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I nuovi miserabili del terzo millennio. A. CALABRÒ

I nuovi miserabili del terzo millennio. A. CALABRÒ

 pvr     di ANTONIO CALABRÒ - Sempre più numerosi. In Calabria spiccano, poveri tra i poveri. Sulla costa Jonica, sulla Tirrenica, sulla via Tropea. Più straccioni, più sporchi. Più cattivi, più furbi. Stranieri, italiani, giovani o vecchi non importa, con le loro scarpe rotte e i capelli unti e lo sguardo disperato della preda braccata.

Li vedi seduti nelle stazioni a custodire fagotti, che sono tutti i loro beni. Discutono di stratagemmi e di ingiustizie. Dialetto stretto, oppure slavo, o qualche misteriosa lingua africana. Non ridono: cercano di ridere. Non piangono, non si lamentano. Non sembrano neanche odiare, anche se avrebbero tutti i buoni motivi per farlo. I poveri sopravvivono.

Ogni giornata per loro è una giornata di caccia. Si diffondono sin dalle prime ore dell’alba nella savana feroce della realtà contemporanea. Sciamano verso i loro obiettivi. Prima a gruppi, poi dividendosi. Cercano la fortuna del giorno. Un pezzo da venti euro. Una spesa completa di cibo e pannolini. Un paio di scarpe nuove. Una giacca a vento.

I poveri sono la trave nell’occhio della società opulenta. Nessuno li vuole per vicini e nessuno è interessato al loro destino realmente, se non sparuti gruppi di volontari che dedicano la vita alla missione di emulare Cristo o Francesco d’Assisi. Ciascuno compie gesti buoni a lavare la coscienza, ma chiaramente inutili e spesso anche patetici. La carità è un’arma a doppio taglio, come diceva un filosofo che morì abbracciando un cavallo: fa male a chi la da e a chi la riceve. Intanto loro patiscono. E sul serio.

Stracci umani, adesso che inizia il freddo, protetti da una copertina di quelle buone per le gite, sdraiati sul pavimento duro di ogni angolo protetto. Le sale d’attesa delle stazioni non esistono più, e le notti all’addiaccio sono tremende. La mattina si svegliano prima del sole e partono per le loro mete.

I poveri puzzano. Non è solo un problema di abitudini igieniche. Puzzano i loro vestiti. Le loro scarpe. I capelli. Hanno una patina di sporcizia che fa inorridire noi bravi occidentali con i deodoranti di marca. Lasciano una scia d’odore dolciastro, come una decomposizione in atto. Provate voi a viaggiare con un malcapitato così per qualche ora, e vedrete se quell’odore non vi resterà nelle narici per giorni. I poveri non hanno nulla di gradevole. I loro sguardi, anche quando cercano di essere simpatici o buoni, rivelano la fame. Fame vera. Di panini, o anche solo di merendine.

I poveri diventano furbi. Le donne alla fine s’industriano a commerciare il loro corpo. Trovano acquirenti, in abbondanza. Bravi padri di famiglia tutti casa e chiesa comprano le loro grazie al mercato degli schiavi. Trattano sul prezzo. Loro, le donne, sanno che con quel poco di ginnastica tirano avanti qualche giorno. Non sanno neanche come spendere i loro quattro euro. I mariti le picchiano e i bambini gli sfuggono. Più giorni passano nella jungla metropolitana, più diventano feroci e dirette. Derubano i vecchi maiali e si giocano tutto alle macchinette del video poker.

Gli uomini si ubriacano. Il vino triste dei cartoni. Da pecorelle smunte, quando sono sobri, si trasformano in tigri, da sbronzi. Diventano pericolosi. Alcuni vivono di carità, altri fanno tutti i lavori possibili. Nulla che riesca a farli uscire dalla loro condizione.

I bambini sono il punto più alto della tragedia. Ieri ne ho visto uno con il viso tutto tagliuzzato. Avrà avuto sei anni. Saltava e gridava, con un cornetto alla crema in mano che qualche anima pia gli aveva offerto. Ho chiesto alla madre che avesse fatto. Se lo avessero picchiato. Si è quasi messa a piangere. Forse fingeva, forse no.

Ha fatto a pugni, mi ha detto. Ha un brutto carattere, come suo padre. Il bambino mi guardava sott’occhi. Era diventato serio. Il suo sguardo era adulto.

Era lo sguardo dell’ingiustizia cosmica, e non aveva nulla di gentile e d’innocente.

Era sguardo che prometteva vendetta. I poveri sono sempre più numerosi. Ed il mondo sempre più indifferente. Ma, come sosteneva Orwell, se c’è una speranza, questa speranza è riposta in loro.

La pagheremo cara. La pagheremo tutta.