IL SAGGIO. Delinquenza minorile: primato del Nord e delle periferie metropolitane. Il caso Napoli

IL SAGGIO. Delinquenza minorile: primato del Nord e delle periferie metropolitane. Il caso Napoli

aminori

Nel corso degli ultimi anni è cambiato radicalmente l’atteggiamento della pubblica opinione verso il disagio minorile, in particolare verso quello che approda alla violazione delle leggi e al crimine. Ed è mutata la considerazione che dei reati dei giovani e dei minorenni hanno i principali attori politici. Se nel periodo storico a cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta del Novecento i minori e i giovani devianti venivano considerati come “soggetti bisognosi di aiuto e di una guida” e non solo di punizione, negli ultimi due decenni (in concomitanza con la presenza di forze politiche che hanno investito sulla paura del crimine e ne hanno ad arte ampliato la percezione, anche attraverso un uso accorto dei giornali e delle Tv) il clima è nettamente mutato: i minorenni a rischio sono considerati come una minaccia  per la convivenza civile e più forte è stata la richiesta di rivedere alcune delle norme emanate negli anni precedenti.

In particolare, sono stati attaccati il limite di punibilità a quattordici anni del nostro ordinamento giudiziario e il ricorso al carcere solo in casi di mancanza di alternative; e, di conseguenza, è stato demonizzato anche il ricorso massiccio a luoghi alternativi dove scontare la pena, cioè le comunità di accoglienza e di recupero.

L’enfasi sulla delinquenza minorile, sulla presenza massiccia di baby-gang in tutte le città italiane, con bande di giovanissimi predatori pronti a tutto, ha occupato la scena mediatica negli ultimi decenni, descrivendo un paese in preda alle scorribande di giovanissimi violenti che assieme ai delinquenti stranieri dominavano le nostre contrade. Ma il processo di “decarcerizzazione” dei minori in Italia, così come la ricerca di pene alternative e non la radicalizzazione dei criminali (che quasi sempre è associabile alla carcerazione) è avvenuto in sintonia con ciò che si verificava nella maggior parte delle altre nazioni europee.

Anche i recenti rapporti dell’associazione Antigone sullo stato delle carceri in Italia hanno dovuto prendere atto che il modo in cui è trattata la criminalità minorile si differenzia nettamente dal modo in cui la nostra stessa nazione tratta i delitti e la carcerazione degli adulti. La responsabile del dipartimento nazionale della giustizia minorile, la dottoressa Gemma Tuccillo, ha potuto affermare che quello minorile è il sistema di carcerazione e di pena meglio funzionante in Italia. Certo, non sono tutte rose e fiori nel sistema della giustizia minorile in Italia, e alcune delle lacune le affronteremo nel corso di questo articolo, ma è assolutamente esagerato descrivere l’Italia come un paese alla mercé della delinquenza minorile e giovanile; in ogni caso resta questo uno dei pochi settori della giustizia in cui, a volte disperatamente e con scarsi mezzi, si cerca di applicare il dettato costituzionale del recupero del reo.

Insomma, la domanda da cui partire è la seguente: esiste un’emergenza criminale minorile in Italia? Cioè, un’emergenza di fronte alla quale le norme in vigore vanno radicalmente messe in discussione e cambiate? Mettendo a confronto le statistiche italiane con quelle di altri paesi europei, la risposta allo stato attuale delle cose è no, nel senso che quasi tutte le altre nazioni fanno registrare numeri più preoccupanti dei nostri: nel 2018 nel nostro paese ci sono state 870.000 segnalazioni di reati alle autorità giudiziarie (persone fermate e arrestate); di questi solo il 3,5% è riferibile a minori, una delle percentuali più basse in Europa, mentre si arriva al 5,5% in Spagna, al 6,5% in Grecia, e a numeri a due cifre per Francia, Austria, Olanda, Svezia e Finlandia. Quindi il primo dato da segnalare è che nel centro e nel nord dell’Europa la criminalità minorile assume aspetti di gran lunga più preoccupanti rispetto a quella presente nei paesi mediterranei e in particolare nel nostro.

Certo, il confronto dei dati statistici non è semplice, anche perché il limite della punibilità cambia a seconda delle nazioni, passando dagli otto anni della Scozia, dai dieci dell’Inghilterra, dai dodici dell’Olanda e dell’Irlanda, dai tredici di Francia e Polonia, dai quattordici di Italia, Spagna e Germania, fino ai quindici di Svezia, Repubblica Ceca, Finlandia e Danimarca, e ai sedici del Portogallo. E sicuramente c’è una quota di reati che non viene segnalata o sfugge alle autorità preposte (il cosiddetto “numero oscuro” per dirla con il linguaggio dei criminologi). Sta di fatto che l’abbassamento del limite di età per la punibilità non si è dimostrato in nessun caso decisivo ai fini della dissuasione dal commettere reati.

L’Italia tra i paesi europei è quello che fa meno ricorso al carcere per i reati commessi da minori (375 erano i ragazzi rinchiusi nel 2018 in 17 istituti di pena sparsi in varie regioni) mentre in Germania e in Francia, ad esempio, la carcerazione di minori è 3 volte superiore, in Inghilterra 4 volte, e in Polonia addirittura 5 volte maggiore, ma ciò non ha inciso nel rendere meno aggressiva e preoccupante in quelle nazioni la criminalità minorile. All’Italia si può rimproverare una scarsa coerenza tra le affermazioni di principio e le affettive politiche introdotte per il recupero di coloro che commettono reati, ma il più cauto ricorso alla carcerazione non ha prodotto di per sé una crescita del crimine minorile, anzi. Il sistema basato sulle comunità di accoglienza in alternativa al carcere e su modalità di pena che puntano al reinserimento attraverso percorsi formativi di studio e di lavoro (principalmente attraverso la cosiddetta “messa alla prova”, l’azzeramento cioè della punibilità del reato in cambio dell’impegno a studiare o a imparare un mestiere) regge nonostante le tante difficoltà segnalate dagli stessi operatori.

Quindi, proviamo a partire dai dati per capire esattamente di cosa parliamo quando ci occupiamo di criminalità minorile in Italia, perché sono i dati, le cifre, i numeri che ci fanno conoscere meglio il nostro paese, ci aiutano a combattere enfasi e pregiudizi e ci fanno cogliere le specifiche caratteristiche della questione criminale minorile nel nostro paese e le differenziazioni tra le varie realtà territoriali nelle quali si manifesta.

La maggior parte dei reati dei minori si registrano nelle 14 aree metropolitane indicate come tali da una apposita legge del 2014, quasi a dimostrare che il disagio delle periferie delle grandi città resta una delle cause più influenti nei reati in Italia: anche per quanto riguarda la criminalità minorile (ancora di più rispetto a quella degli adulti) la connessione tra spazi urbani degradati, mancanza di scolarizzazione per gli autoctoni e di integrazione per gli stranieri, si dimostra quasi automatica nella spinta a infrangere le norme. Infatti, il 42% di tutti i reati dei minori avviene in queste 14 aree metropolitane. Il primo dato sorprendente è che gli indici di delittuosità dei minori presentano valori tendenzialmente superiori alla media nazionale nelle regioni del nord Italia e valori più bassi della media nelle regioni del sud, al netto della presenza di minori stranieri coinvolti: i numeri (segnala il Rapporto Antigone per il 2018) vanno contro tutti gli stereotipi, visto che ben il 40% degli imputati italiani è nato nel nord (il 21% nel nord-ovest e il 18% nel nord-est), il 25% è nato nel sud, il 19% nel centro e il 16% nelle Isole. Anche quando in alcuni anni la percentuale di minori italiani sale fino al 75% del totale, sono sempre ragazzi del centro-nord nati in Italia a fare registrare la percentuale più alta di imputati.

Ma la cosa più singolare è che la città con il più alto indice di criminalità minorile non è né Napoli, né Palermo né Reggio Calabria, ma Bologna, cioè una delle realtà urbane dove più hanno funzionato e funzionano servizi sociali di ottima qualità, cosa che sembra in contraddizione con quanto affermato precedentemente. Ed è un dato che deve far riflettere, perché non di facilissima decifrazione. Il capoluogo dell’Emilia distanzia di gran lunga le altre città: a Bologna, in media, per ogni 10.000 minorenni ne vengono arrestati o denunciati 260. Abbiamo usato per questo articolo i dati relativi al 2019, perché durante la pandemia c’è stato un calo complessivo dei reati (cosa che poteva falsare la percezione delle tendenze di fondo in questo campo) ma facciamo riferimento, confrontandoli, anche ai dati dei periodi precedenti. Infatti, se si prendono le statistiche elaborate da Maria Di Pascale nel saggio La criminalità minorile nelle città metropolitane italiane per il Secondo rapporto su criminalità e sicurezza a Napoli (a cura di Giacomo Di Gennaro e Riccardo Marselli) il dato riguardante Bologna viene ampiamente confermato per il periodo 2004/2015, così come il primato delle aree metropolitane del Nord. In particolare, se si calcola l’indice di criminalità minorile violenta (rapporto tra casi segnalati di rapine, risse, omicidi, estorsioni, stupri, danneggiamenti, dei residenti tra i 14 e i 17 anni ogni 100.000 abitanti) Bologna è prima seguita da Torino, Genova, Milano e Firenze; mentre la prima città meridionale è Catania, Napoli è al nono posto (anche se qui si registra il più alto numero di rapine) e Reggio Calabria è all’ultimo, mentre Roma è sotto la media.

Gli imputati minorenni sono per il 70% italiani e per il 30% stranieri secondo i dati del 2018, ma in quelli riferiti al periodo 2004/2015 la percentuale di italiani sale al 75%. Se prendiamo le statistiche degli adulti stranieri in Italia, riscontriamo un dato leggermente diverso: nelle carceri al 30 aprile 2019 c’erano 20.324 immigrati su 60.439 detenuti, cioè il 33,6%: i minori stranieri infrangono le leggi un po' meno degli adulti. E se il reato degli adulti è per il 40% il traffico di droga, per i minori stranieri il reato più frequente è il furto.

Oltre l’84% sono maschi e meno del 16% femmine (percentuale quasi simile per italiani e stranieri): il 30,5% degli imputati maschi ha fra i 14 e i 15 anni, il 69,5% ne ha 16 o 17. Il reato in cui l’incidenza delle donne è maggiore è il furto, in particolare tra le ragazzine straniere: in questo caso la percentuale di coinvolgimento sale al 25%. La Lombardia è la regione con il maggior numero di segnalazioni riguardanti minorenni, seguita dalla Sicilia, dall’Emilia-Romagna, dal Lazio, dal Piemonte, dal Veneto e dalla Campania. Se, poi, raffrontiamo i dati in rapporto alla popolazione minorile residente nelle singole regioni, la Liguria è la prima, seguita dal Friuli-Venezia Giulia, dall’Emilia-Romagna e poi dalla Calabria.

Questi minori entrati nel circuito penale hanno commesso reati contro le persone (aggressioni, risse, ferimenti, omicidi) per il 17%, furti e rapine per il 62%, mentre il restante 21% in gran parte ha commesso reati relativi allo spaccio di stupefacenti. Va ricordato, a proposito del problema droghe, che secondo una ricerca ESPAD del 2016 il 32,9% degli 800.000 studenti italiani intervistati tra i 15 e i 19 anni ha dichiarato di aver provato almeno uno degli stupefacenti presenti sul mercato. C’è poi una piccola parte di minori che è stata coinvolta in associazione di stampo mafioso, di cui quasi la metà la si riscontra a Napoli, come vedremo più avanti. In ogni caso, senza il problema dell’uso e del commercio di droghe non si capirebbe molto dei reati dei singoli minori, delle baby-gang e soprattutto delle bande giovanili, essendosi spaventosamente abbassata l’età del consumo.
Ma appena si va oltre il dato numerico appare evidente tutta l’originalità della questione criminale minorile in Italia: mentre nel centro-nord i reati sono distribuiti a metà tra stranieri e autoctoni, quasi a definire una specie di criminalità “mista”, nel sud i reati sono quasi esclusivamente commessi da ragazzi del posto, essendo minima la percentuale di minori stranieri coinvolti. Non si può dire che nel centro-nord domini la criminalità minorile straniera (perché quella autoctona supera il 50%) ma non si può ignorare il fatto che se nel sud è quasi inesistente, nel Nord presenta valori preoccupanti.

Questo dato conferma a suo modo che anche per quanto riguarda la criminalità minorile siamo di fronte a un paese spaccato, con caratteristiche fortemente differenziate: l’economia del centro-nord è più attrattiva per gli stranieri rispetto a quella del sud; nelle aree centro-settentrionali vive stabilmente l’89% della popolazione minorile straniera ufficialmente registrata e ciò ha un’incidenza anche nei numeri dei minori che delinquono. Nel sud, invece, i reati sembrano essere predominio quasi esclusivo dei minori locali, e quindi si può parlare a ragione di criminalità minorile “doppia” nel centro-nord (tra locali e stranieri) e di criminalità minorile “esclusiva” (di autoctoni) nel sud. Infatti, se in Italia la percentuale di minori stranieri segnalati all’autorità giudiziaria nel 2019 è poco più del 26%, questo dato cresce a più del 33% a Roma e a Firenze, sale ad oltre il 37% a Bologna e sfiora il 40% a Milano, mentre a Napoli i minori segnalati sono quasi al 90% napoletani. Ma se si esaminano i dati relativi al periodo 2004/2015 i numeri sono ancora più significativi: Milano, Firenze, Roma e Genova vedono un prevalere (oltre il 50%) dei minori stranieri segnalati, mentre a Torino e Bologna si supera la soglia del 60%. Nel sud tutte le città metropolitane manifestano la stessa tendenza: a Cagliari, Palermo, Catania, Messina, Bari e Reggio Calabria si mantengono tassi di delittuosità dei minori autoctoni attorno al 90%, mentre gli stranieri non superano il 10%: più o meno lo stesso andamento di Napoli. Nella città partenopea però le rapine e gli scippi riguardano autoctoni quasi al 96%, configurandosi questi come i reati tipici dei minorenni partenopei. 

La comunità straniera che presenta in assoluto più minori coinvolti è quella romena, segue quella marocchina e poi quella albanese: lo stesso andamento della criminalità adulta straniera. E se i furti sono più presenti tra gli stranieri al nord, gli omicidi riguardano più i minori italiani sia al nord che al sud. Resta il fatto che essendo il furto il principale reato dei minori stranieri e italiani, la deprivazione e il bisogno sembrano caratterizzare in maniera notevole queste statistiche criminali.

Questione più delicata è quella riguardante la presenza e il numero di bande minorili nelle principali città italiane. Il termine baby-gang è molto usato, spesso a sproposito, ogniqualvolta si verifica un reato in cui sono coinvolti insieme più minorenni o giovanissimi. Negli ultimi anni si è parlato di gang di latino-americani massicciamente operanti nel centro- nord (Genova, Milano, Torino, Bologna, Brescia, Padova, Prato, Venezia); al sud invece soprattutto a Napoli, Bari e Catania.

Intanto, cosa si deve intendere per baby-gang? Della questione si è occupata la Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza che ha prodotto un interessante report: “Con baby gang si intendono gruppi di adolescenti, poco più che bambini, che riproducono dinamiche tipiche della microcriminalità orga­nizzata”. Cioè ragazzi che stando insieme commettono reati.  Queste gang rappresentano un fenomeno molto complesso, che non si identifica con quello più ampio della criminalità minorile dei singoli né con quelle delle gang giovanili e, anche se deve essere differenziato dal bullismo, lo si può ritenere una forma organizzata di bullismo. Ogni banda non ha una durata lunga, e la sua attività si esaurisce spesso in pochissimo tempo. È un fenomeno fluido non strutturato, non organico al mondo criminale degli adulti, che però suscita grave allarme sociale per la giovanissima età dei componenti e per la particolare aggressività con la quale vengono compiuti i delitti, originati spesso da motivi futili. E anche nella composizione, nelle attività e nelle motivazioni delle baby-gang, si può parlare a ragione di una grossa differenza tra città del centro-nord e del sud. Nel centro-nord l’aggregazione è in gran parte etnica, nel sud è sociale e di appartenenza territoriale, cioè provengono tutti dalle stesse condizioni di degrado e da determinati quartieri dove forte e radicata è la presenza di criminali adulti. E se le principali motivazioni del crimine minorile sono “deprivazione, noia, identità ed emulazione”, nelle baby-gang del centro-nord prevale identità (per gli stranieri) e noia per quelle di italiani, mentre nelle bande del sud emulazione e identità. Quasi mai le baby-gang si aggregano per bisogno di beni che i membri non hanno, anche se commettono reati predatori: l’identità e la noia (che si manifesta anche nel consumo di droghe) prevale sul bisogno. Nel centro nord sono presenti bande di minori e giovani salvadoregni (Mara Salvatrucha e Barrio 18) di dominicani (Trinitarios) di portoricani (Netas) di ecuadoregni (Latin-Kings) e ultimamente di cinesi. Il modo di operare delle cosiddette Pandillas si basa su di un gergo comune, su tatuaggi o monili di identificazione, sull’indossare determinate felpe o scarpe, tagliarsi i capelli in un certo modo e su forme di giuramento, sull’uso di determinate droghe, sul frequentare gli stessi luoghi della movida, e sulla guerra a tutti gli altri che non fanno parte del loro mondo. Molto spesso spettacolarizzano sui social le violenze fatte subire, una specie di “estetica della sopraffazione” che è diventata una caratteristica globale della devianza minorile: se sottometti qualcuno, che sopraffazione è se nessuno ne viene a conoscenza? In genere operano per affermare la supremazia sulle altre bande etniche; i reati predatori che si commettono sono finalizzati a questo scopo. Mentre le bande di italiani in gran parte si rivolgono contro coetanei più deboli, soprattutto se handicappati, fragili, anziani, di diversa religione o di orientamento sessuale, e commettono reati per il gusto di trasgredire, umiliare, sottomettere o sopraffare.

Molte baby-gang straniere si sono originate da adolescenti arrivati in Italia già oltre l’età della scolarizzazione primaria e hanno avuto dunque più difficoltà di apprendimento anche della lingua italiana. Perciò è più facile trovare nelle gang dei ragazzi o dei giovani inseriti tardi nel circuito scolastico piuttosto che ragazzi inseriti fin dalla scuola dell’infanzia. Chi nasce in Italia da famiglie straniere ed è stato da subito scolarizzato, sente meno il bisogno dell’appartenenza etnica di “contrapposizione”. Il caso delle bande di ecuadoregni a Genova è emblematico: i ragazzi dell’Ecuador arrivarono molto dopo le madri ed ebbero quasi tutti problemi di inserimento scolastico e sociale. Anche nel sud, soprattutto nelle grandi città, la composizione delle baby-gang è fatta per la maggior parte da ragazzi non scolarizzati che hanno rifiutato di continuare la scuola o che la frequentano senza nessuna motivazione, con la differenza fondamentale che essi imitano gli adulti mafiosi, camorristi o ‘ndranghetisti: nel meridione le bande minorili sono contrassegnate dal tentativo, attraverso le azioni di violenza di strada, di farsi notare dai membri dei clan mafiosi.

Per quanto riguarda Genova e Milano, le due città che più hanno occupato la scena mediatica per le attività di bande di minori stranieri, il fenomeno sembra essersi molto ridimensionato rispetto al decennio precedente, soprattutto nel capoluogo ligure. Nell’ ultimo libro Liguria. La geografia del crimine (Aracne 2021) di Stefano Padovano, non si dà un eccessivo peso di gang latino-americane, soprattutto ecuadoregne e peruviane, che avevano interessato nei decenni precedenti il capoluogo, suscitando preoccupazioni nell’opinione pubblica e ripetuti allarmi da parte delle forze di sicurezza. E proprio a causa di una massiccia presenza di anziani a Genova (con una popolazione che ha il più alto tasso di ultrasessantacinquenni e il più basso tasso di natalità in Italia) che si fece ricorso all’immigrazione dall’Ecuador e dal Perù di badanti, tramite il circuito relazionale con l’America latina delle autorità cattoliche. In special modo la comunità ecuadoregna divenne la più numerosa nel capoluogo, più di 19.000, formata per la maggior parte da donne e da figli adolescenti che erano arrivati grazie alle norme sul ricongiungimento familiare. Questi minori si organizzarono tra il 2003 e il 2008 in due bande, i Netas e Latin-Kings, che ripetutamente cercavano e trovavano occasioni di picchiarsi. Quasi mai furono coinvolte persone estranee alla nazionalità delle bande. Ogni gang era formata da 30/40 affiliati e il numero complessivo degli aderenti non superò le poche centinaia di persone. Forze di polizia avevano parlato di 435 ragazzini divisi in 17 formazioni. Ultime notizie si sono avute nel 2016 con l’arresto di cinque affiliati ai Latin-Kings accusati di aver torturato tre ragazzini ecuadoriani che volevano passare ad un’altra banda. A Milano invece si è parlato di 2000 appartenenti alle bande minorili e giovanili. Il problema è molto più avvertito perché sono presenti nel capoluogo lombardo quasi tutte le comunità latino-americane che hanno dato origine a bande su base etnica: il sentimento di appartenenza alla nazione di nascita sostituisce ogni altro senso di appartenenza e di identità. In ogni caso non siamo di fronte ad una emergenza delle baby-gang o delle gang giovanili tipiche di molte grandi città statunitensi a grande presenza di comunità latine o ai fenomeni di allarme sociale di altre grandi metropoli europee e dell’America centrale e del sud. Ma la situazione va seguita con attenzione perché in rapida trasformazione.

Nel sud il numero dei membri delle bande è di gran lunga inferiore, e la presenza di clan mafiosi in quattro regioni impone altre riflessioni sulla questione criminale minorile. I dati di Napoli, Catania, Palermo Bari e Reggio Calabria sono a tal fine estremamente interessanti. Reggio Calabria sembra la meno esposta a fenomeni di massa di violenza minorile, forse anche perché le famiglie ‘ndranghetiste cercano di tenere fuori i loro rampolli dalla violenza di strada avendo già assegnato loro lo scettro del comando per via familiare. Mentre i casi di Catania, Palermo e Napoli sembrano somigliarsi per tre caratteristiche: forte descolarizzazione, provenienza da quartieri degradati del centro storico e delle periferie, relazioni dirette o indirette delle bande minorili con la criminalità degli adulti.

Il caso meridionale si differenzia anche per un altro aspetto dalla criminalità minorile centro-settentrionale: le città del sud hanno una periferia che si trova spesso nel cuore del centro storico. Il caso Napoli è emblematico da questo punto di vista. E forse si avvicina solo a Marsiglia in Europa per una presenza massiccia di disagio e devianza minorile al centro delle città. Perciò merita una attenzione del tutto particolare. Qui sono avvenuti alcuni dei delitti da parte di minori più terribili, qui si pratica come un fatto abituale la “stesa” cioè un’intimidazione a colpi di armi da fuoco di tutti gli abitanti di un quartiere che ospita una banda o un clan avversario, costringendo i presenti a stendersi a terra per non essere colpiti. Qui il comportamento del mondo criminale sembra influenzare anche i settori sociali che ne sono fuori.

 Il caso Napoli
Già a fine Ottocento le statistiche segnalavano un primato della città partenopea per minori sottoposti a denunce, condanne e ricoveri in istituti preposti. Allora si chiamavano “scugnizzi” e si segnalavano per furti di destrezza (il più diffuso era quello del fazzoletto di seta, così come avveniva nella Londra di Oliver Twist) per lavori di strada ai confini della legge o per la richiesta insistente ad ogni passante benestante di un contributo in soldi alla loro spavalda simpatia.  Anche gli “sciuscià” si affaccendavano in maniera rumorosa e allegra in cerca di occasioni per guadagnare un soldo, specializzandosi nel pulire le scarpe ai soldati alleati presenti a Napoli dopo la liberazione della città (sciuscià deriva infatti da “shoe shine”, lustrascarpe in inglese).

Oggi Napoli non è più la città degli scugnizzi e degli sciuscià. I minori che un tempo vivevano al limite della legge per guadagnarsi qualcosa hanno lasciato il campo ai guaglioni di camorra.  E’ questa   contiguità   della   devianza   minorile   con   la   criminalità camorristica che caratterizza da alcuni decenni la particolarità e l'esplosività della questione minorile a Napoli e nel suo hinterland.

Proprio per questa particolare situazione, a Napoli è tremendamente difficile separare la questione minorile dalla più ampia questione criminale che ha il volto delle tantissime bande di camorra che da più parti stringono in una morsa la città. La questione minorile non è un problema di età, ma di graduazione della medesima questione criminale, di cui quella minorile è solo una tappa.

In altre città i minori sono esposti alla deprivazione culturale e sociale, alla vita illegale ma non immediatamente a quella criminale. La criminalità vive a ridosso, spalla a spalla, con il disagio minorile. I minori sembrano fungere da esercito di riserva a cui la criminalità maggiore può attingere a suo piacimento. Nella mafia siciliana e nella ‘ndrangheta questa vicinanza non è così immediata. Esiste una separazione, una distinzione che a Napoli non c’è. Oggi Napoli (assieme alla sua provincia) si segnala tra le città con il maggior numero di minori coinvolti in procedimenti per 416 bis. Un numero così alto di minori coinvolti in attività camorristiche e mafiose non esiste in nessun’altra parte d’Italia. 

E se in altre grandi città italiane ed europee la questione minorile è anche espressione di una difficile integrazione di varie ondate migratorie, interne ed esterne, a Napoli essa è una questione indigena, interna, locale. Gli stranieri non c’entrano niente, gli immigrati non c’entrano niente. La questione minorile è quasi esclusivamente questione napoletana e di napoletani. Anzi mentre i bimbi delle famiglie di immigrati regolari vanno a scuola e non evadono l’obbligo scolastico, quelli delle famiglie napoletane dei quartieri più degradati non sentono la scuola come un luogo di promozione sociale e di una qualche utilità.

Con la particolarità che oggi l’uso delle vie dell’illegalità non risponde a un bisogno di sopravvivenza ma di riuscita sociale, non ad una necessità dettata solo dall’assenza di altre opportunità: la violenza e il crimine si affermano come mezzi rapidi di ascesa, di successo, di carriera, di identità, di realizzazione umana e sociale. La mobilità sociale non è assicurata dalla scuola, dalla famiglia, dal lavoro, ma esclusivamente dalla violenza agita, dalla ferocia non mitigata.

Se, poi, nelle altre città, le forme violente si esercitano anche da parte di ragazzi provenienti da famiglie borghesi, a Napoli invece c’è quasi il monopolio di atti violenti da parte di ragazzi di famiglie sottoproletarie.

Ultima caratteristica della criminalità minorile napoletana è questa: se in altre città l’impatto con la giustizia penale non si tramuta necessariamente in continuità delinquenziale al raggiungimento della maggiore età, a Napoli e provincia una gran parte dei ragazzi che hanno commesso reati passano nelle carceri per adulti.  E i luoghi di provenienza dei minori violenti sono quasi sempre gli stessi: le tre enclave criminali (centro storico, periferie e hinterland) dove storicamente e negli ultimi anni si concentrano le presenze camorristiche. I luoghi del degrado urbano (e del malessere sociale) e la questione minorile sembrano quasi coincidere. Infatti, i dati che impressionano di più sono i seguenti: è considerevole il numero di minori in istituti di pena che non ha completato la scuola elementare, è altrettanto rilevante il numero dei provenienti da famiglie numerose (dai quattro figli in su), è altissimo il numero di chi ha un genitore, un fratello, un nonno o uno zio in carcere. I minorenni delinquenti sono in linea di massima figli, fratelli o nipoti di pregiudicati. Essi hanno cominciato prestissimo l’acculturazione illegale, per strada e in famiglia. In molti di essi l’analfabetismo di ritorno è elevatissimo. Si esprimono esclusivamente in dialetto, la lingua italiana la capiscono ma non la parlano. Insomma, la camorra non è altro che la sorella maggiore, comprensiva e attenta, dei minori delinquenti.

Per tutti questi motivi Napoli rappresenta una particolare originalità nella storia del disagio urbano delle grandi città italiane, pur non essendo la città che in percentuale ha un numero elevatissimo di minori coinvolti nella giustizia penale. La violenza minorile e giovanile si caratterizza per delle “qualità” comuni a quella camorristica. Siamo di fronte, a Napoli a un confine disintegrato tra infanzia, adolescenza e maggiore età nella vita criminale. Perciò, le baby-gang di oggi potrebbero rappresentare i clan di domani.

L’ambiente delinquenziale di riferimento sembra essere già una società autosufficiente, fuori dalla quale questi ragazzi non hanno interesse ad inoltrarsi. Infatti, pur non essendo “integrati” (anzi rifiutandosi di farlo) pensano di contare, decidere, arricchirsi, senza nessun problema.

Nel secondo dopoguerra nei quartieri fungevano da modello gli artigiani che si realizzavano attraverso la loro abilità manuale, i professori e i professionisti che indicavano la strada dell’integrazione sociale attraverso lo studio e la scuola.  Oggi nessuna di queste categorie funge da modello, e le classi sono più separate che nel recente passato. Né la borghesia napoletana, né tanto meno il mondo del lavoro sono modelli per i sottoproletari che vivono in città. Il modello sono i calciatori, le veline e i camorristi che vedono nei film, nelle fiction televisive e che incrociano nei quartieri, e tutti coloro che attraverso l’illegalità si arricchiscono e contano.

Sembra quasi che in alcuni quartieri gli emarginati siano i ragazzi che hanno studiato e hanno un lavoro onesto, anche se precario. C’è rivalsa verso i coetanei di altri ceti che hanno avuto maggiori possibilità legali dalla loro famiglia e rancore verso i mestieri da sopravvivenza dei padri. Danno vita a forme di antagonismo sociale per via criminale e contestazione verso la rassegnazione dei padri. In questi aspetti la criminalità minorile a Napoli ha qualche somiglianza con i ragazzi delle periferie francesi e belghe approdati al jihadismo: gruppi di adolescenti socializzati dalla strada, dal rancore sociale e dalla contrapposizione ai padri immigrati.

Com’è noto, Olivier Roy ha descritto il terrorismo jihadista non come effetto della radicalizzazione dell’Islam ma come “islamizzazione della radicalità”, volendo con questa espressione suggerire il fatto che la radicalità giovanile va alla ricerca di sempre nuove cause da seguire, e sicuramente una certa interpretazione della religione islamica ha offerto sponda a questo bisogno.

Allo stesso modo si potrebbe parlare di “camorrizzazione della radicalità” nel caso dei giovani violenti napoletani dei quartieri, delle periferie e dell’hinterland. Essi si sentono come dei “guerriglieri del crimine” e giustificano le loro azioni attraverso un’ideologia che nella camorra napoletana è stata sempre presente, da Cutolo in poi.  Per esempio, nella cosiddetta “Paranza dei bimbi”, la banda di giovanissimi criminali del quartiere di Forcella, al centro di due romanzi di Roberto Saviano, è forte la caratteristica condivisa di rifiuto della sottomissione all’autorità criminale degli adulti, come una specie di rivincita della minore età sui “grandi”. A tale proposito interessanti sono le considerazioni svolte da Giacomo Di Gennaro e Riccardo Marselli nel saggio Gang giovanili nel contesto della globalizzazione.

In definitiva, a Napoli città sembra chiusa definitivamente la fase storica in cui si affrontava il tema del sottoproletariato con le armi dell’integrazione (attraverso la scuola, il lavoro artigiano o industriale, con conseguenti modi di comportarsi diversi dall’ambiente di provenienza) o del contenimento. Se si esclude il lavoro dei preti, dei maestri di strada, di alcune scuole e di alcune associazioni di volontariato, chi delle istituzioni si pone più l’obiettivo dell’integrazione, e non solo a Napoli? E se alcuni se lo pongono quali strumenti e risorse hanno nelle loro mani?

Insomma, la criminalità minorile non è uguale in tutta Italia, come più volte ha ricordato Isabella Mastropasqua, dirigente ufficio prevenzione e promozione della giustizia minorile, ed è condizionata dalla presenza nel centro-nord di una forte presenza straniera non integrata e di un disagio urbano notevole, e al sud dalla presenza di organizzazioni mafiose e da impressionante degrado sociale e culturale. Non sono queste questioni impossibili da decifrare e superare. Fra tutte il tema della scuola. Sembra incredibile come non ci si renda conto che ogni abbandono scolastico è una sconfitta e un problema che si ripresenterà in modo spesso criminale negli anni successivi. Eppure, si fa troppo poco per integrare gli stranieri e per riportare a scuola i minori italiani, soprattutto meridionali, che l’abbandonano. La scuola italiana, la società e la politica sembrano impotenti di fronte a un problema evidentissimo e che a prima vista non sembra così difficile da affrontare. Ancora oggi mancano statistiche adeguate (c’è tanta confusione tra evasione e abbandono), non sono chiare le responsabilità di chi deve intervenire per affrontarlo, e si pensa che la soluzione sia solo nelle scuole aperte di pomeriggio: ma chi non va a scuola di mattina, non ci andrà neanche di pomeriggio!

E che dire poi del fatto che non ci sono (non ci sono!!!) assistenti sociali nei comuni dove sarebbero più necessari. In queste condizioni non avere a disposizione dei servizi sociali adeguati alla gravità e riproducibilità della situazione, è davvero criminogeno. Cosa si aspetta? Se i comuni interessati non hanno le risorse per assumere personale, si faccia un concorso nazionale per assistenti sociali per realtà dove si supera un certo rapporto tra popolazione minorile e reati e si usino le risorse europee a ciò destinate.

Quando si leggono i dati sul rapporto strettissimo tra tassi di disoccupazione, tassi di abbandono scolastico, precedenti penali nel nucleo familiare e tassi di criminalità minorile, non si può che restare impressionati da una così implacabile connessione, a Napoli come a Palermo, Catania e Bari e in altre parti d’Italia. I dati ci dicono che è possibile prevedere in largo anticipo in quali quartieri, in quali rioni, in quali famiglie, in quali classi di età si formeranno i futuri ospiti degli istituti di pena minorili e successivamente delle carceri per adulti. E si può fare una previsione del tutto attendibile sui tassi di recidiva: è accertato che tra quelli che saranno arrestati o fermati da minorenni (per furti, scippi, rapine, spaccio di droga, risse, possesso d’armi) almeno la metà finirà nelle carceri per adulti per gli stessi reati, aggiungendo per alcuni di essi l’omicidio e la partecipazione a clan mafiosi.

Tutto ciò non ha niente a che fare con il fatalismo, con il destino, con i geni criminali nel sangue, o con l’etnia di provenienza, ma con una reciprocità di influenza tra condizioni sociali, economiche, culturali (cioè tassi di istruzione e di opportunità legali) e carriere criminali. Se le condizioni sociali in cui vivono e si formano migliaia e migliaia di persone non vengono affrontate, esse si riverseranno contro il resto della società; e le statistiche criminali sono il segno della vendetta delle situazioni che non si vogliono affrontare.

Scriveva la mazziniana/garibaldina Jessie White Mario nel 1877 in un’inchiesta svolta nei quartieri più degradati della città partenopea: “Quando si pensa che lo Stato per obbligo della propria sicurtà è costretto ad albergare, custodire, nutrire e vestire tutti i suoi figli una volta che sono rei, è strano davvero che se ne dia così poco pensiero, finché sono innocenti e in grado di divenire utili ed onesti cittadini”. Aveva ragione allora e ancora di più oggi.

*già pubblicato su Repubblica.