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Il mio bisnonno, il Papa argentino e gli uomini d’onore. DOMENICO LUPPINO

Il mio bisnonno, il Papa argentino e gli uomini d’onore. DOMENICO LUPPINO

lapr      di DOMENICO LUPPINO - Non conservo quasi nessun ricordo del mio bisnonno Giuseppe. Di lui, solo qualche istantanea conservata in qualche angolo remoto della mia memoria. Faceva il mestiere di contadino, alle dipendenze di una famiglia di “gnuri”. Ho sempre pensato, dai racconti che mi sono stati tramandati, che non arrivò mai a ricoprire il ruolo di “fattore” dei possedimenti terrieri dei signori padroni, per la troppa mitezza d’animo e per la sua eccessiva onestà. Troppo, per poter ambire a far le veci del padrone. Si racconta, che percorrendo i quindici chilometri che dal paese lo separavano dalle terre presso le quali doveva recarsi a lavorare ogni santo giorno, non montasse mai sull’asino che era di proprietà dei padroni. Per non affaticare la bestia e, immagino, per non “approfittare” della tanta benevolenza del padrone.

Delle poche immagini che mi rimangono di questo vecchio esile e minuto, tanto che l’umorismo popolare lo bollò per sempre come “u spinciu“, ve ne è una alla quale sono particolarmente affezionato. Lo vedo entrare, timoroso e reverente e con la “barritta” in mano, a casa dei miei. E mi pare di sentire la voce di mio padre che ripete: “mentitevi a barritta…. mentitevi a barritta”. Il vecchio portava in mano un fagotto di carta, legato da uno spago. All’interno c’era la veste di confratello della Madonna dell’Addolorata. Con l’approssimarsi del giorno della processione, veniva a chiedere a mia madre, per la quale tra i nipoti credo avesse una predilezione, se poteva lavargli e stirargli quelle vesti.

Sono certo che anche allora, siamo nella seconda metà degli anni sessanta, accanto alla Vergine in processione, oltre agli uomini di fede ed onestà come il mio bisnonno, vi fossero uomini di “onore” e “rispetto”. Non mi è dato di sapere, di quanto gli uni fossero soverchianti, in quanto a numero, rispetto agli altri. Azzardo, però, che i primi fossero molti di più rispetto ai secondi. Tuttavia, come qualche anno prima (1955) aveva scritto sul Corriere della Sera, Corrado Alvaro, nel suo articolo intitolato la “Fibbia”: “Nessuno in paese li considerava gente da evitare, e non tanto per timore quanto perché formavano uno degli aspetti della classe dirigente. Per la confusione che regnava tra noi a proposito di giustizia e ingiustizia, di torto e di diritto, di legale e di illegale; per gli abusi veri o presunti di chi in qualche modo deteneva il potere, non si trovava sconveniente accompagnarsi con un “’ndranghitista”.

Non è cambiato molto da allora, se non in peggio!

Mi sono chiesto, cosa avrebbe pensato il mio bisnonno di questo Papa argentino che viene in Calabria e scomunica gli ‘ndranghetisti. Ovviamente, non ho saputo darmi una risposta. Mi sono rammentato, però, dell’immagine che del mio avo mi è stata tramandata. Erano i primi anni in cui anche nelle modeste case dei nostri nonni era entrata la televisione. Tra i pochi programmi televisivi di allora, la Santa Messa o le immagini dell’Angelus domenicale del Papa avevano un ruolo importante.

Si racconta, che il mio bisnonno Giuseppe, ogni qual volta il Papa appariva in tv, si inginocchiasse e si battesse il petto in segno di pentimento. Non mi è dato di sapere, quanti si sono prostrati davanti al successore di Pietro e, soprattutto, quanti lo hanno fatto con intima e sentita convinzione, nei giorni scorsi. Immagino in tanti. Tuttavia, mi piace pensare che l’atto di perdono che compiva mio bisnonno allora, fosse anche in nome e per conto di quelle persone che gli erano vissute accanto, senza che egli comunque si lasciasse sfiorare. E per non commettere il grave peccato di omissione, mi piace credere, che egli chiedesse perdono anche per se stesso. Per tutte le volte che i casi della vita lo avevano condotto, anche solo a rivolgere la parola a qualcuno di quegli uomini. Che in nessun tempo, contrariamente a quanto sostiene qualche assertore di mafie passate, romantiche e cavalleresche, furono uomini di “onore” e “rispetto”. Voglio solo augurarmi, che gli uomini e le donne di Calabria presenti a Cassano nel giorno della visita pastorale del Papa, abbiano sentito la stessa intima necessità dei tanti Giuseppe, che pure hanno popolato queste contrade.

D. Luppino