Direttore: Aldo Varano    

LE STORIE di ADELE. Donne, stupri e jeans

LE STORIE di ADELE. Donne, stupri e jeans
stupro jeans Uno stupro in Calabria, tanti ma davvero tanti anni fa, (avvertenza: la parola “stupro” allora non la conoscevamo neanche, il fatto non era nemmeno nominabile, se non per allusioni, specialmente tra le ragazze di buona famiglia).

Dunque, una mia compagna di liceo, forse la più bella, magnetici occhi color ambra, capelli biondocenere tagliati corti alla maschietta, d'estate andava in vacanza nella proprietà di famiglia, sullo Jonio, e tutti i giorni, accompagnata dal fratello più grande, scendeva a piedi fino al mare, attraverso una fiumara desertica (niente macchine, a quei tempi, figurarsi, per una ragazza, ed il fratello non aveva ancora la patente, essendo la maggiore età fissata a ventun’anni).

Un giorno d’agosto, tornando dal mare nel tardo pomeriggio, per catturare la frescura della sera imminente, mentre risalivano faticosamente verso il paese, fratello e sorella vengono circondati da tre uomini, lui subito legato come un salame, lei…. “Non mi toccate, sono la baronessina XY!”

La frase pronunciata dalla mia splendida compagna di scuola (era anche la prima della classe in latino e greco) entrò nella leggenda: così si era salvata… Ma si era poi davvero salvata?

La città mormorava, lei partì per Roma per iscriversi all’Università e non tornò più in Calabria, noi che eravamo sue amiche non osammo chiederle altro, di quel fatto spaventoso e misterioso di cui ignoravamo perfino (o almeno io ignoravo) la consistenza…

Mi ricordo che ci fu un processo, probabilmente a porte chiuse, l’aggressore era, a quanto si disse, (a casa mia non se ne parlava davanti a me), un ex carabiniere, che si difese affermando di essere innamorato della “baronessina”, il reato di “violenza carnale” (o tentata “violenza carnale”) fu derubricato in quello di “ratto a fine di matrimonio”; in città ovviamente si deprecava che la mia compagna andasse al mare in calzoncini corti, e, che scandalo, con le unghie dei piedi laccate di rosso!

Ecco, vi ho raccontato una storia di circa mezzo secolo fa, una storia, o una leggenda, che piacerebbe molto, oso supporre, ai magistrati della terza sezione penale della Corte di Cassazione, quelli che, come ormai mezzo mondo sa, (la sentenza è andata in onda anche nel notiziario europeo della Cnn), hanno decretato essere i blue-jeans una sicura arma anti-stupro.

“Se una donna non vuole….”.

Si diceva e si pensava così a quei tempi, e scopriamo ora che c’è qualche autorevole magistrato, nelle solenni (e sinistre) aule del Palazzaccio sul Tevere, che continua a pensarla nello stesso modo: e che dei suoi personali convincimenti ne fa addirittura sentenza: “Deve ritenersi come dato di comune esperienza che è quasi impossibile sfilare anche in parte i jeans di una persona senza la sua fattiva collaborazione…”

Intendiamoci: io ho sempre voluto credere che la mia bella compagna di scuola si sia davvero salvata folgorando i suoi aggressori con quella frase, “classista”, certo (ovviamente all’epoca ignoravo anche la nozione marxiana di “classe”), ma in cui più tardi, e proprio in forza della mia cultura femminista, ho individuato la vera arma vincente per il nostro sesso storicamente ricattato (“Se sei bella buona e brava ti amerò”, “Ti picchio perché ti amo, ti violento perché sono pazzo di te”,ecc.ecc.).

La nostra arma vincente, e vorrei riuscire a trasmettere questa mia convinzione alle più giovani, è l’autorevolezza femminile.

Nel 1948, in Calabria, essendo nata in una famiglia “nobile”(attenzione i “nobili” che vivevano solo della “proprietà”, nella provincia di Reggio in cui non esisteva il latifondo, erano spesso anche dignitosamente poveri), la mia compagna di scuola   non poteva che appoggiare quella che oggi definiamo “ autorevolezza femminile” esclusivamente al suo ceto: era bella, era intelligente, era colta, ma era pur sempre una donna, e soltanto facendo valere, sull’aggressore, la “superiorità” delle sue origini poteva salvarsi. O tentare di salvarsi. (In ogni caso, comunque siano andati i fatti, e molto prima di Franca Viola, lei non si piegò a sposare l’aggressore).

L’autorevolezza femminile- le femministe americane la chiamano “autostima”- è cresciuta alimentandosi della nuova cultura delle donne, ma è anche, e contemporaneamente, minacciata dalle distorsioni della stessa cultura: per esempio: negli Anni Settanta abbiamo lanciato lo slogan “Né puttane né madonne, finalmente solo donne”, ma la società sembra per certi versi aver recepito soltanto il “né madonne”, cancellando tutto il resto…. E talune affermazioni estremiste di libertà femminile (come quella, attualmente così sbandierata nel femminismo radical-chic, che invita a “comprarsi” gli “uomini di piacere”), confortano i malpensanti….

Tutto ciò detto, ed augurandomi che le giovani donne di oggi, e di domani, sappiano bloccare uno stupro semplicemente con uno sguardo e qualche parola sprezzante, restano purtroppo nella realtà quotidiana alcuni dati desolanti: il 54% delle violenze sessuali subite dalle donne proviene da uomini che esse conoscono, amici e fidanzati (o ex fidanzati), le violenze diciamo così “stradali”, da parte cioè di sconosciuti aggressori, sono il 22%, le violenze in famiglia - sottostimate, secondo l’ammissione della stessa curatrice della ricerca Istat- sarebbero il 5%.

Ma queste cifre si riferiscono soltanto alla violenza emersa dalle denunce delle vittime: e che i ricercatori Istat affermano essere appena il 32% degli stupri che si verificano effettivamente ogni anno nel nostro Paese.

Di fronte ad una tale realtà davvero non si capisce come si possa sostenere, e non al bar o in trattoria, ma con una sentenza della Corte di Cassazione: a) che i jeans sono un’infallibile cintura di castità; b) che “è illogico che una ragazza possa subire supinamente uno stupro… nel timore di poter subire altre ipotetiche, e certo non più gravi, offese alla persona fisica…”; c) che la vittima non sia corsa subito a dirlo a mamma e papà.

(Si vergognava? Ma che cosa aveva da vergognarsi se davvero era stata violentata?

Così argomentano i magistrati che evidentemente si sono persi i venti anni di dibattito, parlamentare e non, relativo al rovesciamento dei sensi di colpa sulle vittime, tipico di questi crimini; ed ignorano quindi anche le ragioni per cui l’attuale normativa contro la violenza sessuale-finalmente licenziata dal Parlamento nel febbraio del 1996 - concede alla donna violentata di denunciare il suo stupratore fino a sei mesi dopo il fatto.)

*Questo articolo, scritto da Adele Cambria negli ultimi anni del secolo scorso, fa parte di parecchie decine di “pezzi”, già pubblicati su diversi giornali quando la grande giornalista era in vita, che Adele consegnò al direttore di zoomsud perché venissero riproposti ai reggini e ai calabresi. Un patrimonio prezioso riemerso dal nostro archivio che faremo conoscere ai nostri lettori. I titoli degli articoli non sono originali perché Adele conservava nel suo computer i pezzi che inviava ai giornali senza titolo alcuno (com’è noto i giornalisti non decidono i titoli che sono, quasi sempre, redazionali).