LE RECENSIONI di MARIA FRANCO. Tra Roma e Cartagine di Giuseppe F. Macrì (Laruffa)

LE RECENSIONI di MARIA FRANCO. Tra Roma e Cartagine di Giuseppe F. Macrì (Laruffa)

RomaCartagine

«Che strada avrebbe intrapreso la Storia se Scipione fosse stato condannato ed avesse preso il sopravvento il partito del suo avversario Fabio Massimo?» Se lo chiede Giuseppe F. Macrì nel suo Tra Roma e Cartagine - I fatti accaduti a Locri rischiarono di cambiare il corso della storia, edito da Laruffa, con pregevole prefazione di Rossella Agostino, accurata ricostruzione di quanto accaduto alla cittadina ionica al tempo della Seconda Guerra Punica (218-202 a. C.)

Nel 282 a. C., Locri, minacciata dai Bruzi, aveva chiesto aiuto a Roma, divenuta ormai una potenza militare ed economica, ottenendo la creazione di un presidio. Successivamente, i locresi si erano consegnati a Pirro, fino a quando Roma riconquistò la città. Due anni dopo, Pirro la riprese e la punì duramente. «Con la successiva scomparsa, però, del re dell’Epiro dalla scena italica, aveva ripreso quota a Locri il partito filo-romano, che, tutto sommato, individuava nel protettorato romano il minore dei mali, attesa la ridotta capacità di far autonomamente fronte alle continue minacce dei Bruzi; ed è ancora con la guida di questo partito che la città magnogreca si trova a fronteggiare, dopo oltre mezzo secolo di relativa pace, un nuovo e ben più consistente pericolo: in questo periodo, infatti, si profilano all’orizzonte nubi minacciose, dovute al sopraggiungere di Annibale che, sonoramente sconfitta la rivale a Canne, inopinatamente, invece di sferrare il colpo di grazia all’Urbe, preferisce provare preventivamente ad isolarla, dandosi alla conquista del sud continentale e concentrando sforzi ed interventi bellici sulla fascia ionica, da sottomettere interamente, da Taranto a Locri. Quest’ultima, presa dal Barcide quasi senza colpo ferire, rimane sotto il dominio cartaginese fino all’anno 205 a.C., quando, per una circostanza improvvisa e fortuita, rientra nell’orbita romana.»

La riconquista romana provocò, per i locresi, un «doloroso quanto imprevisto calvario: mentre ancora le case fumavano per gli incendi appiccati dai Cartaginesi in ritirata, Scipione, convocati i cittadini, giustiziò i capi della defezione di dieci anni prima, confiscando i loro beni a favore dei filo - romani e lasciando come arbitro supremo della sorte di Locri il Senato di Roma, e, come garante dell’esecuzione dei propri ordini, un uomo di sua stretta fiducia, il propretore Quinto Pleminio, nominato comandante della città, nominato comandante della città accanto ai tribuni Marco Sergio e Publio Matieno.» I contrasti tra il propretore e i tribuni sfociarono in violenze e vessazioni. Pleminio «non diede seguito alle disposizioni del suo capo: si fece consegnare i tribuni e, per vendetta, li torturò fino alla morte. Non ancora pago, depredò il Tempio di Proserpina (Persefone per i greci) e mandò a morte tutti coloro che non avevano condiviso il suo operato, abbandonandosi inoltre a inaudite vessazioni contro i locali.»

La protesta dei locresi presso il Senato romano portò all’incarcerazione e poi alla morte di Pleminio. Scipione, messo sotto inchiesta, venne «scagionato, avendo così l’opportunità di portare senza altri problemi a compimento, come noto, l’attacco a Cartagine, e, con la vittoria ivi conseguita, la positiva (per Roma, ovviamente) conclusione della campagna bellica.»

Basandosi su una ricca bibliografia, ma ripercorrendo soprattutto gli scritti di Tito Livio, Macrì offre un’analisi storica ricca di spunti interessanti, in relazione sia al comportamento dignitoso dei locresi, sia al rilievo etico delle azioni e, in specie, al peso che la ragion di stato ha sempre avuto, ed ha, nei affari politici.

Bellissimo il corredo iconografico del testo, con le miniature di ignoti artisti del XIV-XVI secolo.

Giuseppe F. Macrì Tra Roma e Cartagine - I fatti accaduti a Locri rischiarono di cambiare il corso della storia, Laruffa, pp. 109, euro 16