LA STORIA. JOSH e MORFEO

LA STORIA. JOSH e MORFEO

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Ci sono quei periodi un po’ così, che hai vent’anni e sei stordito dalle prime capocciate tirate contro il muro, e il cuore si è sgonfiato per colpa dell’amore che non è il sogno dei violini portati dal vento, e senti il morale sotto i tacchi dei tuoi camperos ma hai l’orgoglio che ti spinge a disprezzare il mondo, ecco, in quei momenti può capitare che ti venga voglia di avere un gatto.

Così fu, quella volta.

Mi piacerebbe avere un gatto, dissi a mezza voce in una serata triste e fredda di fine ottobre. Era il 1986, c’era la Perestrojka, Maradona era il re del mondo, i Cure impazzavano, e il mio amico Josh rispose: Vuoi un gatto? Te lo porto io.

La mattina dopo, verso la mezza, ero con gli altri amici già in postazione impalato nell’attesa dell’uscita delle studentesse del Liceo Artistico, distante poche decine di metri. Un rito giornaliero. Solo per uno sguardo, per un sorriso, ore ed ore a attendere un passaggio fugace. Vidi arrivare Josh in sella al motorino guidato da Robertone, uno svitato con i capelli a cresta stile Clash a quei tempi a Reggio Calabria. Cercavamo te, dissero. Salutai, scendete andiamo al bar, no, no, abbiamo fretta. Poi Josh mise la mano nella tasca interna del giubbotto.

Volevi il gatto? Eccolo. E cominciò a ridere. Fui colto di sorpresa. Mi passò una specie di batuffolo digrignante con tutte le zampette spalancate a mostrare le unghie grandi quanto ami da pesca, sibilante, con il pelo arruffato e la testa grossa grossa che neanche ET e poi la bocca carnivora spalancata con quei dentini da vampiro subito pronti a chiudersi sul mio dito. Mi misi a ridere. L’idea del gatto era già passata dalla mia mente bacata di ventenne, ed ero concentrato su Lisuccia, una biondina niente male con gli occhi a mandorla e le poppe cantanti, che frequentava l’Artistico e sarebbe uscita a breve.

Però presi il gatto. Josh non mi permise di esitare. Con la sua parlantina e quella simpatia guascona non ti dava tempo. In effetti non mi dessero tempo di riflettere che erano già via. Mi ritrovai la pallottola di pelo unghiata che si torceva, miagolava, e faceva a pezzi la manica della mia camicia. Lo accarezzai, si calmò, e lo portai a casa.

In famiglia non avevamo mai avuto un animale, se non i pesci di un acquario, sterminati dal troppo cibo (mai fare acquari con i figli piccoli in casa), e due criceti, evasi dalle loro gabbiette e deceduti ignominiosamente. L’arrivo del gatto invece fu una vera rivoluzione sociale. All’inizio il moto di ribellione fu unanime. Porta via questa bestiolina. Sembravano anche convinti. Le mie sorelle si barricarono in stanza. Il babbo mi diede l’ultimatum per portare via il micio, ma io naturalmente feci finta di non sentire. La mattina dopo il gatto era il re incontrastato della casa.

Da quel momento divenne un gatto-principe. Curato, lavato, sfamato a volontà, viziato, a volte persino profumato o truccato con il fard, scelse per sé diversi luoghi, divani, poltrone, la televisione, particolari mensole, cestini, e in tutti schiacciava pisolini. Così decisi di chiamarlo Morfeo. Morfeo visse per dieci anni, con i suoi occhi azzurri da maliardo e l’aria fanfarona del giocatore esperto che aveva ormai assunto in maturità. Il gatto tende a diventarti amico, ma solo se sei gatto anche tu. A fare il fracasso ci pensava con tutti gli altri della famiglia. Tendeva agguati, faceva scherzi, una volta rubò una coscia di tacchino a mia madre che lo rincorse con la ciabatta, puntava fingendosi leone della savana gli estranei che lo conoscevano per la prima volta, insomma era un gran burlone.

Seppi dopo che sotto casa dell’amico di Josh, quello con la cresta da irochese, c’era una gatta con dei cuccioli e che loro due si erano dati da fare a distribuirli in giro. Gratuitamente, naturalmente, per salvargli la vita. Quello del randagio è un mestiere difficile. Si rideva, con l’autore del regalo. Sono stato il destino, sosteneva. Ho scelto. A lui una vita da nobile. I fratellini che non siamo riusciti a piazzare invece? Uno, due anni di vita, al massimo. Aveva ragione.

A Josh, Morfeo, in qualche modo, rimase legato, come possono restare legati i gatti; è vero però che quando s’incontravano provavano simpatia l’uno per l’altro; l’uno accettava le grattatine, l’altro giocava come uno scemo; in realtà si diventa sempre piacevolmente scemi quando si gioca con i gatti. Morfeo ti sei fatto un balenottero, gli disse Josh una delle ultime volte che lo vide, il gatto annuì sornione e poi gli assestò un morso al pollice, senza stringere assai. Fecero la lotta, e finì così.

Quando morì Morfeo fu come perdere uno di famiglia. Andai tutto mistico e rituale a seppellirlo da qualche parte in Aspromonte, armato di una pala e di una bottiglia di Jack Daniels. Poi di sopra piantai una ginestra, che oggi giganteggia. Sotto c’è Morfeo chiuso nella sua cuccetta con tutti suoi giochi le sue coperte i suoi stracci preferiti. Ogni volta che ci passo gli mando una grattatina al collo e sento i suoi denti conficcati nella mano. Me lo immagino in paradiso, che miagola, scherza e vuole i biscottini.

Poi ieri Josh se ne è andato, ed ho pensato al suo arrivo lassù, ad una bella festa con la musica e gli altri amici che lo abbracciano (ci faceva morire dal ridere, Josh), e poi a Morfeo che, sicuramente, gli si sarà avvinghiato alla gamba e starà facendo le fusa, felice.