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LE RECENSIONI di MARIA FRANCO. Sul confine di Piero Bevilacqua (Castelvecchi)

LE RECENSIONI di MARIA FRANCO. Sul confine di Piero Bevilacqua (Castelvecchi)
pieroB «Seduto sul tronco mio padre sembra stia leggendo i miei pensieri perché ora ha un’ombra di tristezza sul volto, quasi avesse percepito un rimprovero rivolto a lui, per quella sconsolata rievocazione dell’infanzia. Ma non era sconsolata, gli sorrido, per contraddirlo decisamente. È stata felice, sfrenata di libertà e di giochi a perdifiato, la mia infanzia. Certo, è stato proprio così. Sono stati favolosi gli inizi remoti della vita. Come potevo essere infelice? I bambini non si accorgono della povertà. E sono tanto felici anche se il loro papà è un bambino che gioca.»

Nei boschi della Sila dove «il respiro dei boschi fitti di alberi e di ombre, soffoca ogni rumore» e «la terra suona la sua sinfonia senza strumenti», un uomo, ormai adulto, parla al padre anziano, seduto «sul tronco di un pino morto che affonda nelle felci rigogliose del sottobosco». Rievoca minutamente fatti della loro vita familiare, dai cuccioli che continuamente il padre portava a casa contro la volontà della moglie, ai film che padre e figli andavano a vedere ogni sera, alla lunga lotta contro la fame. Il padre sorride e batte le mani, compiaciuto, quando il figlio rievoca il sacco di fichi, ricompensa di un suo qualche lavoro, che la famiglia aveva vissuto come una grande ricchezza, le cassette di cachi e le arance, prese qui e là, con cui sua madre si era nutrita in gravidanza: «Solo arance, alimento unico, specialità di quei tempi, perché in casa non c’era altro. Così come accadde in un inverno remoto, ormai quasi cancellato dalla memoria. Me ne rammento forse più per i racconti ascoltati che per il ricordo di quei giorni. Pochi anni dopo la fine della guerra, tutta la famiglia si nutrì per diverse settimane di un freddissimo inverno di sole castagne.» Una vita semplice, piena d’amore, d’allegria e di racconti fantasiosi. Ma, «in fondo alle favole che ci ha raccontato per anni c’è il buco nero dell’inferno», il cancro e, con la malattia, la scoperta dei gironi infernali delle stanze d’ospedale: «E andavo pensando che anche la vita in sé, tutta la vita sulla terra, non era se non una malattia, un guasto del creato, un meccanismo riproduttivo sfuggito per caso all’inerzia della materia. Alle origini deve esserci questo: un errore, un ingranaggio inerziale che s’inceppa e si ricombina in modo imprevisto.». Seppure immerso in queste amare considerazioni, basta un soffio di vento a spazzare via le ombre dal bosco e a far risentire all’uomo («ormai solo, seduto sopra i fermenti invisibili della terra. Il pino rosato appare ancora più grande, senza mio padre che stava seduto all’estremità») fremiti di vita: «Mi faccio ingannare volentieri, sotto il sole tiepido, al pensiero che questo legno continui a vivere in altro modo, disfacendosi nell’erba, dando alimento alla numerosa famiglia di creature che proseguono altre generazioni e altre morti.»

Fortemente autobiografico, Il padre bambino, quasi un’intima epica dell’infanzia, è uno dei sette racconti di Sul confine, Castelvecchi editore, prima raccolta letteraria del catanzarese Piero Bevilacqua, già professore di Storia Contemporanea alla Sapienza e attento studioso del Mezzogiorno.

Il confine di cui parla il titolo è quello tra il reale e l’immaginario, la linea sottile che interconnette, nella mente di ciascuno, il mondo e l’individuo, la lama che ferisce e apre a sguardi impensati sulla condizione umana. Ne derivano racconti a forte impronta intima, sviluppati in quell’interstizio di sogno e concretezza che crea effetti surreali e stranianti. A contare, è soprattutto il flusso di pensieri che cerca di riportare a semplicità gli eccessi, la sovrabbondanza, la dismisura (degli eventi, dei problemi, delle proprie sovrastrutture) che pesano su ciascuno rischiando di schiacciarlo. Sulla linea di confine, masticando e rimasticando i propri pensieri, si possono aprire squarci di impensabile liberazione. Di fronte al mare calmo, che «respirava a riva con piccole onde e gli appariva come il ventre liquido della Terra, l’immenso ventre scoperto e indifeso, dove si formano le oscure catene della vita», il protagonista del racconto intitolato Il collezionista decide che le conchiglie che con tanta fatica ha raccolto e catalogato, «dovevano far ritorno al mare. Tutto è in circolo e deve ritornare alle sue origini. (…) E allora quello che sapeva da tempo gli apparve così carnalmente vero che anche la morte cessava di minacciarlo. (…) Il futuro non era minacciato dal nulla. Ora poggiava i piedi leggeri su un sentiero imperituro. La vita non aveva altro scopo che sé stessa, come la bellezza delle conchiglie. Un dono gratuito. E la sua caducità la rendeva disperatamente preziosa.»

Piero Bevilacqua Sul confine, Castelvecchi editore, pp.141, euro17,50