LE RECENSIONI di MARIA FRANCO. Con beneficio d’inventario, di Tonino Perna (Castelvecchi)

LE RECENSIONI di MARIA FRANCO. Con beneficio d’inventario, di Tonino Perna (Castelvecchi)

toper

Alla morte del padre, proprietario di una piccola fabbrica in difficoltà, al figlio tocca un compito urgente e ingrato: fare l’inventario dei beni. Nel salotto di casa, diventato un gran bazar, «avevo davanti a me carpette giganti e piccole, scatole delle scarpe che fungevano da contenitori di foto, documenti, appunti di lavoro», ma anche quadretti plastificati di santi, costumi da bagno, maglioni, un guanto, una biglia, dei confetti verdi. Con un elenco dettagliato di oggetti anche di scarsissimo rilievo che rimandano a fatti e ad emozioni del passato inizia Con beneficio d’inventario di Tonino Perna, pubblicato da Castelvecchi.

I ricordi strettamente personali e/o familiari si fondono con le vicende di Reggio, in particolare la rivolta per il capoluogo, quando «la città era stata messa a ferro e fuoco. E noi (l’autore con i suoi compagni, ndr) a soli venti anni, senza volerlo, entrammo a piedi nudi in una storia più grande di noi, che ha lasciato un segno indelebile nella memoria collettiva di questa città, e non solo. Eravamo impreparati, come spesso capita nella vita, di fronte a eventi imprevedibili che ci stavano travolgendo: l’ultima grande rivolta popolare del Sud e la prima guerriglia su basi identitarie.»

«14 luglio 1970. Reggio scopre la guerriglia urbana. Incredula a se stessa, la città si scopre vitalissima. Dall’immediata quanto istintiva contrapposizione con lo Stato poliziotto si avvia un processo di sempre maggiore autocoscienza e di autoliberazione. Nelle barricate che spuntano fuori come funghi a ogni angolo di strada i suoi abitanti si sentono, per la prima volta, uniti, una sola cosa contro il comune nemico. E la forza tribale recupera le divisioni partitiche in un unico vettore forza, il cui modulo si ingrandisce paurosamente. (…) Ha inizio lo striptease dello Stato capitalistico burocratico. Tolti i primi indumenti, la facciata imbiancata, gli animi si esasperano perché scoprono che sotto lo splendore di un apparato rispettabilissimo c’è lo squallore di una vecchia battona in disfacimento.»

«La grande maggioranza della popolazione, specie nei rioni periferici, seguiva o partecipava attivamente alla guerriglia urbana fino a notte inoltrata per poi svegliarsi tranquillamente al canto dell’auto» che, giorno dopo giorno, indice lo sciopero generale: «e per Reggio Capoluogo Boia chi molla.»

In «questa città di merda, che non ha mai voluto capire un cazzo! Teatro, mostre, manifestazioni, volantini manifesti…niente! Niente la scuoteva», la lotta di classe sostenuta dai «compagni anarchici, quartinternazionalisti, marxisti-leninisti e quelli di Lotta Continua e quelli del Movimento Studentesco e anche quelli della FGCI» viene sostituita da una battaglia identitaria in cui in cui i lavoratori più minuti «non lo vedono come i padroni se la scialano con questo sciopero per il capoluogo! Non vedono chi grida in piazza, chi muore di fame sono gli edili i proletari i giovani disoccupati… i padroni se ne restano barricati nelle loro ville al mare e gli dicono ‘bravi ragazzi…continuate così…W Reggio Capoluogo, W Reggio! Il Capoluogo è nostro’. E hanno ragione. Il Capoluogo è loro, la città è loro, per loro state lottando per loro crepate e la piglierete nel culo!»

La rivolta produce anche feriti e morti. Tra questi i cinque anarchici che il 27 settembre 1970 sono «stati ammazzati perché in possesso di documenti scottanti»

Nel salotto bazar, scorrono tante altre tessere del passato privato e cittadino dell’autore. Dall’ernia inguinale conservata con cura per evitare il servizio militare, ad una visita al manicomio del quartiere Modena, «un posto orrendo, dove uno entrava sano e diventava pazzo furioso». Dall’esperienza di teatro militante – «Eravamo dei dilettanti, ma con una passione incredibile. Eravamo convinti che più che la bravura contasse il messaggio e che il teatro o era un laboratorio politico o non aveva senso. (…) Ci riunivamo in uno scantinato, abbastanza grande da farci entrare una cinquantina di spettatori.» – alla manifestazione pro Mandela quando, il 9 novembre 1985 «tutte le navi FFSS che attraversavano lo Stretto suonarono contemporaneamente le trombe» al doposcuola «che facevamo con tanti volontari che si offrivano di insegnare gratuitamente. (…) È nata l’ORI (Organizzazione Ragazzo Lavoratore), la prima in Italia, sconosciuta ai più».

Una generazione che si riteneva eterna e capace di cambiare il mondo, che ha vissuto esperienze che nessuna altra generazione ha sperimentato (il motorino, la macchina, la tv, il telefonino, l’aereo, l’autonomia delle donne e la possibilità di sposarsi per persone dello stesso sesso) ha rivisto nel tempo molte utopie giovanili: «Ma dalle onde del mare siamo stati travolti. Anche noi, abitanti dello Stretto di Scilla e Cariddi, nel tratto di mare più bello del mondo. Anche noi che l’abbiamo attraversato per tanto tempo con la speme nel cor.»

Ed è allo Stretto che Tonino Perna – professore di Sociologia economica che nel libro esplora i difficili rapporti padre-figlio e offre interessanti spunti di discussione sui movimenti extraparlamentari anarco-socialista degli anni settanta nella nostra città – dedica le pagine più struggenti: «Lo guardo in silenzio, intimorito dalla sua bellezza notturna, conturbante, che nasconde pietosamente le case non finite, il grigio dei palazzi tristi e nudi, i ferri arrugginiti che grattano il cielo. Per quanti sforzi facciano gli umani non riusciranno mai a distruggere la magia di questo tratto di mare sospeso tra cielo e terra.»

Tonino Perna, Con beneficio d’inventario, Castelvecchi, pp138, euro 17,50