La rosa e la spina: anafore e chiasmi dell'amor melitese (1881)

La rosa e la spina: anafore e chiasmi dell'amor melitese (1881)

mandalari

Nella raccolta di Mario Mandalari (Canti del popolo reggino, Napoli 1881, p. 199)  c'è un «pedi di canzuna» secco, n. 10 dei canti melitesi, che è un vero e proprio scrigno stilistico:    

'A rrosa è  bedda ed avi 'a cruda spina
'A spina sta mmucciata nta la rrosa,
vitti la rosa e non curai la spina
'A spina mi firìu; sanami, o Rrosa.

Il canto andrebbe emendato ai versi 1 e 3: 1) quella che sembrerebbe una «d» eufonica aggiunta alla congiunzione «e» prima del verbo «avi» (III persona del presente indicativo di «aviri») deriva quasi con certezza da una regressione della «d» dalla forma pronominale «'nd», che in Calabria meridionale precede sempre il verbo «aviri» (nd'aju/ nd'aj/ nd'avi, nd'èppi, nd'èppimu, etc): da «nd'avi» («ne ha») alla congiunzione «e» che precede con la trasformazione di «e nd'avi» in «ed avi». Anche la copula «è» che congiunge «rosa» a «beddha» appare  sintatticamente superflua dato che, nella seconda parte del verso, nome e aggettivo («cruda» e «spina») appaiono accostati senza alcun elemento sintattico che li unisca. Questa soluzione eliminerebbe infine la doppia sinalefe, necessaria dopo «rosa» e «bedda», per rientrare nell'endecasillabo; 3) una versione tramandata fino a qualche generazione fa invertiva «alla latina» il predicato verbale e il complemento oggetto del terzo verso: «la rosa vitti» al posto di «vitti la rosa».

La versione buona sarebbe stata, perciò, la seguente:
'A rrosa beddha nd'avi 'a cruda spina
'A spina sta mmucciata nta la rrosa,
la rrosa vitti e non curai la spina
'A spina mi firìu; sanami, o Rrosa.

Nella chiusa l'elemento vegetale originario viene sostituito, con un geniale quanto immaginoso colpo d'ala, con l'amata di nome «Rrosa», cui compete di sanare nell'animo dell'amante la ferita da spina. 

I quattro versi, endecasillabi perfetti a rima rigorosamente alternata, sono «incatenati» a due a due mediante la stessa parola, «spina», con cui finiscono i versi 1 e 3 e con cui iniziano i versi 2 e 4; e, d'altra parte, la parola che apre il breve componimento, «rrosa», fa da cerniera al primo distico ed apre il secondo passando, in fine, a chiudere distico e strofa nel verso finale.

Anafora
La prima figura retorica che si presenta è quella dell'anafora con cui una parola viene portata (verbo greco φέρω) sopra (ἀνά) da un verso che precede a quello successivo perché, evidentemente, l'autore vuole insistere sul suo contenuto e sulla sua potenzialità emotiva.

Si veda la seguente terzina, in dialetto calabro-romanzo meridionale:
A iddha, vogghiu
A iddha m'annu a dari
Cu iddha si ncarnau lu me cori.

Qui la ripetizione del pronome personale, iddha, ad ogni inizio di verso mira a collocare al centro del canto, ed anche per chi ascolta, il pensiero fisso dell'innamorato: lei-iddha.

Ma l'anonimo inventore della quartina che ci occupa va oltre la generica anafora per approdare ad un caso specifico di essa che è noto agli studiosi di metrica romanza come lascia-e-prendi (in sardo lassa-e-pidda) che «consiste en terminar una estrofa y comenzar la siguiente con las mismas palabras» o anche «la repetición de una o varias palabras de un verso en el comienzo del verso siguiente, o del último verso de una estrofa en el primero de la estrofa siguiente» (Wikipedia, ad vocem Leixaprén).

Questo meccanismo funziona come legame tra strofe o coppie di versi interni alla strofa e, in quanto tale, è stato studiato da Alberto Maria Cirese che lo ha anche sussunto sotto lo schema di «catena»-«sutura»: «L'incidenza dell'anafora e del lascia-e-prendi è innanzitutto 'metrica': il componimento è metricamente quello che è (e cioè una 'catena') proprio in forza del fatto che ogni coppia di versi comincia con le parole con cui comincia o finisce il secondo verso della coppia precedente. … Sembra dunque giusto chiamare 'suturato' questo tipo di discorso …» (A. M. Cirese, Questioni metriche, Palermo 1988, pp. 127-128).

Ma il caso del poeta popolare melitese è più complesso: infatti la ripetizione della parola «rrosa» che «incatena» e «sutura» le due coppie di versi (come ipotizzato da Cirese) è integrata in un meccanismo  che, grazie alla speculare ripetizione della parola «spina», apre e chiude, suturando, tutti i versi della composizione.
Un caso rarissimo, dunque, di anafora totale e reiterata che l'antropologo non aveva punto previsto.

Chiasmo
Il chiasmo è una figura retorica che si ha, in prosa ma ancor di più in poesia, quando l'autore accosta due coppie di parole (ad esempio aggettivo-nome, nome-verbo) in modo che l'ordine della prima coppia si inverta nella seconda.

Si veda il primo verso dove, nella parte iniziale, troviamo l'accostamento nome-aggettivo, «rosa-beddha», che poi si inverte nella parte finale «cruda-spina»; al primo emistichio dell'ultimo verso troviamo l'accostamento nome-verbo, «a spina mi ferìu», che nel secondo diventa verbo-nome, «sànami-Rrosa». La stessa cosa succede nel verso n. 3.

Se si dispongono le due parti della figura su due righe parallele e si congiungono gli elementi simili si ottiene una figura, X, che assomiglia alla lettera «chi» dell'alfabeto greco, donde il nome.
Anche per il chiasmo, come per l'anafora, il pregio del canto sta nella frequenza dell'impiego della figura retorica, in tre versi su quattro.

Effetti delle figure retoriche
Alla fine gli otto emistichi (le due parti in cui è divisibile un verso) della quartina possono essere congiunti geometricamente mediante due serie di segmenti spezzati e simmetrici che hanno la loro origine nella prima e nell'ultima parola del verso di apertura e, congiungendosi alle parole identiche che si trovano nei versi seguenti, incatenano e suturano fra di loro i quattro versi, terminando esattamente all'estremo opposto a quello di partenza.

Le due serie si incrociano a X  tra il primo e il secondo verso, tra il secondo e il terzo e tra il terzo e il quarto; è questo un tipo di effetto specifico di questa composizione che risulta aggiuntivo rispetto alle ipotesi prospettate da Alberto Maria Cirese.

Il primo distico risulta «statico» e «analitico» in quanto rappresenta  l'inclusione nella rosa (simbolo della felicità) della spina (simbolo della sofferenza) (1° verso) nonché  il  nascondimento (sta mmucciata) di questa in quella (2° verso); il secondo distico si dinamizza nella visione della rosa da parte della voce narrante che, poco curandosi della spina (3° verso), determina l'accelerazione del 4° verso in cui viene ferito e invoca la sanazione che viene fatta demandata alla «Rrosa» che chiude i quattro versi: in essa però, come si è già detto, si materializza la persona amata delle cui doti taumaturgiche l'amante appare più che sicuro.

Gli artifici metrici mettono in luce, indipendentemente dalla volontà del compositore popolare cui risale, il motivo filosofico dell'alternanza emotiva (felicita e dolore, rosa e spina) in cui è iscritto il destino di ogni essere vivente e, nello stesso tempo, astringono la fantasia dell'ascoltatore a muoversi proficuamente a zig-zag tra i due poli emotivi.

L'intreccio tra malattia - amore - mancata guarigione – morte la ritroviamo in un'altra quartina di origine popolare in cui è presente l'anafora delle forme verbali di «sanari»:
Medicu chi sanati li malati
Sanatimmilla a Mariuzza mia,
E si pi sorta no mi la sanati
moru chiamandu «Mariuzza mia!»

La contrapposizione rosa-spina la si ritrova in diversi proverbi. Noi scegliamo il seguente:
Di la spina nasci rosa e di la rosa nasci spina.
Qui, accanto al legame dialettico tra gli opposti «estremi emotivi» sottintesi naturali della rosa e della spina, viene esplicitato un discorso ottimistico e relativistico che può invertire e sovvertire l'ordine naturale: infatti «dalla spina nasce la rosa» sta ad indicare che anche da un criminale può nascere un santo se la società sa predisporre i rimedi per contenere e combattere la devianza morale e sociale e canalizzare al bene gli impulsi vitali. Viceversda, se la società non predispone nulla, allora po’ accadere il contrario che «dalla rosa nasca la spina», cioè si passi dal più tranquillo benessere al turbamento più profondo.