CRITICHE. Scerbanenco, cantore di una Milano da bere che è feroce con gli ultimi

CRITICHE. Scerbanenco, cantore di una Milano da bere che è feroce con gli ultimi

scerba

Ricercando in rete informazioni su Giorgio Scerbanenco o sulle sue opere quasi sempre capita di imbattersi in documentazione che ricollega l’autore al genere noir, poliziesco, ed anche al romanzo rosa. Questo accade nonostante, a ormai molti anni dalla sua scomparsa, la sua opera letteraria sia stata analizzata, in qualche caso anche approfonditamente, dalla critica letteraria (anche se con inspiegabile ritardo).

Eppure l’immagine complessiva che si trae dalla “navigazione” rimane quella di un autore di genere, sicuramente un Maestro, ma pur sempre collegato ad un filone narrativo che, per quanto ormai ampiamente sdoganato, non possa arrivare nell’olimpo letterario.

Sebbene Scerbanenco sia stato prolificissimo, e quindi una visione complessiva della sua produzione letteraria non sia assolutamente banale da condurre (e non solo per l’aspetto quantitativo), una visione così riduttiva del contributo letterario dell’autore appare sorprendentemente limitata. La produzione letteraria delle sue opere nella nostra letteratura non può essere limitata a quella del pur nobile genere noir: Scerbanenco è stato un autore a tutto tondo che come pochi altri è riuscito a raccontare i dolori, le sofferenze, le ingiustizie, i misfatti di una Milano da bere solo per alcuni, e drammaticamente feroce e ingiusta per altri. Chi come Scerbanenco è riuscito a descrivere pezzi di realtà sociale così nitidamente?

Questi profili emergono in moltissimi scritti dell’autore. Pensiamo ad esempio a testi come Milano calibro 9, Al mare con la ragazza, I milanesi ammazzano al sabato, Traditori di tutti, tutte opere dove la dimensione dell’analisi sociale di un contesto come quello milanese emerge prepotentemente e lascia affiorare spaccati di vite ingiuste, condannate, a volte dannate, e spesso vicino a sacche di agiatezza e benessere e per questo ancora più stridenti. Quanti altri autori hanno saputo mettere a fuoco questa realtà meneghina sociale e civile così vividamente?

Abbiamo grandi esempi di scrittori e di scritture dedicati alla vivida rappresentazione letteraria degli ultimi, come ad esempio riesce magistralmente a Pasolini in Ragazzi di vita o Una vita violenta, dove mette e nudo il degrado di parte delle borgate romane. Ma Pasolini è considerato unanimemente tra gli scrittori più rappresentativi del Novecento letterario italiano. Le sue opere sono straordinarie, per forza e crudezza, ma i testi di Scerbanenco non sono meno apprezzabili. Entrambi descrivono i bassifondi delle realtà cittadine di cui si sentono parte, Roma e Milano. Entrambi danno dignità letteraria a vite e personaggi che altrimenti sarebbero rimasti in cerca di autore (così come anni prima erano riusciti meravigliosamente a fare Steinbeck e Caldweel mostrando le miserie della costa occidentale degli USA). Eppure criticamente sembrano essere percepiti da molti come distanti anni luce. Perché? Perché Scerbanenco viene così fortemente percepito quasi esclusivamente come Maestro del genere noir? La dimensione sociale nei suoi scritti è enorme. Non saper chi è l’assassino può da solo essere sufficiente a distrarci da tutto il resto? Ma saremmo disposti a definire Gadda Maestro del giallo per Quel pasticciaccio brutto di via Merulana? Oppure definiamo il testo semplicemente un ottimo romanzo?

Come nella vita reale, o nei romanzi, anche nelle vicende critiche si annidano spesso forme di ingiustizia… forse però non è un caso che tutti i romanzi citati siano stati editati dal medesimo editore, Garzanti, che probabilmente aveva intuito la grandezza di entrambi gli autori e di alcune delle loro opere più riuscite.