LA RECENSIONE. Roccu 'u Jancu': poesie didascaliche  e di rimpianto

LA RECENSIONE. Roccu 'u Jancu': poesie didascaliche  e di rimpianto

Roccu u Jancu

Roccu Pulitanò, Casignana 1866- Caraffa 1955, fu pastore e poeta dialettale di vaglia che nulla pubblicò in vita e molto lasciò nella memoria dei suoi compaesani. Dopo la sua morte la sua produzione venne saccheggiata da poeti della domenica e cantanti folk. 

Una buona silloge delle «canzuni» di Roccu venne pubblicata a Bovalino da Domenico Antonio Sgrò nel 1974 con il titolo Risbigghiati figghiola e vvi cu canta; ad essa abbiamo attinto per alcune escursioni uscite su blog e periodici nei mesi passati.

Devo alla cortesia di Domenico Catanzariti di Platì la conoscenza della plaquette Roccu 'u jancu' 150 anni dopo (Arti grafiche Spataro, Ardore 2016) che mi dà modo di tornare a parlarne.

 Il volumetto contiene dieci canzoni antologizzate e due riferite da pronipoti dell'autore (Antonio Luverà, p. 17, e Rosa Luverà, p. 19): tutte sono formate da otto endecasillabi ciascuna (equivalenti a due quartine, «pedi di canzuna», ritenute dall'autore congrue alla tradizione del canto agricolo: «Gli sembrava sconveniente superare tale misura per non mancare di rispetto a chi ascoltava», Rocco Luverà a p. 5) tranne quella intitolata Per le nozze della nipote Agata Luverà: si tratta in questo caso di un testo encomiastico di 48 versi in cui augura alla dedicataria che, oltre a brillare per rettitudine e decoro, si faccia «massara» di scienza come i suoi fratelli già sposati («Nu massaru di scienza u vi haciti / comu li vostri frati maritati»); per intendere a pieno l'augurio e la metafora che lo veicola occorre sapere che «massaru» è parola risalente all'organizzazione delle campagne in età carolingia quando vennero creati dall'amministrazione imperiale i «mansi», discreti appezzamenti di terreno su cui veniva collocato un «mansuarius» e la sua famiglia perché li coltivassero. Da mansuarius deriva il calabrese «massaro» che indicava un contadino benestante che a, a differenza della massa dei braccianti, disponeva di terra propria per la produzione che necessitava alla famiglia.

Anche il genere usato da Pulitanò è significativo: alla nipote non augura di diventare «massara», cioè moglie del «massaro» e quindi benestante di «scienza» per via riflessa, ma «massaru» al maschile come per i fratelli.

Interessanti poi la contrapposizione Schjettu/maritatu e la raccomandazione di considerare chiuso il periodo giovanile in cui si fanno le «mirrunati» (altrove «smarronati», fesserie, stupidaggini, ma Rohlfs ha «marrunaru», abborraccione, grossolano, probabile derivazione dallo spagnolo «marrano», giovane porco, con cui venivano additati gli ebrei e i mussulmani convertiti) che il poeta riconosce di aver pur fatto e di aver cessato dal giorno del matrimonio in avanti :

Quandu eru schjettu eu mi lu sapiti
 Eru unu di chilli smadullati,
Mi maritavi, ndavi mi sapiti,
Mi fici omu di serijetati.
Quandu la sira a casa vui tornati,
Pa-mmi mangiati e pa-mmi vi curcati
Non è cchiù tempu hora mi nesciti:
lu sopnnu persu no recuperati (p. 22)

La prospettiva è quella di campare felici cento anni godendosi la famiglia e poi, a morte avvenuta, conquistarsi il compianto universale e finanche quello delle pietre della strada: «Doppu cent'anni, quando vui moriti / a li petri di la via mi si dispiaci» (p. 23).

Il libretto contiene anche due poesie «di rimpianto» per il mondo (passau lu mundu sanu e no lu vitti) e la vita (ca, comu vinni, a vita si ndi vai) che passano nell'insipienza degli uomini che neanche se ne accorgono.

La prima Ciànginu st'occhi mei (p. 21) è formata da otto endecasillabi; al verso cinque ( Ma maru cu 'ncappa nta li cosi storti) va espunta la congiunzione avversativa iniziale sia perché non ha senso (il verso precedente, nta chissa terra ndavi tanti affritti, era anch'esso di contenuto negativo) e sia perché fa sforare le undici sillabe. Maru viene dal greco mavros, nero, povero.

Ciànginu st'occhi mei tra nott'e jornu
Pa-cchì mi succedìu nu grandi dannu.
Passaru tempi boni, belli e brutti:
Passau lu mundu sanu e no lu vitti.
Nta chissa terra ndavi tanti affritti
maru cu 'ncappa nta li cosi storti!
Ora mi pigghiu pur'eu li patannostri,
Ca di stu mundu perdivi li diritti.

La seconda si intitola Era comu nu 'rcegliu (p. 17) e si chiude con una malinconica immagine del poeta vecchio che si espone ai raggi del sole perché sente il freddo della neve dentro le sue carni:

Mi si pensa stu mundu tradituri
Sarrissi megghiu mi mi jettu a mmari!
Chista è la pena mia e lu cchiù duluri
Ca comu vinni a vita si ndi vaj!
Pensu a lu tempu di quand'era 'n hjiuri
Era comu nu 'rcegliu a vvirdi rami.
Ora mi sedu e mi cogghju lu suli
Ca ntà li spagli mei, la nivi ndavi.

Tra gli altri componimenti risalta O corbu nigru (p. 24) che conta dieci versi, quindi due pedi di canzuna più i due versi finali che appartengono alla «coda» e contengono la morale racchiusa in un noto proverbio.

I rimanenti otto versi presentano sfasature metriche e lessicali che, sulla base della tradizione diffusa anche in zone contigue della Calabria, richiedono emendamenti. 

O Corbu nigru chi va girjandu
Nta (chi) sta ruga non c'è(sti) guccerìa
Chilla bella chi tu va cercandu
Sallu di certu chi non è pe' ttia.
E pe cu esti cara la manteni
E tu di la gran pena morirai.
Tu si comu nu cani di gucceri
Chi baja sempri e non mordi mai
Maru cu non si fa l'affari soi
cu na lanterna va cercandu guai.

Il metro di questi componimenti è l'endecasillabo; in questa versione sono endecasillabi perfetti i versi 1, 2, 4, 5, 6, 7, 9 e 10; il verso 2 ha undici sillabe ma presenta l'anomalia della III persona singolare del presente del verbo essere che  compare nella accezione italiana, c'è mentre il dialetto ha la forma esti, come nel verso n. 5 (e pe cu esti). Anche sulla base di una versione circolante in zona grecanica si potrebbe suggerire la seguente soluzione: Nta sta ruga non nc'esti gucceria, in grecanico buccerìa, ma le due forme (bucceria e gucceria) come il siciliano vuccirìa discendono dal francese boucherie, macelleria. Il significato è chiaro: non essendoci macelleria in quella ruga (che equivale a corte, spazio antistante le abitazioni sommariamente ammattonato) il corvo che va cercando carcasse deve girare al largo.

Il verso 3 presenta dieci sillabe quindi non è tramandato in modo adeguato; le due parole iniziali, oltre che foneticamente ripetitive, presentano chilla che è ingiustificato perché Roccu rende il nesso intervocalico –ll- con -gl- e, quindi dovrebbe venire chiglia,  come nei  precedenti componimenti abbiamo spagli per spalli e 'rcegliu per aciellu. Molto meglio la versione grecanica: la bella chi mandasti salutandu.        

Platealmente interpolato il mordi del verso 8 in quanto non esiste in dialetto calabrese il verbo mordiri; quindi va sostituito con mùzzica da muzzicari, latino morsecare.