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L'ARCHIVIO DI ADELE. Calabresi d’Italia, Pino Caccamo*

L'ARCHIVIO DI ADELE. Calabresi d’Italia, Pino Caccamo*
Strettov L’ho scritto fin dal primo numero di questo giornale, i calabresi in giro per il mondo (e per ora fermiamoci all’Italia), che, in qualche modo (onesto, sottolineo), sono diventati più o meno “famosi”, hanno, verso le proprie origini, un sentimento ambiguo, diviso tra fierezza - che può dare però pessimi risultati, attivando un magari inconscio e temibilissimo (vedi caso Delfino) “spirito di clan”- ed un sopito fastidio, che arriva fino alla negazione (vedi Anna Banti, la celebre scrittrice che si chiamava in realtà Lucia Lo Presti, ed era nata in Calabria).

Con Pino Caccamo, un pittore nato e cresciuto, fino ai ventanni e passa, a Reggio Calabria, ma che vive da una quarantina d’anni a Roma, ed opera, cioè fa mostre e vende quadri e sculture, anche a San Francisco e a Londra, il problema non si pone, non esiste nessuna ambiguità.

Lo incontro nella nuova libreria di Urbano Stride: Urbano è uno straordinario libraio, di quelli con la “vocazione”, che dopo aver diretto per molti anni “Rinascita”, la grande libreria di via delle Botteghe Oscure, si è messo in proprio, e, con un socio, ha aperto le due librerie attualmente più vive di Roma, una in via Veneto, e quest’altra, piccolina, in via di Ripetta, dove Pino, suo vecchio amico (ma chi, a Roma, tra i “leggenti” non ha conosciuto Urbano?), ha appena chiuso una sua Mostra di grafica, gouaches, ed anche scultura, dal titolo “Avventura pianificata”.

Al pianoforte una ragazza suona una canzone degli Anni Quaranta, (che mi echeggia nella mente, deve essere americana, il ritornello italiano fa “Io sempre ti ameròoooo, ti cercheròooo…”, bellissima….): ci prendiamo il caffè e Pino risponde, alla mia prima domanda su quale sia il suo rapporto con la Calabria: ”Io sono sempre calabrese, più calabrese che mai, ogni anno che passa… Ma scusa, chi ha avuto una infanzia, un’adolescenza più bella della nostra?”

“Parla per te, tu sei un maschio, a me mi chiudevano in casa, o quasi…”

Ma lui, imperterrito: “Il mare l’estate, l’Aspromonte d’inverno, la pesca subacquea, le ragazze, andare a ballare al Lido.. Stupendo!”

“Sì, ma anche tu te ne sei andato…”

“Perché io non facevo l’impiegato del Catasto, dipingevo, non potevo restare, come non potevi restare tu… A Reggio non c’era circuito culturale, eri tagliato fuori… Ma ho perduto per sempre i tramonti e l’odore del mare, dico nella vita quotidiana, poi, ho viaggiato tanto, tramonti ai Caraibi, tramonti a San Francisco, ma ti giuro che non è la stessa cosa, e il profumo del mare quando apri la finestra la mattina, tutti i giorni della tua vita… Nessun altro mare profuma come lo Stretto…”

Ormai Pino è una valanga di nostalgia: “E la cucina? La cucina è molto importante sai per un artista, per un pittore, la cucina è una fucina alchemica… E dove sono i sapori dei cibi calabresi, quelle polpette di melanzane…?”

“Scusa, ma tu hai sposato una calabrese…”

Ride: “E’ vero, ma ha tralignato…”

Continua: “Le radici per un artista sono fondamentali. Primo: perché la base caratteriale, ed io non sono certo razzista, ma sono persuaso che l’etnia conti, e quindi che esista la “calabresità”... la base caratteriale è anche la miniera da cui si attinge per creare.

Secondo: perché la vita di un artista è fatta di umori, ed io ho incorporato l’odore del mare, l’odore delle polpette…. Sembra molto elementare ma è così… Lo sai che io ho dovuto cominciare ad imparare l’italiano? Parlavo il dialetto reggino, non per ignoranza, ma per gusto…Vuoi mettere certe espressioni della nostra lingua?… “Fittiare”, cioè guardare una bella ragazza fino a farla arrossire, “Mi scialaia…”

La traduzione in italiano è scialba, “Mi sono scialato…”, ed anche scorretta, temo… Vuoi mettere “Mi scialaja…”? Il godimento, il piacere che esprime…”

“Ma la tua pittura, la tua grafica, è piena di macchine, guarda anche i titoli “Studio per marchingegni assassini”, “Azione sulla piattaforma…”, e si vedono macchine, congegni, sagome di aerei che si buttano a capofitto contro un pianeta, in un crash d’Apocalisse… Che cosa c’è di calabrese in questa tua ispirazione “macchinistica”?”

“Mi ricordo sempre una frase di mio padre: “Passaru d’u sceccu a a’ machina…”

I calabresi, i meridionali in genere, sono passati dall’asino, come mezzo di trasporto, all’automobile…. Ci voleva qualcosa in mezzo…. Per noi il trauma dell’emigrazione è stato anche questo, te l’immagini un emigrato a Milano negli anni ‘50 , “sparato” da un ascensore fino al quindicesimo piano di un grattacielo?

Ora poi la frase di mio padre potrebbe essere aggiornata così: ”Passammo d’u’ sceccu a Internet”.

E’ una vera follia! Io poi come artista detesto la realtà virtuale, io guardo e tocco, sono per la realtà carnale…”

“Ho visto infatti due tue opere che definirei “felliniane”, “Libanese in offerta”, e “Germinazione”, dove una donna gigantesca, nuda, sembra soffocare con un cuscino il suo uomo, nudo anche lui…”

“La donna si abbatte sull’uomo che subisce una metamorfosi, si dice, di noi maschi, “Ha perso la testa per lei!”, ed è letteralmente vero!”

L’intervista è finita, rifacciamo il giro della mostra,   prima dello “smontaggio” delle opere.

“Ecco queste due gouaches - dico - mi evocano lo Stretto, lo Stretto in tempesta, viola e verde…”

“E’ vero, quando c’erano i temporali, io me ne andavo al porto a sentire tremare gli scogli…”

Ma Reggio non ha mai fatto una mostra antologica di Pino Caccamo, anzi lui non è mai stato invitato a mostrare le sue opere nella sua città. Non sarebbe l’ora di pensarci?

*senza data