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OPPIDO, l’ingenuità di Gangemi e la Calabria che salta allo schiocco della frusta. ACQUARO

OPPIDO, l’ingenuità di Gangemi e la Calabria che salta allo schiocco della frusta. ACQUARO

prodi MASSIMO ACQUARO - Mimmo Gangemi adopera, come sempre, parole straordinarie, ma è un "ingenuo". Mi spiego subito. Prendiamo in mano il vocabolario Treccani: dal latino ingenuus, composto di in- e tema gen- di gignĕre, genus, generare, ecc.; propr. «indigeno, nativo; nato libero», poi «onesto, schietto, semplice».

Mimmo Gangemi è nato libero, appunto, e quindi può permettersi di trascurare i meccanismi feroci che ormai operano sulla Calabria da parecchi anni. Lo dico con chiarezza, caro Direttore, in modo da evitare fraintendimenti. La storiaccia dell'inchino di Oppido e del presunto inchino di San Procopio dovrebbe essere studiata nei corsi di comunicazione. È l'esempio plastico, perfetto di quale sia la percezione della Calabria in Calabria, in Italia e un po' dappertutto nel mondo e di come essa venga alimentata in modo scientifico.

È bastato un gesto, che come dice Gangemi quand'anche ci fosse stato si ripete identico da decenni, per scatenare una smisurata bagarre mediatica che, dalla provincia reggina, è risalita ai giornali locali, poi alla tv e ai giornali nazionali, quindi ha attraversato la Commissione parlamentare antimafia dove la Bindi non ha fatto mancare la sua verve indignata da neofita, ed è giunta con Eugenio Scalfari al soglio di Pietro in Vaticano (i due soli, per la verità ad avere una posizione lucida ed equilibrata su cui, appena possibile bisognerà riflettere).

Nel mezzo giornalisti che credono di trovarsi nella Striscia di Gaza, sacerdoti e vescovi a caccia di giustificazioni o di anatemi, toghe che plaudono al solito "cono d'ombra" finalmente squarciato dallo scandalo di una processione di paese.

In tutto questo guazzabuglio - in questo coacervo (dispiace dirlo) anche di interessi (straordinaria la prima ed unica battuta di Scopelliti, "lo avevo detto da anni" anche se forse erano gli stessi in cui la ndrangheta reggina evitava le processioni ma riusciva a espugnare palazzo San Giorgio) ove si saldano istanze di visibilità politica e mediatica, interferenze tra giornalisti e organismi di controllo, preoccupazioni di carriera di apparati dello Stato.

Mimmo Gangemi dice la sua con ammirevole onestà e con la forza di una posizione morale inattaccabile, ingenua appunto, da nato libero. Si chiede lo scrittore perché si sia taciuto sino a due anni fa e lui venne ferocemente attaccato dal prete e dal sindaco per uno straordinario inchino più visibile e sicuro di quello di Oppido. Allora, se non ricordo male, toccò a Lei, Caro direttore, buttarsi nella mischia in solitudine di fonte al silenzio e all’arroganza di quegli attacchi.

Ma Gangemi, quando si chiede dove erano quanti ora si stracciano le vesti per l'indignazione rischia di non accorgersi, così, che non c'è più alcuna buona fede nel circo mediatico che usa la Calabria come una tigre ammaestrata da far saltare da uno sgabello all'altro con lo schiocco della frusta.

Il tutto mentre le iene mafiose che spolpano la gente gongolano pensando all'ennesimo imbroglio consumato e al fatto che, se davvero mai processeranno qualcuno per il delitto di inchino abusivo, loro saranno più forti di prima. La ndrangheta che corrode e devasta vuole e ottiene l'inchino degli uomini non sa che farsene di quello dei feticci di paese di una fede da rifondare.