LE RECENSIONI di MARIA FRANCO. Cosangeles di Paride Leporace (Pellegrini)

LE RECENSIONI di MARIA FRANCO. Cosangeles di Paride Leporace (Pellegrini)

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È notte. Si sta girando un film di cassetta. Nell’attesa che il set sia perfettamente allestito, Paolo Villaggio e Ornella Muti chiacchierano seduti in una macchina. “Ma tu di dove sei?”, chiede la diva a chi sta seduto al posto di guida. “Di Cosangeles. Calabriornia. A trenta chilometri da San Francisco di Paola”, risponde Jo Pinter «attore di cinema e teatro off, pubblicitario, commerciante, creatori di locali di tendenza che erano entrati nella leggenda, vitellone rollingstoniano, guidatore di auto sportive per diletto e autore di beffe, biscazziere e giocatore di carte, cartaro di tarocchi e di cartine.»

La casa editrice Pellegrini, presentando Cosangeles di Paride Leporace, lo definisce un “libro di racconti”. Si tratta, in realtà, di un “romanzo di racconti” che ha tra i suoi personaggi principali Jo Pinter, ideatore del neologismo entrato subito in voga tra i giovani della città calabra e, ancora di più, Ciccio Paradiso, giornalista, direttore del “Giornale di Calabria”, accumulatore di storie, conoscitore di fatti, e ancora sognatore di trascorse ma non finite utopie: per lui «Cosenza era la sua città, e lo sarebbe sempre stata. Sì, come quella di Isac Allen nel film “Manhattan.»

Protagonista prima del libro è la città, amata visceralmente, vissuta come l’Itaca di Kavafis, quella che consente il grande viaggio della vita, facendone scoprire il senso profondo. Una città dalla storia antica, di cui l’autore ripercorre, con dovizia di riferimenti che richiameranno i ricordi di molti e la curiosità di altrettanti, soprattutto i mobili, vitali, moderni anni Settanta e Ottanta: «Nel tardo Novecento quella razza maledetta non si era sentita seconda a nessuna. La grande rivoluzione globale dei giovani aveva modificato consapevolezza e arroganza. Secondi a nessuno. Come i ragazzi di “American graffiti” negli anni Sessanta se ne fottevano di essere periferia del mondo. Immersi nel vinile e inseguendo i concerti la tribù dei “Toghi” si sentiva sul tetto del mondo al pari con quelli di Londra.»

Giornalista, esperto di cinema, per alcuni anni a capo della Lucana Film Commission, Leporace firma un libro-film. La narrazione – un flusso di pensiero che accumula fatti e personaggi in un discorso libero indiretto che, a tratti, sa di montagne russe – sembra mescolare regie, richiamando la dolcezza dell’autunno a Manhattan di Allen, le accelerate mozzafiato di Tarantino, gli amarcord felliniani: «A Cosangeles siamo molto felliniani perché siamo dei provinciali secondi a nessuno. Non dei paesani, ma dei provinciali che si emozionano al mondo dei sogni e ne sanno anche far parte.»

C’è molto passato, in questo libro, e molta vitalità: «Io amo queste case, questa ferriata, il basamento.

Qui sono vissuto. Senza questo chianariaddru non capisco la mia vita. Non comprendo Cosenza. Non capisco Cosangeles. E talmente chiaro che per cominciare a vivere nel presente, bisogna prima di tutto riscattare il nostro passato.»

Paride Leporace Cosangeles, Pellegrini, pp123, euro