IL RACCONTO. Un mandingo, un berbero e la rumena

IL RACCONTO. Un mandingo, un berbero e la rumena

stranieri

Sul treno, seduti uno accanto all’altro, un mandingo erculeo con la maglietta del Paris Saint Germain e un berbero vispo e ossuto, il baffetto d’ordinanza e le unghie lunghe come quelle degli orsi.

Il capotreno passa e controlla i biglietti. Il magrebino immediatamente con il sorriso orgoglioso dei redenti lo esibisce spavaldamente. L’altro sonnecchia, o forse dorme sul serio. Il capotreno replica la richiesta, con voce più alta.

Lisciandosi i baffetti, con un gesto che affonda nella storia di deserti e oasi e cammelli, il berbero si fa complice del controllore. Questo è un furbo, dicono quegli occhi mediterranei posandosi sul colosso nero, che nello stesso istante apre i suoi e coglie la delazione figurata del vicino di viaggio.

Ecco biglietto, afferma con l’italiano che è quello degli indiani dei film di John Ford. Verbi declinati all’infinito, io grande capo Masai, potrebbe affermare e il capo non se ne meraviglierebbe affatto. Io fare sempre biglietto sostiene invece, con la voce che sembra l’eco del Kilimangiaro.

Baffo nero accanto scuote la testa e ride complice. Solleva un sopracciglio e mentre il ferroviere controlla il biglietto si rivolge all’omone e gli dice che “loro” i biglietti non fanno mai perché lui viaggia sempre e vede.

Quel Lothar di Rosarno doveva però avere i diavoli attaccati ai ricci, perché subito, colpito nell’orgoglio del suo patrimonio Masai, urla contro il marocchino che quelli ladri e sporchi e ruffiani sono loro, e gli punta contro un dito che sembrava una salsiccia da quanto era grosso e gli dice di tapparsi la bocca.

Ma il berbero non s’intimidisce, forse sentendosi spalleggiato dall’autorità presente, e replica, offendendo i neri, gli africani (come se lui fosse australiano) e tutti quelli con il colore della pelle appena più scuro del suo. Da quando siete in Italia, tutti sono contro di noi per colpa vostra voi non volete lavorare, voi furbi, dice con l’occhio di Odisseo.

Il ferroviere tenta di mediare, tranquilli, dice, ma i due si scaldano progressivamente e si sa come vanno queste cose quando il sangue s’infiamma per la miseria atavica. Dal Niger scattano accuse, forse la vendetta per i mercanti di schiavi arabi di secoli addietro. L’altro ribatte e gli punta contro il suo dito, che però è un salamino dietetico. E dai e vai, e molla e tira, e la volete finire urlato dal capo che si ritrova in una disfida tribale mentre ha solo voglia di arrivare a termine corsa, i toni si alzano e si arriva alla soglia della rissa.

Questo lo stritola, pensa l’uomo in divisa, ma Magreb sembra non curarsene, e chissà, forse ha un coltello, o forse ha questo sangue in fiamme che elimina la paura. O forse è solo un furbo che provoca.

I viaggiatori, gli altri, campioni mondiali di ignavia nella maggior parte dei casi, guardano incuriositi. I due si alzano in piedi hanno cominciato a parlare nelle loro lingue sicuramente se ne dicono di tutti i colori, il gigante digrigna i denti, le vene del collo si gonfiano come pompe di benzina, l’altro agita le mani per sgranchirsele. Il capotreno ricorre al migliore dei suoi trucchi. O la finite o chiamo la polizia subito.  Tu chiama polizia, io no paura, io onesto, lui ladro marocchino, urla come Cochise.  Però la minaccia funziona. Con la pazienza degli asceti il capotreno li calma, li divide, li invita a cambiare posto, a mettersi lontano, il biglietto lo avevano entrambi, che motivo c’era di litigare?

Il gigante, orgoglioso come le statue ma risentito come un bimbetto, allora cambia posto e si allontana sproloquiando in una lingua misteriosa. L’altro invece si risiede, tronfio e gasato. Non hanno mai il biglietto questi neri, afferma. Adesso basta stai zitto, conclude il ferroviere.

Poco dopo una ragazza rumena, agghindata come un albero di Natale, che fa la vita tra stazioni, pensiline e cessi pubblici, passa accanto al capo, tutta sorridente con i suoi denti neri, gli fa l’occhiolino e quasi sottovoce lo consola.

Questi stranieri stanno rovinando l’Italia, afferma.