Il dibattito sul populismo radicale di sinistra

Il dibattito sul populismo radicale di sinistra

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Nella letteratura degli ultimi anni ha riscosso una notevole fortuna la riflessione di Ernesto Laclau attorno alla ragione populista. In molti ambienti della sinistra europea la sua ricetta di un populismo radicale ha suscitato infatti interesse e anche delle esplicite riprese politiche.

L’editore Castelvecchi ha appena dato alle stampe un breve saggio di un peronista di sinistra, Horacio Gonzàles, intitolato emblematicamente Il nostro Gramsci (pagg.102, euro 13,50) ed uscito nella sua prima versione nel 1971. L’ampia introduzione di Pasquale Serra che lo accompagna fornisce dettagliate indicazioni sulle variegate correnti del peronismo argentino e sulla consistente ricezione dei Quaderni gramsciani nel tentativo di formulare una variante nazional-popolare di rivoluzione guidata dal caudillo.

Michele Prospero, uno degli intellettuali italiani cui la sinistra di questi tempi deve forse di più, nota acutamente come nel saggio ritorna il richiamo alle nozioni gramsciane di egemonia e di nazionalpopolare, entro una cornice politica che appunto esalta in maniera enfatica “il Nostro Vecchio Generale in Battaglia”, ossia Peron, quale artefice di un processo di emancipazione che ha coinvolto i ceti rurali appena mobilitati nelle fasi convulse di modernizzazione e urbanizzazione.

  Naturalmente una declinazione del pensiero di Gramsci in termini di peronismo o di populismo di sinistra mostra ben scarsi agganci filologici con i testi anche accettando il presupposto che le vie “della traduzione” sono infinite. Il problema cruciale e originario del populismo di sinistra, aggiunge il prof. Prospero, risiede nel disegno di rinunciare all’autonomia politica del socialismo, considerata di per sé una costruzione impossibile in situazioni difficili e minoritarie, per giocare entro il peronismo letto come un movimento popolare di massa con ascendenze romantiche e adatto a fungere da cornice unitaria delle più svariate correnti e arcipelaghi di idee e interessi.

  La soluzione camaleontica, di situarsi cioè entro una casa accogliente e composita, che oscilla secondo il pendolo che va da suggestioni di segno autoritario e impulsi di puro ribellismo, non ha dato i frutti sperati e l’Argentina, sprovvista dei partiti di integrazione di classe, non ha stabilizzato sistemi sociali e politici.  Il nodo è però che, per chi guarda al movimento operaio, accantonare l’autonomia politica non paga perché fragile si rivela la prospettiva di una izquierda peronista che coltiva suggestioni per un caudillo che avanza con miti comunitari-nazionali e nelle sue ideologie totalizzanti trascura il pluralismo, lo Stato di diritto, i limiti del potere, la rappresentanza, il conflitto di classe.

Come compito di un pensiero critico situato nel tempo presente, Serra riprende le parole di Mario Tronti il quale avverte che dopo il movimento operaio il ruolo di chi non intende lasciarsi catturare dalla congiuntura dell’omologazione “consiste nel conquistare, conservare, raffinare l’autonomia del proprio punto di vista”. Autonomia, dunque, contro le sirene del populismo come spoliticizzazione del conflitto e la saggezza del liberalismo come neutralizzazione delle alternative.