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LA PAROLA LA STORIA. Capìzzu. TRIPODI

LA PAROLA LA STORIA. Capìzzu. TRIPODI

qdi GIUSEPPE TRIPODI - Capìzzu, cuscino, testa del letto (d’u capizzu, contrario a d’i pedi)

come lo spagnolo cabeza, che è il suo parente più diretto nelle lingue romanze, rimanda al latino caput, testa, capo, collegato radicalmente al greco Kephalè, al francese Chef nonché al germanico Kopf che rimandano, secondo G. Semerano, agli accadici Kapu, vetta, roccia e Kabittu (persona di rango elevato).

Il calabrese registra, ovviamente, capìzza, cavezza (lat. capistrum, cavezza, guinzaglio), ncapizzari (lat. Capistrare) mettere la cavezza, scapizzari, (uscire di cavezza), detto di animali legati prima e poi scioltisi dalla cavezza e tornati in libertà; ma esiste anche una trasposizione metaforica che applica ‘ncapizzari e scapizzari agli uomini, soprattutto agli adolescenti, nella forma del passato remoto aggettivale scapizzata e scapizzatu ad indicare chi ormai non ha freni inibitori, perché si è tolta la cavezza del patriarcato o nessuno gliela ha mai applicata, e si è data o è disponibile ad ogni libertinaggio. Sceccu tiratu d’a capìzza è persona privo di autonomia, in balia degli altri, moglie compresa, ma òmu senza capìzza è invece un uomo libero in senso positivo (a mia nuddu mi misi mai a capìzza), come recita una canzone autocelebrativa degli africòti (sugnu africòtu di dda mala razza / ma a mia nuddu mi porta d’a capizza).

La capìzza, che serviva per disciplinare le bestie da soma, era costituita da una parte di cuoio che irretiva la fronte ed era chiusa, in corrispondenza della barbozza, da una serretta in ferro dentato che aveva la stessa funzione del morso ed arrivava, in caso di soggetto particolarmente inquieto, a piagare la parte del corpo con cui era a contatto. Naturalmente questa tortura veniva risparmiata agli animali ormai addomesticati.

Il capizzùni invece era una cavezza di corda senza serretta che aderiva blandamente alla testa dell’asino o del cavallo e sostituiva la cavezza quando l’animale stava mangiando o era in sosta e, quindi, in rilassamento. In caso di bestia in fase di addomesticamento o particolarmente vivace il capizzùni si aggiungeva alla cavezza e il suo terminale veniva fatto passare in aderenza alla guancia opposta a quella in cui passava la cavezza. Il mulattiere disponeva così di due corde sia per frenare che per far sterzare la bestia.

Sul capizzùni applicato agli uomini è famosa l’invettiva del poeta siciliano Ignazio Buttitta che, sognando un’inversione della dignità sociale, così si rivolgeva ai feudatari dell’isola: si nescìsseru d’i fossi, i nostri morti / vi ‘nfurcàssiru, v’abbruciàssiru vivi! / Vi mittìssiru ‘u capizzùni, ‘u siddùni, u suttapanza / e lignàti ‘nt’e rini, ‘nt’e rini … (se tornassero i nostri morti / vi inforcherebbero vi brucerebbero vivi. / Vi meteterbbero il cavezzone, il sellone, il sottopancia / e legnate nelle reni, nelle reni” (Io faccio il poeta, Milano, Feltrinelli, 1972).

Capuzzùni è invece persona importante, prepotente, abituato a farsi obbedire.
Capuzziari (spagnolo cabecear, chinare la testa, tentennare) indica l’atto del bue aggiogato o del cavallo bardato che, specialmente quando ancora non sono stanchi, camminano muovendo ad ogni passo ritmicamente la testa verso l’alto e verso il basso; ma capuzzìa anche chi minaccia abbassando il capo e guardando in modo torvo.
E’ raro scapuzzari, applicato all’asportazione della testa nel pesce azzurro.