SCENARI. Piattaforme social, omologazione e business

SCENARI. Piattaforme social, omologazione e business

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Covid e lockdown hanno aumentato il bisogno di connettività, dato che il distanziamento sociale è uno degli strumenti più efficaci.
Le piattaforme social sono le piattaforme che permettono agli utenti di socializzare online creando pagine personali o condividendo file multimediali. Lavorano in tempo differito, cioè in modo sequenziale tra gli utenti. Esempi più diffusi: Facebook, Youtube.
Nei mesi di lockdown e in questi successivi, hanno mantenuto i loro utenti, ma con un maggiore uso.

Le piattaforme di comunicazione e collaborazione sono le piattaforme che permettono agli utenti di interagire contemporaneamente. Lavorano in tempo reale mettendo gli utenti tutti in parallelo. Sono nate per le conference call, e si sono evolute permettendo di condividere file multimediali. Esempi più diffusi: Teams, Zoom, GotoMeeting.

Sono apparse dal nulla al grande pubblico ed hanno avuto una diffusione incredibile nel lockdown. Dall’essere oggetti informatici per iniziati, in uso alle multinazionali per le riunioni intercontinentali tra dirigenti, si trasformano in oggetti quotidiani, come una penna o un quaderno, per 1 milione di insegnanti e 10 milioni di studenti, dalla scuola materna all’università. Su esse, sulla loro trasformazione, punta adesso l’attenzione degli studiosi.

Le piattaforme social avevano invece già un grande numero di utenti: ad esempio Facebook più di 2,4 miliardi e  Youtube più di 2. Su di esse la riflessione degli studiosi ha sviluppato analisi approfondite. Un libro interessante è: The culture of connectivity, a critical history of social media, scritto da una docente dell’Università di Amsterdam, Van Dijck, pubblicato dalla Oxford University Press. L’autrice propone di disaggregare ogni piattaforma social in due parti: tecnico-culturale e socio-economica.

Un modo nuovo di analisi delle piattaforme social che è stato ulteriormente sviluppato da altri autori. L’analisi ancora più comune è quella delle caratteristiche “asettiche” di tipo informatico e quindi roba da programmatori iperspecialisti. Il tema, condiviso da molti autori, è che si passa da un web libero e generatore di libertà, a un web social definito dagli algoritmi (o dai motori) e dal business. Il meccanismo generale di base è: gli algoritmi sulla base della profilatura degli utenti, generano informazioni prioritarie per gli utenti stessi, e per altri utenti che hanno la stessa profilatura. Con alcuni importanti effetti, che prescindono dall’utente e dal social.

UNO
Conosciuto il profilo del singolo utente, gli vengono suggerite, come informazioni prioritarie, quelle connesse al suo profilo. In qualche modo è come se il futuro informativo del singolo utente venga ad essere definito dal proprio passato. Se ho cercato un libro, quel libro mi viene riproposto continuamente, se ho letto la notizia di un terremoto, mi piovono addosso le notizie di tutti i terremoti, e così via. Di fatto è come se si impedisse un pensiero divergente, una modifica del giudizio.

DUE
Tutti quelli che hanno cercato un qualcosa, vengono omologati in gruppi su cui vengono convogliate le stesse informazioni, quindi è come se si producesse una sorta di omologazione di massa. E’ semplice pensare a cosa possa accadere quando questa omologazione avvenga, per esempio, sulla decisionalità per il voto politico.

TRE
Si è generata una nuova codifica del linguaggio. La lingua come la conosciamo viene sintetizzata prima e trasformata dopo. Si pensi soltanto all’utilizzo del like. Da verbo inglese di opinione, spesso leggera, si trasforma in giudizio pubblico spietato. Gli stessi contatori dei like possono anche essere preda di altre piattaforme o di hacker che ne incrementino artatamente i numeri

QUATTRO
Gli algoritmi che ricercano per conto degli utenti, per esempio, fatti di violenza o di mafia, produrranno in autonomia nuova ricerca di fatti di violenza per re-inviarli all’attenzione di quegli utenti. I titoli con maggiore violenza saranno più gettonati, e chi immette nuove notizie proverà a fare titoli con parole tali da essere selezionate dagli algoritmi, e ciò in una spirale continua. Mentre parole come, sempre per esempio, edilizia scolastica non saranno che cercate da pochissimi e mai nessun algoritmo le cercherà, e quindi mai nessuna notizia su chi realizza nuove scuole arriverà all’utente. Anche se sappiamo che 10 milioni di italiani tra studenti, insegnanti e personale sono direttamente interessati, con famiglie di 4 persone avremmo 40 milioni di italiani.

Si sono citati solo questi quattro effetti, ma l’elenco potrebbe essere più lungo. Nei social l’utente viene utilizzato due volte: la prima quando produce contenuti e la seconda quando li consuma. Mentre nelle piattaforme di comunicazione l’utente è il protagonista consapevole e nessun algoritmo può condizionarlo.
Quindi si può porre una domanda retorica: Come mai le piattaforme social sono gratuite e le piattaforme di comunicazione si pagano?

*Unirc