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LA PAROLA e LA STORIA. Gugghia, ripezzari, u culu da' gugghia

LA PAROLA e LA STORIA. Gugghia, ripezzari, u culu da' gugghia

ago

Gugghia, ago, strumento minuscolo usato soprattutto dalla parte femminile del genere umano nonché da <<masculi>> esercitanti mestieri particolari come il sarto  o il calzolaio.

Per usare la gugghia era necessario avere u filu spesso raccolto attorno ad un rocchetto di legno o a una spagnoletta (cartoncino cilindrico e non posizione erotica, almeno in Calabria); per cucire si spezzava un pezzo di filo lungo poco meno di un metro (a gugghiata) e la si infilava nella cruna (mi nfili a gugghia chiedevano le persone anziane che non ci vedevano bene) e se ne faceva un nodo (gruppu) per non fare scappare la gugliata mentre si cuciva. Il nodo poteva essere fatto ad una estremità del filo (gruppu sengru, groppo singolo)  se la cucitura era sommaria, altrimenti si raddoppiava il filo e  si faceva il nodo doppio.

Era molto raro, al contrario di oggi, che una donna non sapesse usare ago e filo, tanto che questa eventualità era oggetto di scherno:

ahi, ahi, ahi / beddha mugghieri chi capitai / nci ccattai la gugghia e lu filu / e no la vitti cuggiri mai!

Uno degli usi più importanti di gugghia e filu era il ri-pezzari (arripezzari in siciliano): mettere una nuova (ri-) pezza dove il tessuto si era consumato o lacerato nel corso delle attività lavorative. Si sceglieva un pezzo di stoffa dello stesso tipo e, grosso modo dello stesso colore, lo si sovrapponeva alla parte danneggiata e lo si cuciva sopra.

Il ripezzari, oggi reso superfluo dall’abbondanza di indumenti o dalle mode giovanili che incoraggiano l’uso di vestiti lacerati all’origine, era fondamentale in altre epoche: infatti la parola sarto viene dal participio passato del verbo latino sarcio (sarsi-sartum sarcire) che significa rappezzare, racconciare, rassettare, restaurare, riattare   (Gheorghes – Calonghi alla voce).

Il Dizionario della Crusca (Venezia 1740, ad vocem) riporta sia ripezzare che ripezzatore con l’annotazione Lat. Sartor;  donde l’italiano Sartore > Sarto.

E, d’altra parte, Ignazio Buttitta, in La peddhi nova, assimila l’attività poetica al cucire e allo scucire nonché all’arripezzari con filo d’oro: Io u pueta fazzu / cusu e scusu/ arripezzu cu filu d’oru.

La mietitura e le attività connesse danneggiavano molto i tessuti: in alcuni versi di una canzone d’amore una ragazza chiedeva al suo pretendente il regalo di una camicia perché la sua le era rimasta lacerata mentre andava e veniva a raccogliere spighe nel campo di stoppie: ca chiddha chi ndaviva la lacerai / la lacerai cogghiendu la spica / iendu e venendu di la ristucciata

La cruna in calabrese si chiamava semplicemente u culu d’a gugghia! Cacciari unu d’un culu di gugghia significava dare a qualcuno una bella rovistata, magari passando in rassegna i suoi difetti o le sue malefatte; ma c’è anche aviva lu culu tantu strittu chi non trasiva mancu na gugghia,  aveva molto paura.

A gugghia era metonimia del mestiere di sarto: c’a gugghia iddhu si fici un palazzu, col mestiere di sarto è riuscito a costruirsi una bella casa; ma capitava che di qualche artigiano arrangiato si dicesse che non sapi teniri mancu a gugghia nt’e mani.

Spesso i sarti si barcamenavano assai per mandare avanti la famiglia:  sartu e barberi /non campa mugghieri, sarto e barbiere non fanno vivere adeguatamente la moglie. Spesso, in alcune realtà molto piccole era la stessa persona ad esercitare i due mestieri.

Le ragazze e i ragazzi andavano a bottega (‘o mastru) quando volevano diventare sarti di professione, altrimenti imparavano il cucito sin da piccoli, soprattutto le donne, osservando e compitando la cucitura davanti alle madre. La stessa cosa era per il ricamo.

Sarto si diceva anche custur-eri, colui che fa le cuciture, con origini latine da cum-sutor (su-ere, cucire, sutor, ciabattino o calzolaio, cum-su-ere, cucire assieme, cum-sutura, cucitura); si usava una volta anche custura, nel senso di cucitura rozza, ed anche nscusturari, cucire sommariamente. Couture e couturier, etimologia come per le parole calabre, si trovano anche in lingua francese ma significano grande sartoria e grande stilista

La gugghia calabrese presenta una anomalia <<morfologica>>: il diminutivo, gugghi-òla (composto col suffisso greco –òla) diversamente da figghi-òlu, piccolo bambino,  pass-òlu, piccolo stecco, curri-òla, piccola correggia, etc, indica un grande ago con punta curva usato per cucire i sacchi e per ‘prendere i punti’ nei materassi (cioè per trapassare dall’alto in basso il materasso rigonfio con la fettuccia per evitare che con l’uso la lana si spostasse); la gugghi-ola si chiamava anche saccu-rafa, per Rohlfs derivante dal greco volgare <<saccoràfa>>.

Ma il Dizionario Treccani on-line porta in altra direzione: alla voce rèfe compita <<Filato ottenuto dall’accoppiamento di due o più capi dello stesso titolo, per lo più vegetali (canapa, iuta, lino, ecc.), fra loro ritorti: rdi lino, usato come cucirino e per ricamo; rdi canapa, usato per cucire tele pesanti, sacchi, reti da pesca>>; probabilmente la voce calabra è dunque un composto tra saccu- e rèfe >> saccu-refe >> saccu-rafa, con passaggio metonimico dal filo per sacco all’ago con cui quel filo veniva cucito.

Un piccolo passaggio per due tipi di cucitura: quando uno doveva ripezzari  fissava la toppa sul buco con dei punti lunghi e poi, dopo aver piegato all’interno il bordo perché non si sfilacciasse, lo cuciva con punti brevi e paralleli; il punto lungo, che serviva anche nella sartoria, si chiamava nchimma o anche nchimmatina,  nchimmari l’attività connessa; per Rohlfs deriverebbe da > inflimare > infimulare risalenti al greco fimoõ, allacciare.

 Oltre al punto lungo esiste anche il punto lento, usato per lo più in sartoria: dopo che la stoffa è stata tagliata i pezzi da cucire assieme vengono accostati e assemblati mediante punti lenti fatti con filo poco resistente e di colore bianco; poi, discostati i bordi, i punti vengono tagliati tra un pezzo e l’altro e così rimangono sulla stoffa come guida all’ago della cucitrice; quei punti lenti si chiamavano ntillardo, una parola che non è riportata Rohlfs e neanche da Filippo Condemi ( La lingua della Valle di Amendolea) e da Damiano Bova (Dizionario Etimologico del dialetto bivongese).

 Gugghia è anche un pesce di corpo molto sottile e allungato con la ‘fronte’ ad ago, gugghia imperiali, piccolo pescespada.