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NDR e CHIESA 2. L'inchino: ecco perchè difendo i media. PANTANO

NDR e CHIESA 2. L'inchino: ecco perchè difendo i media. PANTANO

iem       di AGOSTINO PANTANO - Lo ammetto: per una volta difendo i giornalisti. Di più, dico che l’attenzione mediatica sull’inchino fatto fare alla statua a Oppido Mamertina è stata una grande occasione per la società civile, una chance che se viene letta con gli occhi di chi si sente afflitto da una “sindrome dell’accerchiamento” rischia di risolversi in un passo indietro.

I fatti del 2 luglio hanno messo in moto dei meccanismi interni alla Chiesa che sono, al di là di come ognuno la pensi rispetto ai tempi e alle modalità, non più reversibili. I giornalisti sono arrivati ad Oppido Mamertina sull’onda di un fatto che si voleva sottacere e hanno fatto parlare tutte le parti. Il sindaco ha potuto farlo con una conferenza stampa; il vescovo ha parlato per mezzo di comunicati e documenti; la conferenza episcopale calabra si è riunita in sessione straordinaria; hanno dissertato sul fenomeno delle processioni sospese per mafia teologici di diverso orientamento e finanche il Papa ha detto la sua nel colloquio con Eugenio Scalfari; hanno parlato i familiari del boss omaggiato, facendolo per strada là dove i cronisti si trovavano per tentare di raccogliere gli umori di una cittadinanza che si sentiva «criminalizzata» o la politica voleva far passare per «criminalizzata».

Davvero possiamo pensare che questa spessissima conseguenza di fatti certi sia dovuta ad una montatura mediatica su una notizia incerta? Non lo penso, e visto che scrivo per difendere i giornalisti – soprattutto quelli che secondo le mai smentite provocazione di un prete andavano «presi a schiaffi» – cerco di analizzare il perché di questo accrocco contro i media.

Seguo le processioni sospette da anni. Non sempre le redazioni hanno digerito subito i servizi proposti, perché, ha ragione Mimmo Gangemi, di queste storia di onorata società e Madonne è piena la Calabria. Nei fatti di Oppido Mamertina, però, la notizia era diversa ed aveva una dignità maggiore che andava valorizzata. Vi era la storia del carabiniere Marino, del suo tentativo – formale o informale, che importa – di avvisare preventivamente sull’inopportunità dell’inchino.

Gli italiani devono o no sapere chi comanda sulle strade della Calabria che vogliamo “salvare”? Se cioè comandalo Stato o una minoranza di insubordinati? Abbiamo visto dalle reazioni arrivate che in tanti pensano che quella dei portatori non sia poi così tanto minoranza. Abbiamo appreso che il parroco si schiera con loro, che molti intellettuali vedono dietro la rotazione di quella statua verso casa Mazzagatti null’altro che «una tradizione secolare» che saluta una parte del paese dove il corteo non arriva. Tutte versioni assolutorie che, perdendo di vista il fatto nuovo di Oppido - quel maresciallo che aveva avvisato– ha fatto emergere l’immagine di una Calabria al seguito di quei portatori: non più minoranza, ma rappresentativi di tanti calabresi.

Lascio da parte gli aspetti legati alle conseguenze che questa “nuova processione” hanno portato, con il procuratore Cafiero De Raho che attacca «le sottovalutazioni»; non menziono le prese di posizioni a favore o contro la «decisione choc» del vescovo che – secondo i “portatori dei portatori” - butterebbe il bambino e l’acqua sporca.Torno alla lettura mediatica dei fatti e trovo assurdo che chi si è posto “in processione” dietro i portatori abbia un approccio più giudiziario dei giudici. Si dice: non c’è la prova documentata dell’inchino. Come se non bastasse la relazione di un carabiniere, si attaccano i media come costruttori di macchine del fango contro una comunità che è metafora della Calabria che tutti a parole diciamo di voler cambiare, ma da domani.

Se nell’epoca del grande fratello e dei selfie spinti mancano le immagini del momento dell’inchino – ci sono quelle della processione, ma guarda caso non si trova neanche uno straccio di foto dell’attimo topico della riverenza – questo mi sembrerebbe comprovare che non ci sia un processo da fare ai media, semmai a coloro che hanno bisogno della prova, come nei processi, per difendere la tradizione. Ma come? Non si era detto che queste cose si fanno in tutte le processioni e che quindi il clamore mediatico è maligno? A furia di chiedere “la prova” si corre il rischio di demolire il grande monito che questa vicenda lascia, tramite le parole del Pontefice: i mafiosi vanno scomunicati. E anche chi li omaggia.

Viene comodo ritenere che sia«tutta una montatura mediatica», mentre è né più né meno l’occasione per stabilire un nuovo decalogo della vita dei paesi,vera ossatura demografica della Calabria. Un impegno a non sottovalutare e a non assuefarsi a nulla, rispetto a cui stampa, intellettuali e politica sono chiamati a battere un colpo. Prima della Chiesa e della magistratura.