IL RICORDO. 43 anni fa: la tragedia di Moro e la perdita di una generazione

IL RICORDO. 43 anni fa: la tragedia di Moro e la perdita di una generazione

fani

16 marzo 1978. A Reggio era già primavera e noi al liceo scientifico “L. Da Vinci” guardavamo il cielo fuori dai finestroni seguendo distrattamente la lezione di matematica.

Nella testa ci risuonavano le canzoni in voga, Rino Gaetano su tutti; le nostre facce adolescenziali erano buffe e curiose, cariche di sogni, di idee appena abbozzate, di passioni che anelavamo eterne, di curiosità impellenti, di irresistibile desiderio di essere altrove, in spiaggia, in campagna, a giocare a calcio, o a corteggiare una tra le tante coetanee che stavano dando un senso diverso alla vita. Quasi tutti, in un modo o nell’altro, seguivamo la politica, magari ad imitazione dei più adulti piuttosto che per interesse spontaneo. Ero al primo superiore ma la politica, nelle nostre vite, era presente eccome. Si dibatteva, si sparavano stupidate, si citavano Bertrand Russell, Lenin e Guevara (a vanvera), si scrivevano slogan fiammeggianti sui diari e sui muri. La divisione era netta, i compagni da un lato, i camerati (pochissimi al Vinci, molto più numerosi al Campanella, il “classico”) dall’altro, i cattolici, i meno chiassosi, al centro. Sembrava quasi di esser al Parlamento, eravam venti ma sembravamo cento.

Improvvisamente a metà mattinata dal corridoio si udì uno scalpiccio forte, un clamore montante, poi un ragazzo (un rappresentante d’Istituto) che conoscevamo di fama come uno tra i più attivi politicamente spalancò la porta dell’aula.

“Hanno rapito Aldo Moro!” urlò, e proseguì di fronte alla faccia attonita della professoressa. “Assemblea generale nel cortile, proclamato lo sciopero generale, scendete tutti!” poi corse verso le altre aule ripetendo il messaggio. Dopo i primi istanti di sbigottimento, con la prof che intimava di non muoverci dai banchi, si levò prima un brusio, poi, come mossi da una contemporanea molla, in massa abbandonammo l’aula e ci riversammo nel campo di basket del cortile.

L’assemblea non fu assemblea. Fu un casino generalizzato. Sbucò fuori un megafono, con certi citrulli che vaneggiavano di lotta del proletariato, di inizio della rivoluzione, altri che facevano il coro “scemi-scemi” così in voga allora, una ragazza prese la parola intervallando il discorso con dei “cioè” ritmici ripetuti ogni frase, un altro coraggiosamente chiese se ci stavamo rendendo conto di quello che stava accadendo, un altro ancora invocò la pena di morte, uno ribadì che “così finalmente il PCI dovrà schierarsi o con noi o con loro”; poi sbucarono quattro fascisti defilati che a braccio teso cominciarono a inneggiare al Capoluogo, e già c’erano scintille e petti in fuori e sguardi truci quando comparve il preside che ci intimò di lasciare la scuola entro pochi minuti altrimenti avrebbe chiamato la forza pubblica e chi fosse rimasto sarebbe stato espulso da tutte le scuole del regno. Disse proprio così.

Ce ne andammo. La giornata era bellissima e sul corso si erano riversati gli studenti di tutte le scuole. Io e Valentino, mio compagno di banco, prendemmo un cono e ce ne tornammo lenti lenti verso casa. Parlammo del rapimento di Moro. Non ci stavamo capendo niente. Per noi quello era il politico amico di noialtri comunisti. Perché proprio lui? Non potevano prendere Andreotti, ci domandavamo con tutta l’ingenuità del mondo concentrata nei nostri sforzi di comprensione della realtà. La sinistra deve essere unita, ribadivamo. Solo così potremo cacciare lo stato borghese. Mi faccio tenerezza, oggi.  

Quando arrivai a casa trovai mio padre tutto serio e scuro in volto, la televisione accesa e le immagini tragiche di via Fani che diffondevano il dramma ovunque. C’era una tremenda atmosfera di lutto e di pericolo imminente. Coglievo la grandezza tragica del momento storico, ma ero più disorientato che altro. Hanno superato i limiti, diceva mia mamma, arrabbiata.

Nei giorni successivi non si parlò di altro. Molti tra noi, diciamolo chiaramente, con la scusante dell’ingenuità e di quel bel film che è la gioventù, in un certo modo parteggiavano per le gesta sanguinarie della lotta armata. Roba da vergognarsi nei secoli dei secoli.

Ma la questione oggi non è quella della vergogna. La questione irrisolta è la comprensione della storia. Uno sforzo che in Italia non è mai stato fatto. La soluzione giudiziaria della lotta armata ha trovato il suo compimento già da decenni. Quella che è stata sepolta, rimossa come un peccato di gioventù, come una colpa da espiare, è la rilettura critica di un movimento, operaista, comunista, rivoluzionario, che tutt’oggi viene giudicato estraneo alla realtà, come se i brigatisti di via Fani fossero stati dei marziani caduti sulla terra e non l’apice, sicuramente atroce nei mezzi, condannabile e condannato dalla storia e dalla morale, di un percorso di rinnovamento che ha profondamente cambiato la nostra nazione.

Da quei fessacchiotti che eravamo, io e Valentino pensavamo che la sinistra fosse una, ispirata dalle idee di Marx e Lenin, e che Berlinguer volesse in fondo la rivoluzione proletaria.

Ci sbagliavamo, certo, ma fin quando non si affronterà il problema politico di quella drammatica stagione, affidandone la rilettura soltanto ad osservatori distanti e scarsamente obiettivi, sarà per la nostra Italia come uscire da una seduta di psicoterapia senza aver messo a nudo il trauma principale della storia, giustificando il riflusso che da allora ci percuote come fatto determinato e dovuto, come conseguenza dei sogni che diventano omicidi, come effetto di chi vuole troppo e non ottiene nulla.

Compagni che sbagliano, si diceva, ed era vero. Il prezzo pagato per quei compagni è equo allora? Perché loro hanno sbagliato, ma il prezzo, oggi, lo paghiamo tutti.