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Alvaro e Cavallaro, il mito della rivolta nella Calabria dei poveri e del rancore. CARTERI

Alvaro e Cavallaro, il mito della rivolta nella Calabria dei poveri e del rancore. CARTERI

pcrc      di GIANNI CARTERI - E’ un libro intenso, documentato e tutto da leggere il lavoro che Sandro Cavallaro, il figlio più piccolo di Pasquale, ha scritto alcuni anni fa su La rivoluzione di Caulonia . Sono noti i fatti. Il 6 marzo 1945, mentre l’Italia era ancora in guerra e le truppe angloamericane risalivano la penisola, a Caulonia il popolo insorgeva, proclamando la repubblica, ispirata a un modello sovietico negli intenti dei protagonisti. Alla guida dei moti rivoluzionari un maestro elementare, Pasquale Cavallaro, che intendeva dare voce alle istanze di giustizia sociale dei contadini , troppo a lungo calpestate dagli agrari del luogo.

   Ho letto più libri sulla figura di Cavallaro e credo che la verità storica debba ancora emergere nella sua reale dimensione: certamente la repressione seguita alla rivolta fu violenta e ingiustificata. Devo confessare che mi ha molto colpito il discorso da lui pronunciato all’inaugurazione della Camera del Lavoro di Caulonia il 12 dicembre 1943, sintesi di una fede ma anche di una robusta cultura appresa sui banchi di scuola del seminario di Gerace e nell’Istituto magistrale di Catanzaro, dove si diplomò maestro a 19 anni (era nato da famiglia di massari nel 1891 a San Nicola, una grossa frazione di Caulonia). Ecco come il rivoluzionario dipingeva il fascismo: “Quel nerofumo seminò a sparpaglio il sopruso, l’inganno, la violenza, la depravazione, la negazione di ogni sano principio, il sofisma più spudorato e malefico. Scrittori tisicuzzi o vigliacchi gli tennero bordone; dimenticando che la penna deve essere solo adoperata per correggere, nettare, elevare. (…) chi non piega con perfetta remissività la schiena e la coscienza è delinquente; chi si ribella alla nequizia esosa di certi parassiti dal ventre sempre pago compie un delitto di …lesa maestà. (…)”.

Come si vede non fu poi un caso se Stalin, in una trasmissione da Radio Praga disse: “Ci voleva un Cavallaro per ogni città”.

Di Pasquale Cavallaro scrisse anche Corrado Alvaro in un articolo per La Stampa di Torino il 1° giugno 1952. Si erano conosciuti nel seminario di Gerace. Lo scrittore di San Luca era più piccolo di quattro anni (era nato nel 1895). Ce ne dà notizia il figlio Sandro nel suo libro dedicato alla rivoluzione di Caulonia: ”E fu proprio a Gerace che s’incontrò e strinse amicizia con Corrado Alvaro, iniziando insieme con lui, quando fuori dalle mura del seminario, nei momenti di libertà, osservavano, in quella terra aspra e ingrata, il duro lavoro dei contadini e la miseria che giorno dopo giorno consumava quella povera gente, a meditare sui mali e sui problemi della propria terra. Iniziò in quel tempo a scrivere poesie, mentre sempre più prepotente si faceva in lui il bisogno di combattere le ingiustizie sociali”.

Sono poesie stampate presso la Tipografia Serafino di Gerace nel 1912 e nello stesso anno Corrado Alvaro pubblicava presso la stessa tipografia la sua prima opera “Polsi nell’arte, nella leggenda , nella storia”. Le poesie di Cavallaro sono scritte in un italiano aulico: ”Tu canti de l’amore/pel pian riarso dal fiammante sole” (…). Lo scrittore di San Luca nel contesto dell’articolo dedicato alla classe media meridionale così ricorda il vecchio compagno di scuola: “Ho qualche pratica d’una certa psicologia meridionale, e se le sue manifestazioni mi sconcertano, non mi stupiscono mai. Sono stato sugli stessi banchi di scuola di quel personaggio che provocò la sanguinosa rivolta di Caulonia dopo questa guerra; e in   quello che egli operò nel suo paese, riconobbi il giovinetto di un tempo. Scriveva versi patriottardi e sentimentali come molti meridionali, e andava, già da ragazzo, armato d’un grosso bastone, minaccioso non si sa bene contro chi. Molti allora erano i ragazzi armati di bastone e rivoltella. Era una violenza senza oggetto preciso, la necessità d’un nemico, d’un rivale, che poteva essere il giovane professore settentrionale piovuto lì ai primi passi della sua carriera.(…) Come dicevo, il ragazzo che mise a ferro e fuoco Caulonia, scriveva versi patriottici, ( …) L’Italia meridionale pullula di questi fogli che, per conoscitori dell’ambiente, sono tristemente istruttivi. La funzione civile si risolve in sterile nazionalismo pieno di recriminazioni e di invettive. Al tempo in cui l’agitatore di Caulonia era ragazzo, la città degli studi era popolata per la maggior parte di figli di povera gente venuti dai paesi oppressi dell’interno, mantenuti agli studi a costo di inauditi sacrifici, carichi di un’energia compressa da secoli che cercava il suo sfogo, e che non trovandolo si buttava a un rancore indeterminato, ma che non si configurava neppure in sovversivismo o socialismo, ma stranamente in nazionalismo. Subivano la costrizione locale, le convenzioni, inconsapevoli allievi del trasformismo; pure compiendo vere e proprie prove di eroismo a vivere come vivevano, col poco denaro che il padre raggranellava per fare mutare loro condizione per mezzo di un diploma, unica risorsa della lotta di classe per uscire dalla condizione di poveri oppressi e passare dalla parte dei custodi e dei funzionari”.

   Il figlio Sandro, custode attento e intelligente delle carte del padre, ne attesta le gesta quando scrive nelle sue pagine che “a soli tredici anni, a Catanzaro, era alla testa di uno sciopero di studenti e, acciuffato dal commissario capo Brancati, veniva portato in braccio in Questura e poi rilasciato in considerazione dell’età. Qualcosa di simile capita anche a Corrado Alvaro, quando, studente al liceo classico Galluppi nell’anno 1913-14, viene messo in prigione per una notte, essendo a capo di una dimostrazione per Trento e Trieste. Ne scrive nel romanzo “ Vent’anni “, il romanzo di una generazione, quella appunto che aveva vent’anni alla scoppio della prima guerra mondiale. Ma è soprattutto in “ Mastrangelina “ che la cronaca si fa minuziosa: “Sfilavano in massa cantando inni, sventolando cartelli, mulinando bastoni. Tutti insieme si sentivano giovani, padroni della strada, in una raffigurazione storica, in una scena imitata dai libri che avevano letto. (…) In quella massa confusa e calda, fra quelle grida, si vedevano gli occhi lucidi, i visi percorsi da brividi. (…) Furono operati alcuni arresti, e una ventina di giovani passarono la notte in uno stanzone della questura, ridotto in breve in tale stato di sporcizia da non potersi sedere neppure in terra. Poiché la cosa prendeva una piega pericolosa, il commissario di polizia ebbe l’ordine di mettere tutto in tacere per evitare complicazioni. Diacono era fra gli arrestati; era il più gravemente indiziato, colpevole di oltraggio alla forza pubblica. Tuttavia fu liberato con gli altri: Provava un rancore verso tutto quello che era autorità. In quella folla di dimostranti il suo vestito liso pareva sventolargli addosso come una bandiera, e quando fu liberato al mattino da quella sporcizia dello stanzone divenuto un lago di orina, si trovò sulla strada misero, pieno di odio”.

   Chissà se tra i dimostranti c’era anche Pasquale Cavallaro che si recava a Catanzaro per far conoscere le sue poesie non solo patriottiche ma anche amorose. Di sicuro la rivolta di Caulonia è nata tra i banchi di scuola a Catanzaro: ”Era l’ora in cui il lastricato della città, tutto di pietre larghe e grigie, si scorgeva arido e deserto. Nella biblioteca non c’era che un custode sonnolento. Il bibliotecario dalla barba fluente e rossastra come quella di un apostolo, non c’era. (…) ”Andiamo, vieni con me“, disse Diacono. Spina lo seguì trotterellando, traversarono il ponte, uscirono dall’abitato. Forse nei campi avrebbero trovato quelle apparizioni di cui parlava il poeta. Avrebbero sorpresa la natura in un’ora in cui compie le sue operazioni occulte, e in cui passa per la terra deserta il dèmone del mezzogiorno”.

Il rivoluzionario-poeta di Caulonia pubblicò nel 1961 una raccolta di poesie in lingua dialettale . Il titolo tradisce l’indomita passione politica dell’autore: Lu comiziu di li lupi, eccetera. Ricorda La fattoria degli animali di Orwell. Indicativa della vecchia passione politica “Cafuni salutati”.” Cafoni, salutati, / e quando passa / lu signurinu e non salut’a bbui,/’incrinativi e dicitinci: “ scusati/ la gnuranza c’avimu e puru a nnui

Rimane traccia di quei giorni rivoluzionari nella poesia “ Pajisaggiu nostranu”.

Si legge tra le righe l’amarezza del vecchio combattente le cui gesta certamente andranno rilette alla luce di alcuni documenti che il figlio Sandro annuncia in parte sconvolgenti. E’ amareggiato perché in fondo si è sentito tradito dal vecchio Partito Comunista Italiano:

Poi ‘nta la guerra, d’undi ca juntau,/ ‘nu sindacu sovieticu sciurtiu;/ ‘na repubblica russa ‘mminestrau, / e, comu fu lu fattu, scumpraiu. “