L'ANALISI. L’Italia ricomincia dal Sud o finisce nel Sud

L'ANALISI. L’Italia ricomincia dal Sud o finisce nel Sud

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Negli anni della ricostruzione postbellica e del miracolo economico, tra i più brillanti della nostra storia economica e della storia della nostra classe dirigente nazionale (sia al governo, che all’opposizione), gli investimenti nel Sud d’Italia furono assai cospicui, furono sostenuti da abbondanti prestiti in dollari statunitensi, furono aggiuntivi della spesa ordinaria e vennero programmati da un organismo tecnico centralizzato, la Cassa per opere straordinarie di pubblico interesse nel Mezzogiorno, operante in stretto coordinamento con i ministeri ordinari delle politiche di spesa.

Grandi opere idrauliche, energetiche (fino al nucleare), viarie, di risanamento del territorio, furono realizzate negli anni cinquanta-sessanta a vantaggio del sistema industriale nazionale, nel sostanziale equilibrio monetario, dei conti pubblici e dei conti con l’estero. Quelle per il Mezzogiorno furono politiche espansive nel segno della responsabilità, avendo di mira non solo il progresso industriale, civile e culturale dell’Italia intera, ma la sua partecipazione da protagonista alla formazione del mercato comune europeo.

Un secondo storico appuntamento delle nostre politiche nazionali con una necessaria prospettiva meridionalista si è verificato all’inizio degli anni Novanta, di fronte alla nascita dell’Unione europea e della sua moneta unica. Alle spalle, in quel caso, c’era un ventennio di politiche espansive irresponsabili -basate sul debito e sull’inflazione- di cui buona parte trovava alibi proprio in un millantato interesse del Sud. Al momento del Trattato di Maastricht era con qualche ragione diventato persino impopolare (entro una bufera tutta ideologica leghista) parlare di politiche per il Sud. Eppure tra le più importanti e ineludibili missioni dell’Unione europea al momento della sua fondazione, sono state le politiche regionali di riequilibrio territoriale e sociale con la destinazione di cospicue risorse alle regioni europee in ritardo, fra cui figuravano tutte le regioni del Sud d’Italia.

Da allora è trascorso un altro ventennio, nel corso del quale le politiche per il Mezzogiorno e per la coesione territoriale hanno avuto alla loro guida uomini di straordinaria competenza e lucida visione politica e altrettanto valide strutture amministrative. Tuttavia è risultato difficile utilizzare pienamente e al meglio le risorse disponibili e ottenere risultati soddisfacenti per ragioni complesse, cui possiamo qui solo in parte accennare: i meccanismi e le insidie di una programmazione fiduciosa soprattutto nella capacità delle amministrazioni locali, i vincoli di bilancio per la spesa nazionale aggiuntiva in coesione e sviluppo, la distrazione dei fondi stessi dai loro scopi, la totale marginalizzazione del Sud nella spesa ordinaria per investimenti, con particolari penalizzazioni nei settori della formazione, della ricerca e delle infrastrutture; infine gli assurdi conflitti tra le stesse istituzioni e uomini meridionalisti. Nonostante difficoltà e inadempienze, il tessuto imprenditoriale meridionale è diventato più vivace e molte opere pubbliche sono state realizzate: negli anni 1999-2006 il Pil del Sud è arrivato persino a crescere più che nel Centro-Nord (per una documentazione precisa degli investimenti consultare il sito www.opencoesione.it, un esempio eccellente di open government).

La gravissima crisi finanziaria del 2008-2014, ha spezzato le gambe soprattutto al Sud, alla produzione industriale e ai consumi e ha respinto dal suo territorio finora 2 milioni e oltre di cittadini, soprattutto giovani e qualificati. Le politiche giallo-verdi del 2018 (quelle della quota 100 per le pensioni, del reddito di cittadinanza e dei “navigator”), nel maldestro tentativo di far fronte al disagio, hanno bruscamente ricondotto il Mezzogiorno alla peggiore identità della sua intera storia, quella di un’area omogenea sussidiata e assistita, ostile ai giovani e alla loro occupazione.

Non ci sono ragioni di entusiasmo di fronte alle acrobazie istituzionali degli ultimi due governi. Inaspettatamente con l’attuale governo, pur reso debole soprattutto dall’inguaribile immaturità politica ed economica della componente 5Stelle (vedi la decisione sull’l’Ilva di Taranto), possiamo comunque godere del parziale ritorno a toni civili, che sono bastati a recuperare fiducia internazionale all’Italia, e di alcuni impegni di azione programmatica. Fondate aspettative alimenta l’attuale Piano per il Sud, di cui sono state appena anticipate le tracce. Non solo perché ha rapidamente restituito il destino del Sud ad investimenti essenziali, inclusivi e innovativi sulla scuola, sull’università e sulla ricerca, sulle infrastrutture civili e sociali, su impresa 4.0, sul ripopolamento e la valorizzazione delle aree interne o sulla ossigenazione delle finanze dei comuni. Veri punti di forza delle attuali politiche di coesione sono le idee e la determinazione del giovane Ministro Peppe Provenzano, già protagonista con Luca Bianchi dall’ambito della direzione della Svimez, delle più recenti analisi e proposte di investimenti per l’occupazione giovanile e per frenare l’emorragia di capitale umano. La più determinata delle idee annunciate è l’assunzione diretta della responsabilità della piena utilizzazione del fondo di coesione e sviluppo e delle risorse europee per le missioni centrali dell’azione di sviluppo. Non è certo una intenzione nuova, né risolutiva dei divari territoriali esistenti, ma oggi sembra individuare un metodo capace di innescare, in circostanze politicamente difficili, quella “scintilla” civile (secondo una espressione cara allo stesso Ministro) a partire dalla quale ricostruire l’unica identità credibile del nostro paese.

*prof. ordinario senior di Storia Contemporanea all’università La Sapienza di Roma