di ULDERICO NISTICÒ - Ricorre quest’anno il bimillenario della morte di Caio Ottavio Thurino, una notizia che poca susciterebbe curiosità, non fosse che egli, adottato dal prozio, diverrà Caio Giulio Cesare Ottaviano, e infine Augusto, signore dell’Occidente romano dal 42 a. C., di tutto l’Impero dal 31, fino al trapasso dopo un lunghissimo regno, e tale da trasformare irreversibilmente la repubblica nel principato.
Che si chiamasse Thurino, merita una spiegazione. Svetonio dice che “quando era neonato gli fu imposto l’appellativo di Thurino, in memoria dell’origine degli avi, o perché il padre Ottavio aveva combattuto con buona fortuna in quella regione contro gli schiavi fuggiaschi”, che, aveva già detto prima il biografo, erano bande superstiti delle rivolte di Spartaco e di Catilina.
Marco Antonio, nella fase di reciproche accuse che precedette la battaglia di Azio, chiama Thurino il rivale come se ciò fosse un’ingiuria; faceva riferimento non tanto alla località (Thuri Copia era in fondo erede di Sibari), quanto alla notizia che, sempre secondo Antonio, il bisnonno di Ottaviano sarebbe stato un ex schiavo, di mestiere cordaio e di Thuri; e il nonno, un banchiere. Ma la stirpe Ottavia era originaria, ai tempi dei re, di Velletri; e Caio Ottavio Thurino nacque a Roma, quell’anno fatale del consolato di Cicerone e Antonio e della congiura di Catilina, il 63.
In una dolcissima e pungente ode, la III,9, Orazio, già compagno di studi di Ottaviano ad Atene, già suo avversario a Filippi, poi buon amico, si permette uno svago di corte, raccontando di una rivalità per la bella Lidia con un potente chiamato Thurino; e vinta da Orazio! Erano ancora tempi in cui si poteva scherzare con l’imperatore! Può essere un altro indizio di questo curioso legame di Augusto con l’attuale Calabria.
Ma, quando era ancora molto giovane, qui gliene accadde una meno piacevole. Morto Pompeo Magno in Egitto, era rimasto in armi il figlio Sesto Pompeo con una flotta. Ottaviano lo attaccò, iniziando quella che venne chiamata la Guerra Sicula. Narra Svetonio cosa gli accadde nel 37: “Fatto passare in Sicilia l’esercito, mentre voleva raggiungere la parte restante delle truppe nel continente, assalito all’improvviso da Democare e Apollofane, ammiragli di Pompeo, a gran fatica sfuggì con una sola nave. Andava da Locri a Reggio a piedi, e, viste delle biremi pompeiane che prendevano terra, e pensando che fossero sue, sceso sulla spiaggia, per poco non fu catturato. Mentre per sentieri cercava scampo, un servo di Emilio Paulo suo amico, dolendosi che il padre Paolo fosse stato da lui proscritto, e come se gli si offrisse occasione di vendetta, tentò di ucciderlo”. Una brutta avventura.
Reggio e Blanda ci sono note con l’appellativo di Iulia, a prova di una rifondazione triunvirale. Troviamo a Scolacio i seviri Augustales, una confraternita dedita al culto dell’imperatore, dopo che venne dichiarato assunto tra gli dei e Divus Augustus.
Giulia, la sola figlia naturale di Augusto, e che tanti dispiaceri gli diede per condotta poco consona alla sua politica di moralizzazione dei Romani, e che egli aveva relegato a Pandataria (Ventotene), ottenne di poter vivere almeno in una città, e venne trasferita a Reggio: qui la raggiunsero, non appena morto il padre, i sicari di Tiberio, che era stato suo infelice marito, e la uccisero.