di TIZIANA CALABRO' - Le ho lette in questi giorni sulle pagine di Zoomsud. Che te lo immagini l’atto di scriverle. Il rumore plastica dei tasti sollecitati del pc, il cuore che scandisce il tempo, le pupille che rivelano il ritmo delle emozioni. Dichiarazioni appassionate e luminose o deluse come quelle di un amante tradito con il cuore imploso. Piene di possibilità o di cupi presagi. Perché i contrasti ossimori di questa città e della Calabria e della gente e dei luoghi producono sentimenti estremi. E la voce che viene fuori è piacere nonostante quei contrasti, o rabbia rancorosa. E’ l’esortazione a fuggire, rinunciare, diventare esuli o restare proteggendo i valori atavici che hai dentro.
Penso all’articolo del professore Maurizio Marino, pubblicato pochi giorni fa: la traccia assegnata ai suoi alunni di una scuola di Locri. Un inno alla bellezza, all’azione, un invito a vedere, a pensare a porsi domande. L’ho fatto leggere a mia figlia di dodici anni. In verità l’ho costretta, condizionando la lettura, la riflessione e la scrittura alla revoca di una punizione. Mi perdoni professore ma a volte è l’unico modo per un adolescente riottoso. Il risultato è stato sorprendente. Lei ha seguito questa “traccia”. Ha la forma tortuosa di un punto interrogativo che la ragazzina dodicenne ha notato con stupore consapevole.
E poi penso all’articolo di Margherita Catanzariti, la scrittrice locrese, pubblicato il 5 marzo scorso. E scivolando tra le sue parole, vedi all’improvviso la tua terra, come un’illuminazione inaspettata che custodivi dentro di te, senza saperlo.
E capisci, sì capisci, che restando qui nella tua città, nella tua Calabria, questa stanzialità, ti chiede lo sguardo amplificato e straordinario e curioso e stupito e puro e coraggioso, del viaggiatore affamato di verità e di conoscenza.
Ma un viaggiatore che resta, non è un viaggiatore comune. Non può esserlo. Un viaggiatore che resta è un cittadino che sfida la paura, abbandonando la zavorra opprimente della prostrazione: “…non temere i Lestrígoni e i Ciclopi o Posidone incollerito: mai troverai tali mostri sulla tua via, se resta il pensiero alto, e squisita è l’emozione che ti tocca il cuore e il corpo…”… Itaca.
Per questo le declamazioni d’amore per la propria città, per la Calabria vogliono la forma della mobilitazione collettiva per la cura di ciò che è comune, in cui ognuno si senta responsabile e non più rassegnato o peggio in attesa. Vogliono cittadinanza attiva, collaborazione consapevole e preparata e vigile tra cittadino e pubblica amministrazione.
Scriveva il diciannovenne Giacomo Ulivi, e con le sue parole finisco - condannato a morte della Resistenza nel 1944 - pur sapendo che poco mancava alla sua uccisione: ”Può anche bastare che con calma cominciamo a guardare dentro di noi e a esprimere desideri. Come vorremmo vivere domani? No non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere. Pensate che tutto questo è successo perché non ne avete voluto più sapere!”.