Il Campiello a una calabrese: "Le assaggiatrici" di Rosella Postorino (Feltrinelli)

Il Campiello a una calabrese: "Le assaggiatrici" di Rosella Postorino (Feltrinelli)

rosella

Il cielo del libro è di piombo. Il sole, quando appare, è sempre velato da nubi artificiali, prodotte da fumi di cannonate lontane, o da esalazioni di camini teutonici. La notte è immane, solenne nella sua ferocia. La palude e il suo marciume atterriscono, spingono alla fuga. Ma chi legge, rimane.

Si resta avvinghiati alla scoperta della propria solitudine. L’immaginario supera Hitler e Dachau, svetta oltre i gutturali ordini delle SS, precipita nel pozzo buio di una consapevolezza estrema, dolorosa, senza speranza. E questo grazie alla scrittura incalzante di Rosella Postorino che compie il prodigio artistico: realizza una storia che può farsi allegoria di ogni tempo e di ogni essere umano.

La morte si riassume in poco. In ciò che è. Nulla, eppure tutto. Con una potenza espressiva semplificata e devastante, alcuni brani spiazzano e disorientano. Venti righe per descrivere un particolare, due per riassumere la tragedia umana.

Il pericolo giornaliero del veleno si banalizza nel tempo. La fine è una spada di Damocle, ma di gomma. A volte assume i contorni di un sollievo. Il male non è assenza. Il male è presenza. Complicità forzata. Sei nel ballo macabro della crudeltà, e balli. Se vuoi e se non vuoi.

Per tutti è così. Complici di un orrore banale, e raffinato nella sua perversione.  Sempre. Non soltanto all’epoca dei fatti, che certamente forniscono il pathos necessario per fare del romanzo un’opera universale, non soltanto all’interno di situazioni politiche angoscianti, o di Estati senza Dio occasionali. Il fulcro diventa la scoperta drammatica di ciò che l’uomo, ciascun uomo, può fare ai suoi simili.

Il mostruoso Hitler non appare mai. Resta ai margini, ridicolizzato, pazzo, furioso nella sua pulsione mortale. La sua aura sulfurea permea il romanzo allo stesso modo di come, storicamente, aveva fatto con il popolo tedesco. Il male assume un nome, ma, ed è qui la grandezza dell’autrice, è il nome di ogni lettore. Nessuno è innocente. Nessuno uscirà vivo di qui. Destinazione finale è la decomposizione.

Non ci si salva. L’amore è un’attività deleteria. Persino quello filiale. Non c’è salvezza, la speranza è annientata. Il futuro schiantato contro il dolore. Il dolore di tutti, eguale e pari al desiderio di vivere. Consapevolezza estrema, sofferenza e veleno. Salò e le 120 giornate. Il paradigma del potere, la cupola assoluta, e sotto tutti noi, intruppati e condotti al tavolo dove si saggiano pietanze a rischio.

Il miele guastato intossica. Come la letteratura dei fronzoli e delle cornicette. La Postorino toglie ogni elemento superfluo, scarnifica il senso delle nostre esistenze animalesche. Chi ama la scrittura si ritrova a gustare l’ambrosia, ma servita dentro un teschio. Chi ama la storia abbatte ogni mito e smarrisce gli eroismi poetici e probabilmente illusori.

Nel libro non c’è il sollievo di Hollywood o di Manzoni. Si crepa senza allegria e senza orchestra a suonare lo swing. Il veleno non agisce, ma vince, solo ad essere evocato. Come il male.

La vita continua. Si riparte dai piccoli gesti. La Germania vince il mondiale grazie ad un rigore incerto. Bandieroni invadono le piazze. Nella palude la natura si riprende il dovuto. Le rughe i visi devastati si nascondono dietro il rossetto. Che lei, la protagonista, leva via con un fazzoletto. Nella macchia c’è il segreto della scrittrice. Non si bara.

Il libro è un capolavoro. Supera tempo e spazio e diventa specchio. Da leggere. Da ammirare. Da gustare serenamente, come un cianuro affettuoso.