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Per una critica a Cola Ierofani di Giuseppe Tripodi. SERRA

Per una critica a Cola Ierofani di Giuseppe Tripodi. SERRA

lngdi MARCO COSTANTINO SERRA. - Il testo di Cola Ierofani è abbastanza

articolato, varia a seconda delle intenzioni dell’autore e si muove con disinvoltura tra diversi piani, da quello prettamente narrativo a quello descrittivo a quello argomentativo; questi piani sono unificati da una tensione realistica espressa non come mera fotografia di quella realtà calabrese, ma come snodo di una storia come quella di Cola Ierofani che punta a cogliere, riuscendovi, il significato del momento storico e del funzionamento di un certo tipo di vita individuale e collettiva.  

In Cola Ierofani assume grande rilievo il mix del contesto linguistico, che è ben più di una mera superficie del testo; il dialetto non solo anticipa la collocazione geografica del racconto e le caratteristiche morfologiche della gente di quella terra unica che è la Calabria, ma riesce a dare una forte caratterizzazione ai personaggi che in quelle terre vivono. Il codice linguistico locale, che viene riproposto costantemente lungo tutto l’arco dell’opera, colora e dà sapore a tutti i personaggi, resi originali e vivi dalla penna dell’autore, talvolta in maniera eccellente.

La scrittura, accanto al prevalente andamento discorsivo ha, indubbiamente, alcuni momenti di pregio soprattutto nella descrizione dei personaggi (colti nel loro agire, nel loro comportamento è compiuta la caratterizzazione psicologica) nonché di ambienti e situazioni: per fare qualche esempio, la stanza in cui la prostituta Rosaria riceve Cola e il loro voluttuoso amplesso, la consumazione lussuriosa dei trepidanti giovani studenti Cola e Luca, l’amore clandestino di Cola con Ndriòla prima e poi con Grazia, il panorama di un pezzo di Aspromonte che la comitiva dei giovani ospiti di Cola ammira, l’aula “sorda e grigia” della Corte d’Assise, la perorazione e la morte dell’avvocato Pondicò.

Ci soffermiamo, prima di analizzare la “politica” di Cola Ierofani, su alcuni aspetti che nel libro che, nonostante siano scritte in una forma molto bella, non ci sentiamo assolutamente di condividere.

Emerge nella narrazione la descrizione di “crudeli esecuzioni” inflitte ad animali (per nutrirsene): i dettagli insistenti, cruenti come quello narrato nel capitolo “Arcangelo”, dove viene infilzata un’averla suscitando l’orrore del piccolo Cola, oppure nel capitolo “Caprificium”, dove la visione atroce dell’esibito squartamento della capra provoca un urlo di terrore delle “donne metropolitane” (che vengono definite da Tripodi con un’ironia totalmente priva di gusto “pie donne rivoluzionarie”) dimostrano che all’autore manca una sensibilità animalista e lo sghignazzare su chi, come le donne milanesi, ne è dotato è una cosa piuttosto penosa.

Gli “amori” di Cola poi, che accanto all’attività militante costituiscono i leit-motiv vitali di Cola, nessuna sensibilità dimostrano verso il femminismo e le concezioni più mature e paritarie che esso ha generato: le donne sono descritte dal punto di vista del godimento del maschio e sono raccontate come mero oggetto del suo appetito fisico, il “palum” è l’obiettivo attraverso cui viene scrutato l’universo femminile.

Insomma, se è innegabile che il sesso è la molla psicologica del racconto, non è altrettanto chiaro quando e come l’autore si rapporti alla visione maschilista del protagonista.

La “metà” politica di Cola, che viene sviluppata nella seconda metà del libro, offre uno spaccato interessante della società calabrese durante e dopo il fascismo, e si muove all’interno della vicenda del PCI con la quale il protagonista è in assoluta simbiosi; trovano così posto la formazione del giovane, gli scontri tra cattolici e comunisti, la morte e il funerale di Togliatti, le tribù extra-parlamentari metropolitane che fanno turismo rivoluzionario nella Calabria degli anni sessanta e, poi, la delusione per la deriva del Partito e i conflitti interni.

Il De profundis del PCI si accompagna a quello di Cola e il finale del racconto, uno dei brani più belli che si stacca dal tono monotono dell’ultima parte, è in totale armonia con il carattere del protagonista: il suo “sogno di una notte di fine estate”, con suor Leda che vi appare sorridente e con i seni al vento e si congiunge a lui in una vera e propria estasi onirica, fa da controcanto alla realtà della mattina successiva in cui lei, ormai “sine cigno”, chiude gli occhi di Cola sul suo ultimo pensiero: “E’ finita la morte o la vita”. 

* COLA IEROFANI di Giuseppe Tripodi verrà presentato a "Più libri più liberi 2014": dai professori: Giovanni D’Orio, scienza delle finanze, Unical; Pasquale Serra, scienza della politica, Università di Salerno, Gianni Più e da Franco Arcidiaco, editore della Città del Sole.

L’evento è previsto perVenerdì 5 dicembre alle ore 15.00, Eur, Palazzo dei Congressi, Roma - Sala Ametista