RICORDI. Com’eravamo, quando passammo da pezzenti a middle class

RICORDI. Com’eravamo, quando passammo da pezzenti a middle class

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C’erano i Loden e c’erano i Montgomery e gli Eskimo. Poi i giubbotti di pelle in stile “Chiodo” e i raffinati “Montoni” con la fila doppia di bottoni. Le magliette “Fruit of the Loom” e le vestaglie della nonna tirate fuori da vecchi bauli e riadattate. Poi comparve l’aquila di Armani che per lungo tempo imperversò su cinturoni, maglioni, pantaloni. C’erano i jeans Levis e le decine di imitazioni, e poi quelli Wrangler, o Americanino, o Jesus, pantaloni che per infilarteli dovevi stenderti lungo sul letto, trattenere il fiato e tirare la zip con uno strappo che ti mozzava il respiro e ti condannava a restare in piedi per l’intera serata. Gli stereotipi culturali degli ultimi decenni emergevano anche dal vestiario. La Calabria non si distingueva dal resto della società italiana, ieri come oggi. I negozi che andavano per la maggiore erano tutti ubicati al centro. Anche se la vita sociale era diffusa altrove.

Lo schiacciamento dell’omologazione globale ha sconvolto queste dinamiche. Anche nell’effimero campo del vestire. L’importanza degli abiti è cresciuta in modo esponenziale. La contestazione delle mode, dei vestiti firmati e costosi, simbolo di quel mondo borghese che gran parte di quella gioventù voleva abbattere, è solo un ricordo sbiadito. Già dagli anni ’80, dopo la faticata dell’adeguamento alla nuova realtà economica (da popolo di pezzenti a popolo di benestanti, con tutte le conseguenze del caso), il bel gusto per il vestire bene ha preso il sopravvento. Gli stilisti italiani elevati addirittura al rango di artisti. Tra Valentino e Versace o Caravaggio e Dante la differenza divenne risibile. L’affermazione della caducità. Tutto ciò che è frutto di una mente creativa è arte. Anche mettere insieme quattro stracci colorati e rivenderli poi a 3000 euro a pezzo è arte. Riproducibilità, simulacri di bellezza e fatuità. Le tre regole d’oro dell’estetica contemporanea, in quasi tutti i settori della inventiva umana.

Il liceo di fine anni ’70, con quella grande infornata di una “middle class” solo figurata, tutta italiana, armata di una gran voglia di riscatto che però non era economico, era il bacino evidente delle differenze di ceto economico. Era il paradosso di quella mascherata ideologica. Tutti uguali nella lotta e nello studio, o nel non-studio.

Tra i giovani primeggiava – almeno a chiacchiere - la volontà di redenzione culturale. Di avanzamento ideale. Di applicazione di un credo assolutamente eterodosso, fatto di Cristo e Marx, di marcette Scout e canti rivoluzionari a pugno chiuso. Nessuno mirava all’effimero, almeno apparentemente. Chi lo faceva se ne guardava bene dal rivelarlo. Naturalmente poi quel velo ipocrita alla fine si è dissolto nel nulla, spinto prima dai mega Palatrussardi e poi dall’avvento finale del berlusconismo. La dialettica politica affidata allo stile. Fashion. Apparire. Cravatte coloratissime e contestazione assorbita. Pecore colorate e intere città da bere. Aperitivi e adorazioni del dio unico: sé stesso. Adorarsi. Perché io valgo, recitava la pubblicità.

Quel branco di giovinastri del liceo aveva il destino segnato dalle scarpe che indossava. Rino Gaetano aveva lanciato la moda delle scarpe da tennis sotto gli abiti “buoni”. Perché allora le scarpe di gomma con la suola adatta a correre si chiamavano così: scarpe da tennis. O da ginnastica. E se ne trovavano a buon mercato nelle bancarelle del mercato. Gomma grezza, che trasformava i piedi in una fabbrica di fetori insopportabile. Ma loro, quelli, i benestanti, quelli che in questa città immobile sono sempre uguali, quelli dell’Ancient regime, i soliti noti, ecco quelli avevano scarpe da tennis firmate, di pelle, traspiranti, resistenti al sudore e al fango.

Nike, Adidas, Puma. Un paio costava quanto mezzo stipendio di un impiegato qualsiasi. I pezzenti redenti invece, tutti allegri nella loro ascesa al cielo, marciavano con le puzzolenti Mecap ai piedi. Sfibrate, sbucate, consunte. I reucci li guardavano pietosi e tra loro consumavano battute con l’alterigia degli antichi cavalieri. Quasi mezzo secolo dopo le posizioni sociali non sono mutate. I nobili dalle belle scarpe in vetta, e gli altri sotto a macerarsi di puzza. Tutto è immobile, solo la moda cambia, e le illusioni sono morte e sepolte sotto un cumulo di abiti uguali e illusoriamente unici, la scala verso il cielo della miseria contemporanea.