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L'ANALISI. I “paesaggi resistenti” di Criaco e la Calabria tradita da cui ripartire

L'ANALISI. I “paesaggi resistenti” di Criaco e la Calabria tradita da cui ripartire
nc marina  “(…) Fino all’ultima pagina del libro non c’è una resa (…)”, così Gioacchino Criaco ha commentato il suo “La Maligredi” alla presentazione del libro organizzato dal circolo Calarco recentemente a Reggio Calabria. In effetti a cercare tra le pagine pubblicate da Feltrinelli “la Calabria terribile” di Anime Nere, altro romanzo di Criaco, per rivendicare la “Calabria bella” delle rughe e dei suoi eroi, il popolo, le donne gelsominaie e i giovani anarchici, si rischia ancora di cadere in quella cronaca nera che per 50 anni ha prodotto in ugual misura racconti, vicende, alluvioni, terremoti e attese mai ricostruite dei luoghi delle terre di Aspromonte ma anche oltre.

Il tema della “resa” antitesi della “resistenza” è un’occasione mancata sia nella Calabria terribile che in quella bella, perché a farsi carico di una tale dimostrazione di rapina, ruberie, sequestri e vite spezzate (Anime Nere) e di lotte e promesse tradite (La Maligredi) nelle canzoni narrate da Criaco è in terza o prima lettura, il paesaggio calabrese. Quello naturale con i suoi molteplici paesaggi di umanità e vicende, in una continua ricerca di tregua e speranza, tipica dello struggente e potente messaggio del nostro stare tra monti e mare, tra pascolo e pesca, tra Jonio e Tirreno e non riuscire a comprenderne fino in fondo né bellezza né distruzione. La stessa ragione per cui lo stesso paesaggio si è potuto autoconservare.

Non so se “la resilienza” del nostro paesaggio sia più forte nelle storie raccontate da Bino di Anime Nere, piene di differenze tra caprai e pastori, con lupi calabresi e mandrie al pascolo, vacche libere e senza padroni, tori con sembianze umane apparsi nei sogni o nella lana antica nata “negli anfratti meno freddi dell’Aspromonte”, quella con cui le gelsominaie vestivano i figli o per esempio nel formaggio e la ricotta di Pietro Dominici di La Maligredi, o ancora nei suoi figli del libeccio di una lotta ad uno Stato furbo a cui Papula con i suoi fratelli ambiva “contro chi si dice Stato e non lo è”.

Eppure quelle capre di “Anime Nere” che partono nel libro dalla spiaggia sotto la rocca di Africo e ci ritornano nell’ultima immagine del film, pare abbiano deciso di riprendere dal mare la strada verso la montagna e attraverso le vicende umane di troppe storie dimenticate e tradite nelle rivoluzioni con i ragazzi dell’Aurora e nei sentieri presi, ambiscano ad arrivare fino ai pini e ai cespugli di erica, per superare il tratto pianeggiante della radura, con le pagine de “la Maligredi”.

Il paesaggio spettatore e scena di ogni senso di ingiustizia e di ricerca di giustizia, con la scrittura che diventa filmica e poetica per quanto è capace di ogni tipo di figurazione, in Criaco, è sempre “resistente”, ma non rinuncia mai a dirsi la verità, condizione indispensabile quanto necessaria.

Il Sud, la Calabria, che perde istantaneamente e ripetutamente in ogni tempo la memoria tanto del male quanto del bene, nei segreti occultati nei sentieri di sangue delle anime nere quanto nell’incurante perdita di senso dell’odore dei suoi gelsomini e delle lotte del suo popolo e dei suoi eroi, fa fatica ancora a ripartire. Rimane così immobile in questa resa e incapace di affidare al suo paesaggio dei paesaggi, alla sua capacità di farne semina e raccolto, indiscutibilmente e finalmente le ragioni di una terra che continua a sentirsi “non compresa” a fronte di una ribellione che è stata sempre presente, già nella resistenza della sua natura quanto delle sue comunità.

L’equivoco mai risolto di farsi affascinare dal nutrirsi e rintracciarsi in una cronaca nera, piuttosto che in una “chanson de geste”, se è vero che Gioacchino Criaco e i suoi racconti aspromontani vengono intesi oltre la lettura, rinuncia a qualsiasi epica del risarcimento, del riscatto, del cambiamento e del rinnovamento.

Ogni volta che chi rivendica tali posizioni, sia che si trovi nell’esercizio della politica, della cultura, del governo delle cose e delle persone, della generosità verso gli altri, dell’educazione al futuro, dimentica la dura e sincera mediazione che ogni rivoluzione deve attendersi, sapendo rinunciare quindi al compromesso, all’aggiustamento, al fascino del potere, al tanto meglio tanto peggio per ritrovare il coraggio e la forza della scelta delle stagioni, tutte queste volte il paesaggio torna ad essere vulnerabile, racconta solo alluvioni, terremoti, devastazioni e mancate cure. Ogni volta che il paesaggio dei paesaggi non è resistente, come quello di Gioacchino Criaco, questa nostra Calabria, mostra il suo stordimento incapace davanti alla storia della propria terra e dei propri eroi. Ogni volta tradisce le straordinarie madri, i figli e i suoi popoli, ovunque siano finiti.

Ogni volta che qui in Calabria, dal territorio più grande alla terra più piccola, dal paese quasi città al villaggio quasi paese si consuma tale tradimento si rinuncia ad ogni festa possibile “più permanente della rivoluzione”, occorre dirsi senza scuse ogni verità ed attendere davvero “che lo Jonio e lo Zefiro la smettano di tradire la vita e facciano pace con il Libeccio” (Criaco in Maligredi). Grazie allora a Gioacchino Criaco e a chi come lui ha scelto di farne memoria, insieme alla speranza della rivoluzione.

Ma la storia racconta sempre la ragione di una scelta inequivocabile, si nutre potente delle vicende umane nel bene e nel male proprio come i paesaggi. E le lezioni della storia servono solo se sono capaci di produrne altra.