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LA RIFLESSIONE. I musulmani accanto a noi e i giorni dell’odio. NUCERA

LA RIFLESSIONE. I musulmani accanto a noi e i giorni dell’odio. NUCERA

 mslmn     di IDA NUCERA - Nei giorni dell’odio che ha macchiato di sangue la redazione di Charlie Hebdo e le strade di Parigi, appena dopo l’epilogo che ha visto uccisi i terroristi, un ventaglio di emozioni si è spalancato, mettendo a nudo tutti gli oscuri demoni di paura che ci abitano. Emozioni espresse nel segreto del cuore o palesemente, dal compiaciuto “è meno di quello che meritavano…”, al senso di liberazione e approvazione per gli ostaggi salvi, e il timore su quello che potrebbe accadere ancora a Roma, a Londra o chissà dove… Eppure da Parigi a Reggio Calabria, ormai fanno parte del nostro vivere le persone di religione musulmana. Come conciliare la paura del terrorista con i bambini arabi a scuola con i nostri, con uomini e donne, di cui ascolti le storie nei Centri per immigrati, con i volti incrociati durante gli sbarchi estivi?

Mille articoli, twets, immagini suggestive di matite spezzate sono rimbalzati in rete, simboli della libertà infranta. Tutti abbiamo detto e scritto: “je suis Charlie!”, tranne forse l’irriducibile vecchio della estrema destra francese LePen. Forse non si è detto molto ad alta voce che la satira si muove sempre in bilico tra la risata dissacrante e la sgradevole volgarità, ma da qui ad imbracciare il kalashnikov certo ne passa.

Seriale il “Notinmyname” da parte del mondo arabo moderato. Una frase ripresa dallo scrittore libanese Dyab Jahjah lascia il segno: “Non sono Charlie, sono Amhed, il poliziotto ucciso. Charlie ridicolizzava la mia fede e la mia cultura e sono morto difendendo il suo diritto a farlo. Jesuissahmed”. Uccidere per Allah, ma davvero questo ha predicato Maometto? E’ uno dei nodi cruciali di questa tragedia che sveglia tutti noi evitanti nell’ignorare che la guerra non era lontana, ma l’avevamo in casa. Sembra che Maometto, un giorno, esortando i suoi soldati a combattere in Siria, li ammoniva, una volta giunti in quella terra, di non importunare i monaci che avrebbero trovato, di non uccidere donne, bambini, né vecchi e nemmeno di sradicare alcun albero o distruggere case.

L’Islam, che all’interno del suo stesso nome contiene la parola “pace”, è una enorme galassia, nella quale moltissimi aderenti però non hanno del Corano l’esatta traduzione, un po’ com’era per i cattolici ai tempi in cui il latino era la lingua ufficiale che il popolo ignorava. Non sappiamo se è davvero così, molte religioni hanno nei loro testi, se non letti con il discernimento necessario e in momenti storici poco illuminati, pagine grondanti violenza. E’ così per la Bibbia, che riguarda le altre due religioni monoteiste, quella ebraica e la cristiana. E’ facile distorcere il messaggio originario del Corano per offrire stimoli forti e violenti e che intercettano il vuoto esistenziale e lo sradicamento di molti giovani, anche europei. Si fa credere che la blasfemia sia da punire con l’uccisione del colpevole. Tutto ciò sa di profondo Medioevo, ma le Crociate le abbiamo fatte noi per primi e la Guerra in Iraq è una delle ultime di una lunga serie di maniere distorte di contrabbandare per alti ideali, le basse speculazioni petrolifere di Bush, il giorno dopo l’attentato alle Torri gemelle. L’accensione della miccia che partendo da lì non si è mai spenta.

Il rischio enorme oggi è continuare a rispondere alla stessa maniera: il terrore genera rabbia e brama di vendetta, così le derive estremiste di destra si rafforzano sfruttando la paura. Lo straniero è il nostro vicino di pianerottolo, incita Salvini, mentre fa proseliti. Sono sempre gli stessi, i demoni oscuri di cui si nutre la peggiore xenofobia di destra, con il rischio di governi dalle leggi liberticide, antidemocratiche e totalitarie.

Quale il vaccino contro il virus dell’odio? Ai tempi delle Crociate un pazzo di nome Francesco si mise in viaggio per portare una parola di pace al Sultano. Non gli fu toccato un capello, ma ci volle ancora molto tempo perché i potenti della Chiesa si convincessero di non uccidere in nome di Dio.

Oggi c’è chi critica un altro grande testimone di dialogo, che porta lo stesso nome del santo. Eppure non c’è altra via possibile per la pace. E’ illuminante una lettura che andrebbe commentata in tutte le scuole. Si tratta della profetica lettera scritta da Tiziano Terzani a Oriana Fallaci, dopo l’11 settembre. Un uomo e una donna, dello stesso humus culturale, incontratisi ad un certo punto della loro vita, prima di partire per percorsi umani diversi, si lasciarono, come tanti, con la promessa disattesa di scriversi. L’uno va nel profondo Oriente, l’altra nel ventre opulento dell’Occidente. Fino all’ultimo giro di giostra. Per entrambi, lo stesso destino: un cancro. Ma la penna alla fine dei loro giorni lascia testamenti totalmente diversi. La scrittura di Tiziano è riconciliata e pacificata, quella di Oriana, rabbiosa e sola, irriconoscibile per chi l’ha amata per libri, come Un uomo e Lettera ad un bambino mai nato.

Lui però la cerca e con lei tutti noi, sgomenti e incerti, in questi giorni dell’odio: dicendo: “Guarda un filo d’erba al vento e sentiti come lui. Ti passerà anche la rabbia. Ti saluto, Oriana e ti auguro di tutto cuore di trovare pace. Perché se quella non è dentro di noi non sarà mai da nessuna parte”.