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IL LIBRO. Democrazia avvelenata, di Antiseri, Nuoscio e Felice (Rubbettino)

IL LIBRO. Democrazia avvelenata, di Antiseri, Nuoscio e Felice (Rubbettino)

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Scansiamo subito gli equivoci. Quello di cui oggi parliamo non è l’ennesimo libro sulla crisi della democrazia. O meglio lo è, ma il tema è affrontato da una prospettiva diversa che non è quella che per lo più vige nella politologia e in genere nelle scienze sociali.

Il fatto è che i tre autori, il maestro e due fra i suoi migliori allievi, hanno una forte formazione filosofica e storica che fa sentire enormemente il suo peso.

Il maestro è Dario Antiseri, sicuramente uno dei più noti pensatori italiani, cattolico e liberale insieme, patrocinatore nella sua vita di una intensa attività culturale spesso “fuori dal coro” (che ha portato, fra l’altro, alla traduzione di opere e autori fondamentali come Karl Raimund Popper che la nostra cultura aveva per motivi ideologici immeritatamente messo da parte).

Gli allievi, ormai anche loro solidamente inseriti nel mondo culturale e accademico (insegnano entrambi all’università del Molise), sono Enzo di Nuoscio e Flavio Felice: Democrazia avvelenata (Rubbettino, pagine 193, euro 13). I tre si sono equamente divisi il compito: ognuno di loro è autore di un saggio in cui il tema è declinato secondo un ordito proprio ma coerente con quello tessuto dagli altri.

Il saggio di Antiseri, che apre il volume, si concentra sulla crisi dell’Europa, cioè del luogo ove è nata e da dove si è diffusa la democrazia.

Essa è riportata a fattori spirituali prima che economici, che concernono per Antiseri una progressiva perdita di senso sia fra i suoi abitanti in genere sia fra le élite al potere.

Si ha, per la precisione, una scarsa consapevolezza delle proprie radici storiche e della propria identità. Le quali possono essere riassunte per Antiseri nell’efficace espressione dello scrittore spagnolo Salvador de Mariadaga: l’Europa è «socratica nella mente, cristiana nella volontà». In un altrettanto efficace e rapido excursus storico, che raccoglie a sistema una parte significativa del suo itinerario mentale, l’autore di questa pagine mostra poi magistralmente come la discussione critica, l’argomentazione razionale o scientifica (che procede per tentativi di soluzione o risposta a problemi ed errori), sia non solo alla base della “scoperta scientifica”, e quindi dell’avanzamento dell’umanità sulla via della civiltà, ma anche del modo di essere di ognuno nell’ambiente ideale a questo avanzamento: la “società aperta”.

La conoscenza intanto si dà perché siamo esseri fallibili (come ci ha insegnato Popper che diceva che evitare l’errore è un moto meschino dell’animo) e (fallibili perché) ignoranti (secondo la lezione di Friedrich von Hayek, che molto ha insistito sulla dispersione delle conoscenze umane e sull’impossibilità ontologica che a qualcuno sia dato raccoglierle in un centro unico).

A ciò si aggiunge, come terzo punto, quello che Antiseri (e sulla sua scia Di Nuoscio) non esita a chiamare “relativismo etico” ma che va a mio avviso più propriamente definito come “conflitto delle interpretazioni”, il risultato della necessaria individuazione (cioè farsi individuo) di ognuno di noi nella vita pratica.

I riferimenti sono qui prima di tutto alla distinzione compiuta da David Hume fra “giudizi di fatto” e “giudizi di valore” ma poi anche a tutta la tradizione appunto “relativistica” che dal Max Weber del “politeismo dei valori” giunge a Raymond Aron. Non viene però qui considerata la teorizzata indisponibilità della teoria per la prassi degli “idealisti” Michael Oakeshott e Benedetto Croce, che si fonda su una base più propriamente filosofica.

Che di “relativismo” non possa parlarsi risulta a mio avviso evidente anche dalle stupende pagine che Antiseri dedica al cristianesimo, che è da una parte la base morale su cui si regge (spesso inconsapevolmente) il liberalismo delle nostre democrazie, che perciò non si stagliano su un fondo casuale o “relativo”, e dall’altra è stato la base storica attraverso cui è potuta sorgere a un certo punto la modernità.

Seguendo le considerazioni presenti nella seconda parte di quello di Antiseri, il saggio di Di Nuoscio si propone di argomentare soprattutto attorno a un punto cruciale: lo stretto legame fra le scienze umane, ma io direi il sapere umanistico, e la democrazia.

«Alla crisi della democrazia - scrive Di Nuocio - non è certo estraneo proprio l’indebolimento delle scienze umane» ed è «abbastanza sorprendente che... questa consapevolezza sia abbastanza rara nell’ormai ampia letteratura sulla crisi della democrazia».

Il primo punto da considerare, lungo il sentiero di questa “riabilitazione” controcorrente della filosofia e delle humanities, è che «la filosofia serve innanzitutto a combattere alcuni dei più pericolosi nemici della democrazia». Infatti «i regimi e le ideologie antidemocratiche, pur nella loro grande diversità, sono tutti ispirati da due principi fondamentali che soprattutto i sistemi totalitari hanno cercato di mettere in atto in modo sistematico: l’assolutismo gnoseologico e il fondazionismo etico».

Vale a dire la pretesa (ovvero la hayekiana “presunzione fatale”) di avere «una conoscenza assoluta non solo di come vanno le cose ma anche di come dovrebbero andare». Tutto vero, ovviamente, ma chi scrive (che a questo punto ha dedicato molte sue pagine) ritiene che oggi il problema si ponga anche in una dimensione diversa rispetto a questa che potremmo dire “novecentesca”. Senza considerare poi il fatto che non tutte le filosofie convergono su questo esito “liberale”.

Oggi, a me sembra, il problema della democrazia sia la democrazia stessa. Di fronte all’esplicazione senza freni del principio democratico dell’“uno vale uno”, ci sono due forme di reazione: da una parte quella di chi invoca un governo dei “competenti” o comunque dei “migliori”; dall’altra quella di chi si pone di fronte alla democrazia dispiegata e all’iperdemocraticismo con lo stato d’animo di adesione critica e vigile che fu proprio di Alexis de Tocqueville. Se la prima via è preclusa a un liberale perché riproduce in qualche forma quel platonismo politico rispetto al quale gli autori di questo libro giustamente prendono le distanze; la seconda porta a depotenziare e desacralizzare fino in fondo e in modo compiuto l’idea di politica, restituendola a quell’orizzonte di lotta (regolata o sempre da regolare) fra gli interessi umani che è la sua essenza più propria. In quest’ottica, più che a sistemi regolistici e francamente illiberali (come è per certi aspetti il patentino deontologico prospettato dall’ultimo Popper per gli operatori della comunicazione), si farà riferimento ad un atteggiamento che si porrà di fronte all’“uomo democratico” cercando di capirne prima di tutto le “ragioni”. Non per assecondarle ma per valutarle con maggiore pregnanza.

Lo stesso liberalismo, se non vuole convertirsi in una metafisica o in una teologia, più che a programmi razionalistici, deve volgere lo sguardo proprio a quel mondo delle conoscenze diffuse che tanto sta a cuore anche agli autori di questo libro. Così concepito, il principio liberale, partendo dal basso e non dall’alto, pur muovendosi in un orizzonte diverso, finisce per convergere con quello democratico, contro cui non si pone presuntuosamente come “superiore”.

Viene perciò a cadere, in quest’ordine di discorso, anche un certo afflato “pedagogico” che a volte pervade queste pagine, anche perché la stessa cultura umanistica nasce come una esperienza piuttosto che per la semplice trasmissione da parte di un maestro. Una trasmissione che si vorrebbe qui invece facilitare attraverso provvedimenti legislativi ad hoc. Ho come l’impressione, voglio dire, che quel legame con la filologia, il pensiero critico e il sapere storico, che qui vengono invocati come panacea per i mali attuali della democrazia, non si diano per decreto legislativo, né semplicemente attraverso adeguate sovvenzioni statali.

Un ideale astratto mi sembra anche quello della “democrazia deliberativa”, cioè dell’“agire informati”, cioè conoscendo razionalmente la soluzione preferibile ad un problema. Una sorta di “velo di ignoranza” che irrealisticamente vorrebbe tenere fuori dalla considerazione quegli interessi concreti (anche solo simbolici) che costituiscono l’anima della politica. È come se, attraverso la finestra, rientrasse qui dalla porta quell’ideale astratto del “conoscere per deliberare” che è proprio del “razionalismo in politica” e di ogni tentativo di convertire la teoria in prassi.

Interessante, come tentativo di superare questa impasse, è l’ultimo saggio, quello di Flavio Felice, che, sulle orme anche di autori classici come don Luigi Sturzo e Alexis de Tocqueville, prova a dare un senso positivo a due parole che la retorica democratica ha finito col tempo per screditare: “partecipazione” e “inclusione”.

Vi ricordate Giorgio Gaber che cantava «la libertà è partecipazione» ? La frase a un liberale è suonata sempre un po’ ostile perché gli ricorda quel concetto di “libertà positiva” o “libertà di” che si avvicina pericolosamente agli ideali socialisti di interferenza nella vita privata dei cittadini (tutelata invece dalla “libertà negativa” o “libertà da”).

Seguendo Tocqueville è però possibile intendere la partecipazione non come qualcosa che concerna in primo luogo la politica, ma come la volontà di associarsi su fini e ideali condivisi che permette alla “società aperta” di assumere quella vitalità che è linfa vitale per la sua consistenza e sopravvivenza.

Sturzo ha esteso, in quest’ordine di discorso, la necessaria “poliarchia” politica che è propria delle democrazie ( ove i centri di potere secondo la lezione già di Montesquieu si controllano e limitano a vicenda) fino a farla diventare una “plurarchia”, cioè la compresenza nella società di attività e gruppi di azione spesso opposti di cui quelli politici sono solo una piccola parte.

Grazie ad essa, la società disperde il potere e soprattutto permette a chiunque di superare quell’egoismo o narcisismo che, isolando gli uomini, è forse uno degli aspetti dell’attuale crisi della democrazia e del mondo occidentale. Molto belle le pagine di Sturzo, riportate da Felice, che ricordano certe considerazioni di Immanuel Kant sulla “natura umana”: l’uomo tende “per sua natura” sia a differenziarsi dagli altri sia ad agire con loro e a cercare la loro collaborazione.

La democrazia, che è il sistema più aderente a questa “naturale” imperfezione o finitudine umana, deve tener da conto di questo fatto.

*già apparsa sul Dubbio