Che brutto affare questo della violenza sulle donne, che brutto affare se per sentirsi protette, le donne, devono parlare in un’assemblea pubblica, in quella giornata per molti noiosa, come l’otto marzo, che non serve, dicono, che dovrebbe essere abolita, che tanto vanno tutte a divertirsi nei locali alla fine e cose così. Parlano invece le donne, perché alcune non sanno se ci saranno domani. Come è successo a Reggio Calabria, in un incontro organizzato dalle solite femministe rompiballe. Che una giovane ha chiesto di raccontare la sua storia. Perché l’ex marito picchiatore compulsivo, denunciato ma libero in attesa del processo, potrebbe anche incontrarla in un angolo buio, e zittirla finalmente. Perché quando vivevano insieme, lo sventurato, non è riuscito a ucciderla. E lei allora parla e racconta, perché ci sono ragazze, e si rivolge proprio a loro. Parla senza filtri, scende con le parole nel baratro della violenza, che non è solo fisica e che ha avuto la forza di denunciare, per sé e per suo figlio, troppo piccolo per stare all’inferno. Parla raccontando anche l’isolamento, gli occhi chiusi, i giudizi, i tentativi di colpevolizzarla.
Sì che brutto affare, come certe sentenze a cui sfuggono le parole. Non si discerne qui sul valore delle prove, sulla loro eventuale insufficienza che non riesce a raccontare i fatti per come si sono realmente svolti e sulle regole di un processo che bisogna rispettare. Non qui e non ora.
Ma peserebbe come l’omertà, tacere che le parole contenute in una motivazione hanno un peso che supera la gravità, specie se dentro si legge un giudizio morale, una interpretazione soggettiva del dolore e della paura. Come la sentenza di Torino, che ha escluso la violenza sessuale subita da una donna per i suoi sommessi “basta”, per non avere urlato, per non avere “tradito quella emotività che pur doveva suscitare in lei la violazione della sua persona”.
E allora abbiamo sbagliato tutto, noi donne, femministe, attente in questi anni a pensare di dovere combattere contro i pregiudizi, le mentalità calcificate, la colpa di Eva, prima puttana della storia.
Bisognava stilare un decalogo della perfetta stuprata, perché le donne sapessero come comportarsi, per non essere crocifisse una volta denunciati violenze e stupri. C’è sufficiente materiale per capire come fare.
Bastano poche semplici regole e la vittoria processuale è garantita, così come la pietà sociale e la certezza dei ruoli: stupratore e donna stuprata.
E allora se vi sta succedendo, gridate, gridate forte, graffiate le corde vocali, perdete la voce, purché gridiate, anche se nessuno può sentirvi, anche se la paura non vi fa emettere suono. Se non lo fate è colpa vostra.
Non indossate i jeans. Perché potrebbe ritornare chi li ritiene ancora un ostacolo alla violenza sessuale. Potrebbero credervi consenzienti, collaborative nello sfilare da dosso un capo così aderente. Non indossate minigonne. Diranno che ve la siete voluta, che avete provocato, tentato, ammaliato. Che lo volevate.
Vietato dire “basta”. Siate chiare, precisi, concordanti. E mentre vi stuprano, scandite bene le parole: non-lo-vo-glio. E ricordate che il silenzio è assenso, è debolezza della carne, che nessuno, nessuno capirà che la mancanza di suono è la voce del terrore, di quando senti che da qualche parte stai morendo.
Non andate in strade buie e deserte, in discoteche e locali. Anche lì vi diranno: te la sei cercata. Lo stupro che avvenga in luoghi affollati e pacifici, dentro una casa, tra stanze sicure.
Fate in modo che lui lasci tracce, segni, lividi, sangue, tagli, ossa spezzate. Fatevi picchiare e siate emotive, perché le donne lo sono tutte. Piagnucolate e strappatevi i capelli. Perché è così che vi vogliono.