Direttore: Aldo Varano    

L’INTERVENTO. Ma la Calabria non è solo sangue e merda

L’INTERVENTO. Ma la Calabria non è solo sangue e merda
sem  La stragrande maggioranza di quanti non conoscono la Calabria e la osservano da lontano, leggendo ciò che passa attraverso la comunicazione, spesso si forma un pregiudizio negativo sulla nostra terra. Questo tema è ormai ricorrente e divenuto, per fortuna, argomento finalmente di dibattito tra forze politiche, sociali, culturali, imprenditoriali. Comincia cioè a diffondersi l’idea che non è possibile starci più a questo raccontino che è sempre lo stesso. Identico, da una vita!

Da anni battiamo questo tasto e ora pare che (quasi) tutti ci si renda conto che il vero problema della Calabria sia proprio questo. C’è, cioè, uno stereotipo negativo che per tantissimi anni ha comunicato la Calabria in modo alterato e distorto. Dire questo non significa essere portatore di una “calabresità” che rimuove i problemi, che ci sono e sono tanti, e alcuni dei quali sono gravissimi e vanno guardati in faccia e combattuti con coraggio.

Voglio dire soltanto che per un lunghissimo periodo di tempo la nostra terra è stata segnata da una comunicazione alterata e negativa, spesso non corrispondente alla realtà.

In tutto questo noi calabresi e noi meridionali abbiamo avuto grandi responsabilità. Spesso buona parte delle classi dirigenti del Sud ha, infatti, accettato di essere “catturata” ed omologata in una logica assistenziale e subalterna. Ora – come detto - settori della politica e della società stanno con grande ritardo a prendere coscienza di ciò e ad operare su una linea di rottura rispetto al passato. Ma per far questo tutti devono avere le carte al loro posto e guardare il Sud come ad una risorsa e non come ad un problema.

Una sfida che, però, spesso non è sufficientemente sostenuta da chi critica il Mezzogiorno “sprecone e straccione” e dovrebbe sostenerla in ogni modo e con tutti i mezzi.

E’ come se si dovesse continuare a buttare nella fossa dei leoni sempre nuova carne fresca. Finisce una cosa e subito ne inizia un’altra, in un continuo gioco a rincorrere il vero!

Anche la comunicazione deve, dunque, riflettere e cambiare, aiutando e valorizzando, là dove esistono e si affermano, processi di cambiamento in atto. Lo fa? Assolutamente solo in parte e anche quando si tratta di valorizzare reazioni al problema ‘ndrangheta. Pensiamo ai riflettori subito spenti a Limbadi, dove si é assistito a reazioni, singole e collettive, alla mafia di peso e significato. Pensiamo a quanto da tempo avviene in centri della locride o a quanto sta accadendo ad Africo, con modalità certo non sensazionalistiche ma concrete, fattive, operose.

   A noi meridionali, a noi calabresi, spetta il compito più arduo, la fatica più grande: essere coerenti e crederci, fare e non lamentarsi. Credere che anche qui, in Calabria e nel profondo Sud, è possibile affermare il cambiamento, abbandonando definitivamente vecchie pratiche assistenzialistiche e clientelari che hanno finora impedito alla nostra terra di crescere e decollare e di guardare al futuro, soprattutto da parte delle nuove generazioni, con maggiore fiducia e speranza.

Essere orgogliosi di essere calabresi non significa, dunque, mettere la polvere sotto il tappeto o dare patenti di innocenza alle classi dirigenti: significa semplicemente lavorare per il cambiamento da posizioni di forza. La Calabria è una cosa e la calabresità un’altra cosa: la prima resta ma la seconda può essere un velo da squarciare. Pensiamoci un po’ sopra….