ogni volta? E' colpa della sinistra. Di Renzi, o Renzie, come dite voi fighi. Dei mostri sotto al letto.
A me sta pure bene, chi se ne frega dove si collocano politicamente i delinquenti, se tali sono, cambiate le cose. Cambiatele, se sono contro l'umanità. E invece che facciamo? Disarticoliamo prima un posto dove le persone - e dove si usa il termine persone, che questo siamo tutti - vengono trattate per quello che sono. Dove vivono bene, dove sorridono, dove non sono costrette a rubare, a prostituirsi, a spacciare, a raccogliere cassette di arance a 2 centesimi. Smantelliamo una cosa bella, che tutto il mondo ci ha invidiato, ha studiato, ha tentato di replicare. Un posto che funziona. E che funzionasse non lo dico io, che lo conosco da quando ho iniziato a scrivere - è il primo posto che ho conosciuto, pare un requiem al mio lavoro, capitemi -, lo dicevate voi, cioè il ministero, cioè la prefettura, quando chiamavate e imploravate che trasgredisse qualche regola - non legge, che è diverso, regola - perché vi aiutasse. Voi non lo sapete, ma quante volte ero là mentre chiamavate! Mentre chiedevate posti subito, immediatamente, non-mi-importa-come-fai-ma-trova-una-soluzione. Questo siete voi.

Mentre qua una persona che si è impoverita per aiutare gli altri, indipendentemente da dove venissero, adesso è chiusa dentro casa, perché non può uscire, e fuori da quelle mura, a breve, non gli rimarrà più nulla. Materialmente, s'intende, perché quello che ha costruito non si può fermare. 

E più provate a rimpicciolire quello che è stato, più diventa grande. Perché è così che funziona con le persone vere, con le persone buone, con chi fa la rivoluzione. Voi fate il cambiamento, come dite. Solo che non avevate spiegato che volevate cambiare in peggio. E dire che era complicato.