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Pasquino, mio padre, un anno dopo. di BENEDETTA CRUPI

Pasquino, mio padre, un anno dopo. di BENEDETTA CRUPI

pasq         di BENEDETTA CRUPI - Un anno è trascorso, da quando mio padre Pasquino Crupi è morto. Era nato nel 1940 in una notte in cui in casa mancava il petrolio, nacque al buio mio padre, ma con gli occhi aperti che   rimasero spalancati e vigili, fino a chiudersi impietosamente il 19 agosto dello scorso anno.

Nacque povero e questa condizione, di per sé invalidante, superò con la forza della conoscenza, con il dono della parola che mise al servizio   della gente di tutti i giorni a cui la società ruffiana ha tolto la voce, il nome fino a cancellarne il volto. Paquino Crupi rimase umile con gli umili e fece sentire sempre alta la sua voce contro le ingiustizie e gli ingiusti e al riscatto della sua terra dedicò tutta intera la sua vita.

Si definiva un intellettuale in trincea mio padre, la trincea era ed è la Calabria, schiacciata dalle scelte politiche che l’hanno resa imperfetta, trasformandola in un serbatoio di voti, un contenitore dolente di camorristi, corrotti e delinquenti, dove è vietato essere una voce pensante, dove il dissenso alto e profondo è irriso e trasformato in ignoranza grave e le scelte dei potenti diventano il vangelo secondo i grandi mezzi di comunicazione che restituiscono, di volta in volta,   un Sud ora delinquenza, ora   camorra, ora braveria, cospargendolo di pus.

In questa terra, bella come nessuna mai, tutto appare infetto e l’uomo non può che divenire titanicamente un combattente e un combattente fu mio padre Pasquino che consumò tutta intera la sua vita su i due versanti delle sue ricerche: la ricerca letteraria e i temi di forte passione civile, a cui mi piace aggiungere una terza via, forse quella più immediatamente coraggiosa da dove sempre fece tuonare la sua voce, la via del giornalismo, quello antico, quello del piombo e dell’inchiostro, quello dei tempi duri degli anni settanta e da lì in avanti   continuò senza mai fermarsi.

Scriveva mio padre, ma soprattutto parlava, era un parlatore nato, è la cosa che più di ogni altra mi manca di lui. La sua voce mi giungeva salvifica, rassicurante, così come è naturale che sia la voce di un padre.

I suoi scritti, dalla Storia della letteratura calabrese in tre corposi volumi, all’ultima sua fatica, La Questione Meridionale al tempo della diffamazione calcolata del Sud, rimangono erimarranno un punto di riferimento per tutti gli intellettuali e gli studiosi interessati ad approfondire la letteratura meridionale e le problematiche sociali del meridione.
Con la parola scritta, mio padre parlava e comunicava e raccontava, era un intellettuale proteso sulla sua gente, era un anarco-comunista colto ma non dottrinario, organico al popolo e della cultura popolare e contadina possedeva tutti interi i valori. Amava la vita.
Se n’è andato in un assolata giornata di agosto e sul suo volto, finalmente libero dall’ansia del respiro, si distese un sorriso, il sorriso di chi aveva finalmente capito il mistero della vita sciolto dall’enigma della morte.

Non ha bisogno di commemorazioni mio padre, il suo ricordo rimane nel cuore di chi lo conobbe e lo amò, nei suoi amici, nei suoi poeti in piazza, nei pochi compagni che lo accompagnarono, nei suoi paesani.

E’ a tutta la sua gente, quella semplice del cuore, che io oggi lo ricordo.

*foto di mdv

**scritto per zoomsud.it e Il Garantisca della Calabria