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NAPOLITANO. Il comunista serio che serviva all'Europa. SANSONETTI

NAPOLITANO. Il comunista serio che serviva all'Europa. SANSONETTI

nap      di PIERO SANSONETTI* - Non so se dobbiamo ringraziare Napolitano per i suoi nove anni al Quirinale, oppure maledirlo. Non so se Napolitano sia stato l’uomo che ha determinato il decadimento politico dell’Italia, oppure se sia stato l’uomo che ha frenato questo decadimento, ha impedito che dilagasse. Ci possono essere pareri molto diversi. So, però, o almeno credo di sapere chi è Giorgio Napolitano.

Personalmente ho conosciuto il futuro presidente della Repubblica circa quarantacinque anni fa, a Roma, durante una assemblea della sezione universitaria del Pci che allora oscillava, nella sua linea politica, tra la ricerca del dialogo coi partiti governativi (Dc e Psi) e la ricerca del dialogo coi movimenti di sinistra, con ”Lotta continua”, col ”manifesto”. Napolitano diede ragione a quelli che dicevano di andare con la Dc e con il Psi. Nessuno si scompose, perché già allora tutti conoscevano Napolitano, il quale già portava il cappello di feltro ma che aveva solo 47 o 48 anni, oggi si direbbe un giovinotto.

Napolitano diceva a noi ragazzi di andare con il governo perché quella era la linea del partito. Napolitano rispettava la linea del partito. E se per caso doveva, su qualche punto, dissentire, lo faceva nelle forme dovute, con giri di parole, accenni, ammiccamenti. Il centralismo democratico era così. Napolitano era un uomo assolutamente interno al centralismo democratico e a quella forma tardiva di stalinismo, assolutamente non cruenta ma molto burocratica.

Nel Pci degli anni settanta lo stalinismo aveva lasciato un lungo strascico, ma non totalitario né tantomeno rivoluzionario: semplicemente burocratico. La democrazia interna al partito non era minacciata dalla violenza o dalla prepotenza, o dall’intimidazione: solo dalla burocrazia e dalla sua complicazione e dalla sua funzione che era quella di rendere lentissimo o quasi impossibile qualsiasi rinnovamento e la libertà eccessiva di pensiero. La burocrazia però era debole, e non faceva paura, e così la libertà di pensiero, talvolta – e magari spesso – la faceva franca, e gente tipo Lombardo Radice, o Luporini, o Ingrao, o persino il vecchio e libertario Terracini, finivano per poter dire quel che pareva loro e di far sbandare il granitismo ideologico, specie tra noi giovani.

Napolitano era il capo ideale della burocrazia. E in questo suo essere ”funzionario” e comunista disciplinato, finì per avvicinarsi a molte idee, anche buone, che venivano da destra – perchè la sua corrente migliorista era molto stalinista ma era anche di destra – e dunque anche ad idee liberali, che poi coltivò, e che ancora adesso coltiva. Il miracolo di Napolitano è stato questo: la sua longevità politica, sconosciuta ai suoi coetanei, gli ha permesso di restare sempre comunista, senza mai essere di sinistra. Napolitano non è mai stato di sinistra. Quando nel 1966 corse per la segreteria del Pci, ma poi fu sconfitto – prima dalla diffidenza di Longo e poi dal fascino incomprensibile di Berlinguer – Napolitano rappresentava le idee moderate e filo-nenniane di Amendola. E si contrapponeva a Ingrao che invece voleva parlare coi movimenti, col dissenso cattolico, con la Dc dossettiana.Io penso che la fortuna di Napolitano sia stata proprio il suo ”comunismo”, mai rinnegato. E cioè quel rapporto di vicinanza con la democrazia politica che è sempre stato accettazione della democrazia politica e mai amore per la democrazia politica.

Quando l’Europa si è trovata nelle intemperie, con la nascita della moneta unica, la scomparsa dei padri fondatori – e del carisma di uomini come Mitterrand – e poi subito dopo l’asprezza della crisi, e la sconfitta ai referendum sulla Costituzione, quando insieme all’Europa anche la Grande Finanza si è trovata nella necessità di non spingere l’acceleratore sul processo democratico, e di governare dall’alto, in modo ”dirigista” e anche burocratico, la grandissima esperienza di Napolitano si è dimostrata preziosissima. Nessuno come lui aveva il bagaglio culturale, la propensione, la conoscenza di un metodo che doveva lasciar viva la democrazia come valore, come orizzonte, ed escluderla però dai processi veri di governo, nei singoli paesi e nel continente.

Per Napolitano invece era un linguaggio notissimo, era la sua biografia. Il Pci è sempre stato questo: un gigantesco partito popolare, capace di tenere la democrazia al vertice della piramide dei suoi valori – allontanandosi dall’Urss – ma senza mai praticarla.

L’idea di tutti, in questi anni, è stata quella: governare la fase della crisi sospendendo la democrazia. Senza danneggiarne l’impianto. Non so se Napolitano ci sia riuscito, sicuramente ha provato a fare questo. Svolgendo la sua azione autoritaria con una certa liberalità, e cercando di difendere qualche esile brandello di autonomia della politica. Come ha fatto quando ha chiesto l’amnistia, associandosi ai radicali. O quando, seppure con cautela, è stato l’unico a dire qualche parola non di ”adorazione” verso la casta dei magistrati.

*direttore del Garantista, dove questo articolo è stato pubblicato (fascicolo nazionale) il 14 gennaio.