REGGIO, MARZO 1743. La peste nel racconto di Spanò-Bolani

REGGIO, MARZO 1743. La peste nel racconto di Spanò-Bolani

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Marzo 1743: una tartana genovese carica di grano attracca al porto di Messina; durante lo scarico della merce si scopre che il capitano e un paio di marinai erano cadaveri a bordo: morti di peste. Le autorità della città minimizzano, i medici locali visitano i defunti e decretano che la loro dipartita è dovuta a febbre epidemiologica, i commercianti tirano un sospiro di sollievo. Gli affari possono continuare. Due giorni dopo la malattia esplode in città, e i messinesi cominciano a morire come mosche.

La notizia viene riportata a Reggio, le autorità delle città dirimpettaie si scambiano dispacci, i trafficanti di entrambe le sponde minimizzano, rallentando le azioni di contenimento, fin quando, ad aprile, con Regio Decreto, ai messinesi viene interdetto qualunque commercio con altri paesi.

Era governatore di Reggio un pessimo esponente di quella nobiltà predatoria tipica dell’epoca, un tale Diego Ferri, che stabilisce un cordone sanitario tra le due sponde. Ma alcuni furboni, partendo da Catona e da Villa S. Giovanni, continuavano a solcare le onde dello stretto, facendo convenienti affari con i peloritani tra i quali la tremenda malattia si andava diffondendo celermente.

Il patrizio Antonino Spanò guidava il losco e sciacallo traffico, tramite i suoi fidati servi Paolo Lombardo e il fratello che risiedevano sulla costa, verso Villa San Giovanni; le merci scambiate con la città appestata venivano stoccate a Reggio presso il convento di Orazio Griso, uno dei numerosi monaci cittadini, e la dimora di Paolo Spanò, un calzolaio. Il dieci giugno i servi barcaioli si ammalarono e morirono, venendo sotterrati nascostamente. Antonino Spanò, prima di fuggire a gambe levate, ebbe almeno la decenza di avvertire le autorità, ma il Governatore Ferri, pressato dai notabili, decretò trattarsi di malattia ordinaria. Nei giorni successivi morirono madre, mogli e tutti i figli dei Lombardo; il medico Zangari accertò la peste e scrisse un’accorata supplica al Ferri, che tergiversò ancora, mandando i due luminari più illustri Saverio Fucetola e Francesco Marrari ad accertare i fatti. Al ritorno Fucetola, che aveva trovato altri già infettati dal bubbone, era certo dell’epidemia pestilenziale, mentre Marrari non era dello stesso parere. Per le rivalità accademiche si sprecarono i giorni e i traffici tra le due sponde continuarono segretamente. La peste a Messina era intanto esplosa in tutta la sua virulenza, uccidendo migliaia di poveracci.

I due sindaci reggini, Giuseppe Genoese e Antonio Melissari, presero allora l’iniziativa e costrinsero il Ferri a disporre una guardia armata (trecento mercenari svizzeri, che risiedevano al Castello) per sorvegliare i confini cittadini. Ciò provocò l’ira del Duca di Bagnara Carlo Ruffo, che mandò il suo medico personale Battista Falcone a smentire l’esistenza stessa del male, accusando il Fucetola di incompetenza. I cittadini si divisero: chi si terrorizzò, chi continuò con noncuranza la sua vita, il blando cordone armato venne aggirato e beffato in mille occasioni, fin quando il male non scoppiò, colpendo per prime Villa, Pezzo e Catona; in pochi giorni morirono ottanta persone.

Il sette di luglio del 1743 il calzolaio Paolo Spanò, che abitava e aveva i magazzini appena fuori porta Mesa, trovò la figlia morta. Il lutto portò parenti e amici a far visita, ma Frate Orazio Griso, istruito e sagace, rifiutò di celebrare le esequie e di far seppellire il corpo nel convento di San Francesco, di cui era guardiano. Passarono due giorni e anche l’altra figlia dello Spanò si ammalò e morì. Frate Griso allora, atterrito e pentito, cominciò a girare per le strade urlando forsennato: La peste! La peste!

Niente da fare. La commissione medica istituita per il caso concluse che non trattavasi di peste, ma di febbre ordinaria; solo il Fucetola continuò a sostenere il vero, contro il parere di altri illuminati, al soldo degli affaristi.

Il quindici luglio Frate Griso morì. Il giorno dopo morì una che s’era recata a far visita agli Spanò. Il morbo attaccò violentemente le case attigue ai depositi del contrabbando. I nobili reggini, felloni, lasciarono la città di corsa. I notabili di valore e onestà, guidati da Felice Laboccetta, prepararono un piano sanitario, ma s’intromise il Vicario generale del Regno, il conte Maony, che ridimensionò l’allarme, e in accordo con il Ferri lasciò passare ancora giorni preziosi. Ogni giorno di lavoro (degli altri) perso infatti era per loro un mancato guadagno. Come riporta lo Spanò- Bolani, ai cittadini più facoltosi “Dio aveva tolto il senno”. Ai primi di agosto il morbo attaccò in tutta la sua virulenza, i cittadini cominciarono a morire a sciami, vennero chiuse persino le chiese.

Crepavano, tra feroci sofferenze, sessanta reggini al giorno, quasi tutti popolani, visto che nobili e ricchi erano già lontani. Si dispose un cordone sanitario che serrò la città in una morsa: da Scilla a Fiumara, Calanna, Cerasi, Cardeto, Motta, ridiscendendo per la marina, venne scavata una lunga trincea presidiata dagli svizzeri. Reggio rimase segregata. Nella zona del Trabocchetto si edificò un lazzaretto, i viveri scarseggiarono da subito, alla malattia si unirono la fame, la solitudine disgraziata, il terrore. Soltanto dei coraggiosi e pietosi religiosi si occuparono degli infermi: padre Paolo Moschella e Fra Mansueto di Sant’Agata, che perirono poco dopo, e due sopraggiunti da fuori in aiuto, Pietro da Santagata e Antonio da Siderno. Tutti gli altri si murarono nelle loro dimore, attenti solo a salvare le proprie vite. Reggio, che aveva poco più di diecimila abitanti, ebbe più di seimila morti (contado escluso), e conobbe un triennio tra i più infelici e dannati della sua storia.

“In mezzo al profondo silenzio della morte non altro ti feriva l’orecchio che il cigolar delle carrette, che trasportavano i cadaveri al cimitero”

Ps la vicenda è raccontata in “Storia di Reggio Calabria” di Domenico Spanò Bolani- Barbaro Editore- 1993