L’INTERVENTO. Né sbirro né ndranghetista

L’INTERVENTO. Né sbirro né ndranghetista
locri scritte    Nessuno ha pensato al filo (metallico) che unisce le due figure oggetto di tante polemiche che hanno trasformato l’occasione del ricordo delle vittime di mafia nell’ennesima arena competitiva tra i pro e i contro, nel solito dibattito calabro – etimologico- antropologico. Sbirri e ‘ndranghetisti, e la strettoia nella quale ci andiamo a cacciare (nostro malgrado, spero) cozzando contro questa muraglia di idee e di ammuffita retorica che continua a produrre pane e rolex.

L’elemento che unisce le due sponde è l’uso delle armi.

La forza, la coercizione, sia per far applicare la legge che per violarla. Diversità d’intenti, comunanza di mezzi. Un paese quindi dove la legge, per avere seguito e fondamento, deve essere imposta con la forza, può davvero ritenersi civile?

Seguire i dettami del grande comune accordo di convivenza, la base di ogni comunità prima e società dopo, deve scaturire spontaneamente dalla soddisfazione di farne parte. L’innesco della polemica è scavalcato se si esporta il concetto “meno sbirri più lavoro” fuori dalla realtà calabrese, se si depura dalla sub-cultura che l’ha prodotto e si legge con la chiave giusta. Una scritta così nel Cile di Pinochet avrebbe prodotto medaglie al valore. Ma qui, naturalmente, siamo in una nazione libera e democratica, che però continua ad avere il 40% di disoccupazione giovanile, un controllo poliziesco normale e una stabilità sociale marmorea.

Sbirri e malavitosi non sono le uniche alternative per la risoluzione della crisi cronica. Porre il dibattito in questi termini- o l’una o l’altra cosa – riduce la Calabria ad una gabbia di matti competitivi. Esistono altre vie per opporsi alla mostruosità del crimine? Certo, non c’è bisogno neanche di dirlo.

Esiste la possibilità di essere uomini liberi, in Calabria? Di rifiutare la violenza come sistema o di accettarne soltanto la ineluttabile presenza come valore positivo e necessario, nelle rare occasioni in cui è impossibile farne a meno? Esiste, certo, ma presta il fianco inevitabilmente all’accusa infame di far gli interessi degli assassini organizzati. Non se ne può venire fuori. Non fin quando la ‘ndrangheta continuerà a fare da cassa di risonanza ad eroismi e vanterie. Non fin quando l’indotto di tanta fogna morale produrrà interessi. Politici, economici, morali.

Non è un vanto opporsi agli affari dei malviventi. È normalità. Non è un vanto proclamarsi sbirri. Etimologicamente, la parola sbirro non ha valore positivo. Da Collodi a Manzoni, lo “sbirro” è un bravaccio al servizio del potere. In Calabria abbiamo bisogno di servitori dello Stato inteso come comunità. Poliziotti o carabinieri che facciano il loro dovere senza essere sbirri.

Lo sdoganamento letterario di tale parola è avvenuto solo in tempi recenti. Scerbanenco,  Montalbano, Marlowe, per ultimo Camilleri hanno riscritto il significato, rendendolo parzialmente positivo. Ma la prima – originaria – definizione di “sbirro” è totalmente negativa. Lo sbirro è (Treccani) è una corda che tiene fissato il paranco. Un attrezzo che tiene prigionieri.

Non si sconfigge la mafia con la privazione della libertà. La mafia si sconfigge con la giustizia. E con la sua applicazione.  La giustizia è anche la possibilità di miglioramento sociale. La possibilità di avere pari opportunità ovunque.

In realtà la Calabria è sottosviluppata culturalmente, socialmente, economicamente. Apposta c’è la ‘Ndrangheta. E non viceversa.

La Calabria è in uno stato di confusione permanente, che giova solo e soltanto a una ridotta cifra di privilegiati, che se la ridono del dibattito e della divisione in sbirri e ndranghetisti.

Un dibattito che rafforza la nostra condizione di figli di un dio minore.