CALABRIA. Quando eravamo (molto più) poveri

CALABRIA. Quando eravamo (molto più) poveri

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In Calabria eravamo poveri. Non la povertà contemporanea, che comunque non ammazza nessuno di fame. Era miseria vera, ornata di malattie, d’indigenza, di stracci e di cattivi odori. Era la miseria sulla quale sono fiorite la malavita e il malaffare, la corruzione e la sudditanza, e sulla quale, con il progredire poi del benessere, si sono innestate tutte le problematiche contemporanee.

La povertà aveva risvolti comici e grotteschi: il cibo prima di ogni cosa, come si evince dalle preoccupazioni anche contemporanee dei più anziani. La fame ci ha lasciato in eredità una voracità umoristica. Al nipote ingegnere nucleare emigrato negli Stati Uniti, la nonna chiede in apertura di videochiamata “Mangiasti?” I carrelli della spesa dei calabresi sono pantagruelici in tempi normali, durante le feste si trasformano in TIR. Le porzioni sono sempre doppie, o triple. La rivincita degli indigenti, si potrebbe dire.

La rivincita di quando si masticavano carrube al posto di caramelle dietetiche. Di quando era proibito lasciare qualcosa nel piatto. Quel poco che c’era te lo dovevi ingozzare. Altro che “non mi piace”. Se il bambino avesse fatto i capricci, il genitore avrebbe posato accanto al piatto di cavolfiore fumante una pietra levigata. Se non ti piace, puoi mangiare quella. La dispensa era spesso chiusa col lucchetto, e le chiavi le portava la mamma appese al collo. La carne i più fortunati la mangiavano una volta a settimana, la domenica nel ragù, e per la felicità si lasciavano il sugo sul mento come ornamento. Un simbolo di classe sociale. A pesca e a caccia non si andava per spasso. Si andava per necessità. Non esistevano i congelatori, non si eccedeva in riserve casalinghe, se non quelle fatte in casa. Ad agosto la città era colorata dai pomodori messi ad essiccare. Ai primi di settembre migliaia di calderoni fumanti segnavano il periodo delle “bottiglie”, i sughi pronti- molto più buoni, tra l’altro- antesignani del cibo plastificato. Si preparavano melanzane, funghi, marmellate, confetture di ogni tipo. E ciascuna di queste occasioni corrispondeva ad una festa. La festa dell’incontro. Bambini felici e adulti indaffarati.

Gli abiti erano pochi, e passavano da fratello a fratello. Così come le scarpe. Il paio buono tenuto per le feste. Si camminava scalzi, ancora all’inizio degli anni Sessanta. La pianta del piede sviluppava una callosità come quella degli asini. Una volta uno del rione pescatori, durante una carica dei Fatti di Reggio, si fece a rotta di collo mezza Via Galileo Galilei, lasciando una scia di scintille incandescenti. Gli si era conficcato un chiodo nel tallone e, come disse lui poi “faceva fuoco” correndo. Le persone erano dure. I bambini erano duri. A dieci anni fumavano e parlavano di donne. Gli sfortunati con qualche difetto fisico non avevano i mezzi per correggerlo. Denti storti, nasi lunghi, piedi piatti. L’estetica delle ragazze parlava chiaro. Proibito depilarsi, almeno fino ai quindi- sedici anni se non di più. Molte, superate i vent’anni, potevano truccarsi solo fuori dalle pareti domestiche. Non esistevano palestre e manicure, la cura del corpo era considerata roba da viziati, i muscolosi erano soltanto muratori e facchini. Si viveva come in una grande comunità aperta, all’insegna dell’ipocrisia sessuale e di principii da epoca romana. In compenso le case chiuse abbondavano. La povertà svende la dignità. Per le poche donne (pochissime) delle classi basse che lavoravano il destino era segnato: si andava a fare la sartina, o la commessa sottopagata, oppure…

La povertà è fonte d’infelicità, inutile girarci attorno. Ma il mito greco insegna. Dalla povertà (Penia) e dall’arte di arrangiarsi (Poro) nacque Eros, l’amore. Consolatorio, ma efficace, e anche illuminante sul tramonto dei sentimenti, sulla schizofrenia e il narcisismo patologico che contraddistinguono il presente.
Eravamo poveri, e non eravamo affatto belli. Oggi siamo belli, e continuiamo a restare poveri, per qualcosa che abbiamo perso e che non tornerà mai più.

La trasformazione della società, da indigente ad opulenta, ha portato insieme ai benefici (molti) anche alla disgregazione di un comune “sentire”. Tutti sanno leggere, ma cosa si legge? Tutti possono scegliere, ma cosa si sceglie? A che è servito il benessere, se non a creare un feroce individualismo di massa (sembra un ossimoro, ma è realtà) che ha in fondo sostituito una infelicità con un’altra?
Quella povertà è defunta, e l’amore la sta seguendo nella tomba.

Pier Paolo Pasolini aveva previsto tutto.