Museo chiuso? Sbagliato! E’ la Calabria che sta chiudendo a data da destinarsi

Museo chiuso? Sbagliato! E’ la Calabria che sta chiudendo a data da destinarsi

chiuso       di GIOACCHINO CRIACO - Magari fosse solo il problema del museo nazionale. Tornano i Bronzi e scompare il resto. L’immagine più appropriata a descrivere la Calabria è quella mulattiera che ancora ci si ostina a chiamare autostrada -riapre il tratto fra Scilla e Bagnara e richiude quello tra Rosarno e Pizzo. E’ così da sempre in una regione da lavori in corso perpetui, un cantiere eterno per interrompere non per costruire.

E’ la Calabria stessa un’eterna incompiuta, una massa di persone che vive sullo stesso suolo, identificato con un unico nome e che continua a essere un ammasso di gente casualmente calabrese. Mica un popolo. L’unica costante, comune a tutta la Calabria è un’immobilità cosmica, un melassa gelatinosa che ne riempie ogni canto. Una ragnatela di poteri piccoli e grandi che garantisce una rendita di posizione a una parte dei calabresi lasciando agli altri la scelta unica di andarsene. La Calabria è una puerpera che non ha latte per tutti, se non sei svelto ad arrivare per primo alla mammella ti conviene prepararti a partire. E’ la lotta degli uni contro gli altri, non quella di molti contro il male, l’ingiustizia sociale, le diseguaglianze e le emarginazioni. Si lotta per se stessi, per la famiglia, il clan, il gruppo, l’associazione, il partito. Si combatte ad arrivare sempre prima degli altri e a prepararsi a difendere la posizione raggiunta per l’eternità. Chi non ce la fa è fuori, come si usa nei talent televisivi.

Ancora, la Calabria è il tragico gioco inventato dai romani, con chi combatte nell’arena e chi si gode lo spettacolo dalla tribuna, girando il pollice a determinare il destino. Chi è sugli spalti cerca di restarci e chi è sul campo lotta per la pelle. Gli interessi sono confliggenti e la guerra giusta, quella per far terminare il massacro non ci sarà mai. La nostra è una terra da pantomima, da farsa, da tragedia magno-greca, in cui il cambiamento dovrebbe essere fatto da chi assiste allo spettacolo. 

Per continuare nelle metafore, alcuni hanno i forni, fanno arrivare il pane ad amici e sodali e agli altri regalano le briciole perché continuino nello spettacolo. E’ tutta una recita in cui il regista muta solo per mantenere invariato il copione. La questione non è Scopelliti, Loiero o chi li ha preceduti. A mutare il soggetto si candidano sempre e solo gli autori che fanno parte della stessa compagnia, così i ruoli non muteranno mai. A fare i rivoluzionari si presentano i calabresi che fanno il pane e lo mangiano.

Io sono nato e cresciuto nelle rughe di Africo, nelle strade della Locride, nei sentieri dell’Aspromonte. Faccio parte di chi fa spettacolo nelle arene, sui palchi, sono cresciuto con le briciole. Per me la guerra ha senso solo se lo spettacolo chiude e il pane arriva a tutti. Non lotto per guadagnarmi un posto in tribuna o fra le poltrone della platea. Non rincorro un capezzolo da succhiare.

Non scrivo e non scriverò più per una Calabria così maledettamente chiusa a una parte dei calabresi. Continuerò a farlo per i miei, per i ragazzi delle rughe perché smettano di recitare le tragedie scritte da altri. Continuerò a scrivere di Aspromonte, che fortunatamente continua a essere lontano miglia e anni da una Calabria ipocrita che strilla e blatera per restare uguale a se stessa e dare il latte sempre alla stessa gente.