LE RECENSIONI di MARIA FRANCO. Non questa volta, di Katia Colica (Castevecchi)

LE RECENSIONI di MARIA FRANCO. Non questa volta, di Katia Colica (Castevecchi)

colica

«Reggio Calabria sembra sempre in bilico tra la veglia e il torpore. Viviamo sull’orlo, al termine di tutto quanto, sembriamo cavarcela sempre con quattro ore di sonno e qualche espresso, smorzando l’indolenza di una stanchezza innata con la scusa delle lucciole che cantano fino quasi a novembre inoltrato e ci addestrano a una notte piccola. A un inverno che non c’è mai del tutto, che passa a trovarci nel modo in cui lo farebbe un parente cortese che si accomoda soltanto per il tempo di un caffè, giusto per non disturbare.» È una Reggio particolare quella di Non questa volta, il romanzo di Katia Colica in uscita per Castevecchi. Vista nelle sue strade, nel suo straordinario orizzonte sul mare, nella magia della Fata Morgana, ma, soprattutto, nel e dal carcere, il San Pietro, affacciato sul ponte del Calopinace e non lontano da piazza Carmine.

«Abbiamo tutti facce diverse qui dentro, facce fedeli alle nostre storie. Il nostro mondo si è ristretto come un maglione lavato male e noi cerchiamo di stenderlo dalle maniche, per poi vederlo subito ritornare minuscolo e infeltrito dentro i sedici metri quadrati di questa stanza. Siamo persone normali, anche se non si direbbe, ognuno col proprio errore dentro le tasche da rigirarsi tra le dita come un ciondolo. Con il tempo abbiamo un rapporto esclusivo e perdente. Gli soccombiamo sentendo addosso tutto il peso della sua lentezza. Intanto le ore, i giorni e i mesi si consumano inaspettatamente, sterili e inutili. Viviamo un presente distorto, falsato dal cattivo uso della nostra memoria e guardiamo al futuro con imprudenza e astio.»

A raccontare, in prima persona, del mondo di dentro è Nicolò Battistini, detto Never, insegnante precario di inglese, genitori anaffettivi, nessuna relazione sentimentale seria: «Negli anni avevo imparato qual era il mio posto, cosa aspettarmi, cosa invece no. Un pellegrino che passava le sue estati senza cattedra da disoccupato ad aggiornare domande di messa a disposizione e aspettare graduatorie. Entravo e uscivo dalle scuole come un forestiero mal tollerato, uno a cui delegare qualche supplenza nelle ore buca.» Con un amico, esasperato da un difficile divorzio, ha organizzato una rapina ad un ufficio postale, dallo strano svolgimento e dal tragico esito: reato che l’ha portato in carcere: «Arriviamo qui dentro per mille motivi, ma tutti allo stesso modo, come feti sputati in un mondo osceno e spudorato. I nostri crimini passano in secondo piano e resta in piedi una specie di sopravvivenza imperfetta che non lascia spazio per riflettere sugli errori. La punizione che paghiamo la avvertiamo esagerata, sproporzionata, molto più grande di qualsiasi rimorso di coscienza e la percezione dei nostri sbagli si assottiglia fino a diventare un dettaglio trascurabile. Non c’è nessuno che ci faccia capire come stanno davvero le cose, il deserto che ci siamo lasciati alle spalle; nessuno che abbia uno specchio da metterci davanti la faccia. La prigione è uno spazio che sigilla ogni errore come dentro un barattolo a chiusura ermetica e rimescola la verità con l’immaginazione. Ci capita di dimenticare facilmente i torti fatti ostinandoci su quelli subiti, e non ci passa neppure per la testa che questa sia una condizione mirata alla riabilitazione. La avvertiamo come un castigo cieco, inadeguato.»

È una quotidianità difficile, quella del carcere: «Qui ognuno controlla le mosse dell’altro in una specie di sfiducia reciproca. Pensiamo intimamente che ognuno dei compagni possa fregarci, umiliarci, rubare qualcosa che per noi è prezioso, o soltanto nostro, e tanto basta. I pregiudizi sui carcerati resistono anche qui, anzi: si moltiplicano addosso ai nostri sguardi miopi, incattivendoci. Ci guardiamo con il taglio feroce degli occhi di chi è stato ferito. O peggio, di chi ha ferito. Qui il nemico ha la faccia di tutti, nessuno escluso. Ma non vogliamo fare del male, questo almeno no, vogliamo solamente starcene soli. Vogliamo soltanto non essere derubati di quell’intimità che qui non avremo mai e che abbiamo perduto lungo le nostre cattive strade.»

Eppure, nello spazio angusto della cella, dall’aria «satura che sa di tazza del cesso, di sudore, di deodorante del discount, di mozziconi, di essere umano vivo», il confronto con l’umanità, dolente e spezzata, di carcerati (soprattutto il camionista Bee Jees) e agenti (che lui chiama all’antica, “secondini”) diventa lo specchio in cui questo strano uomo senza qualità – acculturato, con lavoro, sebbene precario, “intellettuale”, ma privo di radicamento etico – ripensa se stesso, quasi in un umile, intimo, allargamento delle proprie capacità di compassione e di apprezzamento della vita. E quando Angela, la donna che aveva conosciuto e frequentato per poche ore il giorno della rapina, gli porta in carcere gli occhiali ormai aggiustati, è come se si attivasse un processo di “recupero” di uno sguardo diverso su se stesso e sulla realtà: «Nella cella c’è una luce cristallina e pungente che mi rimescola i pensieri e li fa diventare leggeri. Incredibilmente. Sono stato due anni senza occhiali da vista. Due anni, Dio. Nessuno mi ha mai chiesto se ne avessi bisogno e io non li ho mai chiesti a nessuno. Adesso che li ho addosso non voglio perdere un solo raggio di questa luce strana che filtra qui dentro. Ma non voglio nemmeno perdermi la luce grigia e blu della notte che verrà o quella arancione di domani all’alba. Si fa in fretta a smarrire via tutto quanto, e io ho paura di perdere ancora una volta tutte queste cose. Di smarrirle per strada come ho fatto finora. (…) Ma il cuore di colpo si allarga, sorrido e mi perdo in un pensiero fragile di vento e salsedine che non sciuperò. Non questa volta.»

La speranza –come forza ricostruttiva di ogni persona – diventa così la nota decisiva di una storia narrata con stile terso, in un andirivieni piano tra passato e presente, che getta una luce originale sul carcere reggino: pullulante di un’umanità “marginale” solo per chi ha sguardo troppo miope.

Katia Colica Non questa volta, Castevecchi, pp.170, euro 17,50