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LA STORIA. Il Merlo Blu che uccise il cacciatore. CALABRÒ

LA STORIA. Il Merlo Blu che uccise il cacciatore. CALABRÒ

ccc      dI ANTONIO CALABRÒ - A vent’anni Gianni era un formidabile tiratore con il fucile. La sua mira era una virtù naturale, affinata con le battute di caccia condotte con il padre, appassionato dello sport venatorio e di pesca. Tra tutti gli amici dell’epoca Gianni era sicuramente il migliore: la vista acuta, il polso fermo, la determinazione e la capacità di concentrarsi lo rendevano cecchino infallibile, e lui ne menava gran vanto.

Quando andavano a caccia di tordi e di allodole riempiva i panieri capienti in metà mattinata; caricare la doppietta calibro sedici, imbracciare l’arma, puntare e far fuoco erano gesti meccanici condotti con estrema abilità: ormai riusciva a battere l’esperto genitore quasi sempre come numero di prede, e a casa il ragù di cacciagione era diventato menù abituale.

Durante le feste si fermava ai tiri a segno che allora (siamo nei primi anni 60) mettevano in palio le sigarette e ne faceva scorta; una volta il gestore di un banco lo allontanò, corrompendolo con un paio di pacchi di pregiate bionde americane. Gianni ad ogni tiro faceva centro, e non conveniva affatto averlo come cliente.

Appena fidanzato con una moretta le offrì prova del suo talento portandola di fronte ad uno di quei bersagli che, se colpiti, scattavano un’istantanea: primo colpo, e scattò il flash: i due vennero immortalati in una foto che ne sancì l’unione, e che in effetti dura da più di cinquant’anni.

Poco tempo dopo Gianni partì per una spedizione di caccia dalle parti di Ferruzzano. Insieme al padre, con il treno, i fucili a spalla, partenza all’alba e arrivo in prima mattinata in quelle lande calabresi ancora selvagge e ricche di prede.

La giornata primaverile era splendida. I due risalirono una piccola valle alberata, piazzandosi alla sommità di una collinetta dalla quale si dominava tutto il paesaggio intorno, e si fermarono in attesa scambiando qualche parola. Gianni caricò il suo fucile, levò la sicura e si piazzò a fissare il cielo in attesa.

Pochi minuti dopo si levò da poco distante il canto di uccello. Era una musica fischiettata che conteneva Mozart, Bach e Beethoven. Era un’armonia di note, un levare l’anima al cielo, un suono ancestrale conciliante la vita e il mondo. Un suono flautato e allegro, gioviale e galvanizzante. Era una canzone che rendeva omaggio alla vita e all’universo, un cantico dei cantici senza parole ma così denso di significati da essere struggente. Era la rivelazione della bellezza, il ringraziamento supremo, la natura dolce e tenera.

Gianni si guardò attorno. Persino il paesaggio, con quella colonna sonora, aveva mutato aspetto. Era più tenue, i colori più precisi e definitivi, l’odore forte della campagna era diventato un profumo soave, il viso di suo padre sembrava ancora più amorevole. Il giovane sorrise e provò quella meravigliosa sensazione di sentirsi vivo e presente al mondo. L’artista era un Merlo Blu, raro, posato quasi in cima ad un albero distante un centinaio di metri.

Senza sapere perché, Gianni prese la mira lentamente. Lo distingueva, il canterino allegro. Lo sparo rimbombò sinistro per tutta la vallata. Un istante. L’odore della polvere da sparo. La nuvoletta di fumo bianco. Colpito.

Il paradiso in terra terminò di colpo. Tutto attorno sembrò andare in frantumi. Il silenzio divenne subito assordante. Un silenzio insopportabile. Gianni si pentì quasi immediatamente. Il miracolo era finito, per causa sua. Il mondo tornò normale, svanì ogni senso di appartenenza. Fu come ritrovarsi disperatamente soli in fondo a un pozzo. Avrebbe voluto rianimarlo, avrebbe voluto non premere mai il grilletto, avrebbe voluto non cedere mai al suo istinto predatore.

Tutto era finito. Il canto flautato e la divinità della natura. Era tutto trasformato, il merlo in un mucchio di piume insanguinate, il paesaggio attorno, suo padre. Era cambiato lui. Comprese come in un lampo il mistero del paradiso perduto. Comprese la morte e il suo silenzio atroce. Comprese la vendetta beffarda della vita che sfugge e non lascia altro che ricordi. Il silenzio sovrastò sentimenti e pensieri.

Il fatto cambiò Gianni. Gli passò ogni velleità di cacciatore. Guardò il fucile con disprezzo. Per anni non si perdonò la sua giovanile esuberanza. Rimase per sempre nella sua memoria qual canto levato al cielo, quel ringraziamento alla vita, e quella sua follia tutta umana di voler possedere a tutti i costi il mistero di tanta bellezza. Ma la bellezza non può mai essere posseduta. Può solo essere ammirata.

Il silenzio di quella valle fu lezione di vita. La morte è maestra di vita, è silenzio grave, e non è mai innocente. La vita scorre, e quando passa, passa per sempre.

Da qual giorno Gianni non andò mai più a caccia.