SCUOLA e RITARDI. La Cina è vicina? Lo tsunami dell'intelligenza artificiale

SCUOLA e RITARDI. La Cina è vicina? Lo tsunami dell'intelligenza artificiale


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La notizia arriva, curiosamente ma non troppo,  dalla Cina: dal 2019,  l’intelligenza artificiale sarà inserita nei programmi scolastici delle scuole di primo e secondogrado. Praticamente tutti gli  studenti tra gli undici e i diciotto anni inizieranno a studiare  il c.d. machine learning   (l’apprendimento automatico delle macchine), algoritmi e tutte le possibili applicazioni dell’intelligenza artificiale.

Si tratta di un gesto realistico e coraggioso che testimonia, in modo diretto, la volontà della Cina di affiancare all’ormai celebrato programma globale delle  Nuove Via della Seta uno straordinario investimento verso le grandi innovazioni che in un tempo, ormai lontanissimo,  sembravano di esclusiva pertinenza delle economie occidentali.

Non solo, quindi, la straordinaria intuizione geopolitica dell’Eurasia e dei relativi collegamenti commerciali. Ma anche e soprattutto formazione del capitale umano.

Attenzione, non si tratta di destinare fondi ai programmi di sviluppo industriale innovativo. Anche l’Unione Europea  e la stessa Italia, con il suo Industria 4.0, ad esempio, hanno sottolineato e colto tale esigenza. La scelta cinese è però radicalmente diversa perché centra la vera questione del problema: fare dell’intelligenza artificiale un percorso e un processo formativo di base.

La domanda che occorre porsi è purtroppo nota da tempo: perché in Italia non riusciamo mai a fare dell’innovazione un processo normale?  E’ inutile cospargersi sempre il capo di cenere denunciando il crollo, ormai trentennale, della produttività  della nostra industria se non riusciamo ad ammettere a noi stessi il problema reale.

La scuola primaria e secondaria del nostro Paese è assolutamente disancorata  dalle traiettorie globali di innovazione. Basti pensare che, ad esempio,  per cambiare, semplicemente, la formula di una prova degli esami di maturità sono stati necessari anni di lavoro delle commissioni parlamentari.

La stessa introduzione della formula dell’ alternanza scuola lavoro, sebbene opportuna sotto il profilo didattico, raramente riesce a divenire strumento di orientamento e preselezione sul mercato del lavoro. La Cina lancia un messaggio importante che sarebbe opportuno che l’Italia cogliesse immediatamente: occorre adeguare i programmi ministeriali alla velocità di mutamento del quadro tecnologico e del relativo mercato del lavoro.

Davvero riteniamo, come Paese,  di poter lanciare una sfida di competitività con qualche lavagna multimediale in aula o con qualche patetico laboratorio di informatico dove, ormai, alunni nativi digitale  appaiono spesso più attrezzati dei loro stessi docenti? E perché non pensare ad un intervento strutturale di adeguamento dell’insegnamento e dei programmi alle innovazioni più trasversali che connotano lo stato attuale della nostra società? Partendo, come fatto in Cina, dalle scuole primarie e secondarie?

Occorrerebbe, qui davvero, un governo del cambiamento legato alla sfida di rendere l’innovazione un’attitudine del pensiero e dei comportamenti dei nostri giovani.

Basta un reddito di cittadinanza a compensare il disagio cognitivo che soffre la nostra popolazione studentesca, in termini di ritardo rispetto alle altre economie mondiali?

Non occorre dare una risposta, fra l’altro ovvia. Occorre agire con coraggio senza perdere altro prezioso tempo. L’intelligenza artificiale è già nelle scuole obbligatorie dei nostri competitors.

Si tratta di un’innovazione epocale che attraversa tutti i settori della nostra vita: trasporti, edilizia, ambiente, protezione civile, automotive, turismo, medicina, meccanica, cultura (persino la musica) tutto ormai appare dominato dal machine learning.

Il nostro Paese ha subito, nella sua storia, diverse onde d’innovazione senza parteciparle e viverle da protagonista. Perché subire anche lo tsunami dell’intelligenza artificiale?