L’oggetto di culto che cambia la vita

L’oggetto di culto che cambia la vita

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Oggetto di culto. Icona della disintermediazione digitale.
Oggi il 73,8% degli italiani ha uno smartphone, indiscusso protagonista della rivoluzione compiuta anche dal sistema dei media nell'ultima decina d'anni. Lo riferisce il capitolo «Comunicazione e media» dell'annuale Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese, presentato a Roma, nella sede del Cnel, nelle scorse settimane. Chissà quanti ne saranno regalati e ricevuti in queste feste del 2019!

L’anno si chiude, infatti, con questa impietosa fotografia di una realtà che tutti noi, del resto, percepiamo solo camminando per strada dove oramai si incontrano solo persone tutte chine con la testa a guardare lo schermo del loro telefonino (una volta si chiamavano così!), rischiano persino di essere travolti o di travolgere; se non, peggio, a guidare l’auto e finanche la moto sempre con quell’oggetto di culto attaccato all’orecchio.

Quello che vi abbiamo per sommi capi descritto non è un selfie ma, piuttosto, un quadro a tinte fosche. Lo studio del Censis certifica il passaggio dalla 'società del rancore, fotografata nel 2017, all'incertezza del 'furore di vivere' degli italiani proiettati ora, dopo la delusione e la solitudine messe in rilievo nel report relativo al 2018, verso la 'Gigabit Society'.

Cambiamenti legati anche all'abitudine ad usare i 'telefoni intelligenti', che – certifica il Censis – hanno cambiato la vita degli italiani, tanto che il 25,8% dei possessori dichiara di non uscire di casa senza il caricabatteria al seguito e oltre la metà (il 50,9%) controlla il telefono come primo gesto al mattino o l'ultima attività della sera prima di andare a dormire.

«La diffusione su larga scala di una tecnologia personale così potente ha contribuito a una piccola mutazione antropologica che ha finito per plasmare i nostri desideri e le nostre abitudini», spiega il Rapporto. 

Ma spiega anche la dieta mediatica degli italiani. Negli ultimi 10 anni, il decennio degli smartphone, appunto, il numero delle persone con diete mediatiche solo audiovisive (radio e televisione tradizionale), cioè gli utenti con le diete più 'povere', è sceso progressivamente dal 26,4% del 2017 al 17,9% del totale nel 2018.

  Un terzo degli italiani ha una dieta mediatica ricca ed equilibrata, al cui interno trovano spazio tutti i principali media (audiovisivi, a stampa e digitali): sono il 35,5% nel 2018, ma il dato è stabile perché erano il 35,8% anche dieci anni fa.

 Le diete mediatiche più complete sono appannaggio della classe dei 30-44enni (41,5%), seguiti da chi ha tra i 45 e i 64 anni (39%), mentre i giovani under 30 si collocano, con il loro 34,4%, al di sotto del dato medio.

 E, se sono tutt'altro che una novità la crisi dei giornali e la tendenza ad informarsi in prevalenza sui social o in televisione, colpisce la spiegazione che il Censis fornisce per questa carenza tra i più giovani: nella fascia d'età fino ai 30 il numero di quanti utilizzano tutti i media eccetto quelli a stampa arriva al 52,8%, ben al di sopra del 38% riferito alla popolazione totale.

Non so quanto a lungo potrà durare, o come evolverà questa situazione ma non mi pare granché bella.

  Con l’augurio di una buona chiusura del 2019 e un buon inizio del 2020 speriamo solo che questa sbornia non ci travolga tutti.