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CALABRIA e SUD. Il peso di una rappresentazione sbagliata. DANIELE

CALABRIA e SUD. Il peso di una rappresentazione sbagliata. DANIELE

 prgddi VITTORIO DANIELE* - A lungo si è creduto che

le differenze economiche e sociali tra Nord e Sud fossero, fondamentalmente, dovute a ragioni antropologiche. «Il fatto è constatato, è non v’è più dubbio che una differenza grande trovasi fra la società delle popolazioni dell’Italia settentrionale e la società delle meridionali, comprese le isole». Così Giuseppe Sergi, antropologo, argomentando che era una differenza di stirpe, di razza, a conferire agli italiani del Nord e a quelli del Sud caratteri diversi. Nervosi, dall’io eccitabile e irrequieto e, perciò, deboli di volontà e propensi all’individualismo, ma anche al delitto e all’omicidio, gli italiani del Sud; di tenace e pazientissima attenzione e, di conseguenza, disciplinati e adatti all’opera collettiva, economica e politica, quelli del Nord. Così Alfredo Niceforo, anche lui antropologo, prima di concludere che la psicologia dell’uomo del Nord era più adatta, che non il carattere del Sud, al progresso sociale e alla creazione della moderna civiltà. Si era nell’Ottocento. Contro quel «romanzo antropologico» meridionalisti come Ciccotti, Salvemini, Colajanni scrissero pagine illuminanti: «Nego assolutamente – scrisse Salvemini − che il carattere dei meridionali, diverso da quello dei settentrionali, abbia alcuna parte nella diversità di sviluppo dei due paesi».

L’idea che non una, bensì due Italie, con due popolazioni diverse, con culture radicalmente differenti, convivessero, l’una accanto all’altra, senza mai costituire un’unica nazione, ha resistito a lungo. Nel 1951, Friedrich Vöchting indicava nel carattere della «razza mediterranea», diffusa al Sud, una delle cause della questione meridionale. Un’idea che riaffiora ancora oggi, rivestita dai paludamenti della psicologia evoluzionistica, nei lavori di studiosi come Richard Lynn o Donald Templer, che, sulla rivista internazionale Intelligence, scrivono che è un tratto biologico, genetico, un difetto d’intelligenza a spiegare il ritardo economico del Mezzogiorno. Fin qui il «razzismo».

Più comuni, politically correct e ampiamente accettate, le argomentazioni secondo le quali il ritardo del Sud dipende da un qualche aspetto legato alla cultura, al comportamento dei meridionali: individualismo diffidente, familismo amorale, carenza di senso civico, sfiducia diffusa. È una differenza culturale e sociale, si sostiene, retaggio della storia, di dominazioni passate, lascito di Arabi o Normanni, di Spagnoli o Borbone, la radice profonda dei mali del Sud. Anche in questa prospettiva - che potremmo definire «culturalismo» - il ritardo del Sud non dipende da fatti, cioè da ragioni economiche, concrete vicende storiche o politiche, ma da tratti, caratteri della popolazione meridionale.

Può capitare che spiegazioni originariamente complesse si trasformino in generalizzazioni. E le generalizzazioni, si sa, possono essere fuorvianti. In un manuale scolastico, per esempio, si legge che la questione meridionale differisce dai casi di squilibrio presenti in altri paesi «perché sul tronco di una differenza di sviluppo economico hanno preso forma un’organizzazione sociale e un’identità civile profondamente diverse da quelle delle regioni centrosettentrionali. Esse sono dominate da un individualismo diffidente, nel quale gli interessi della famiglia o del clan si antepongono, e inevitabilmente si contrappongono, a quelli dello stato e della collettività nazionale; su questo sottofondo pesano gli intrecci clientelari e la pervasività della violenza come pratica diffusa e sostanzialmente accettata per la risoluzione dei conflitti, sul cui tronco sono sorte associazioni criminali di dimensioni gigantesche». Il libro di cui si parla è la «La discussione storica 3. Il Novecento», in commercio da qualche anno ma, nei giorni scorsi, al centro di una polemica, dopo che una studentessa napoletana ha sollevato il caso.

Si capisce, un manuale scolastico è, necessariamente, un’opera di sintesi e singoli brani non ne inficiano la validità. Ma viene spontaneo chiedersi quali siano, concretamente, «l’organizzazione sociale» e «l’identità civile» che renderebbero così profondamente diverso il Mezzogiorno dal resto del paese; se davvero «l’individualismo diffidente» sia la cifra dominante del carattere degli italiani del Sud. Certo, nel Mezzogiorno, esistono organizzazioni criminali storicamente radicate, malaffare e corruzione. Mali che, purtroppo, affliggono l’intero paese e che maggiormente allignano dove specifiche realtà economiche, sociali e anche culturali ne costituiscono l’humus. Ma si può, ragionevolmente, affermare che la violenza abbia rappresentato o rappresenti nel Sud una «pratica diffusa e sostanzialmente accettata»? Sostanzialmente accettata da chi, da quanti meridionali? Potrebbe sembrare che il Mezzogiorno si trovi nello stato di natura descritto da Hobbes, in cui l’uomo è lupo per l’altro uomo. Quale Mezzogiorno si descrive? Non quello, pur contraddittorio, che conosce chi ci vive, chi lo visita per vacanza o lo frequenta per lavoro. Non quello delle fabbriche, degli uffici, degli asili, delle università, degli oratori, delle associazioni, del volontariato. Non il Mezzogiorno delle scuole, in cui studenti siciliani o campani, per nulla diversi dai loro coetanei piemontesi o friulani, leggono quelle pagine.

È innegabile: nel Mezzogiorno esistono tanti, e gravi, problemi sociali, ma generalizzazioni e categorie tanto evocative quanto discutibili, come quella del familismo amorale e dell’individualismo diffidente, non aiutano a comprenderli. È difficile pensare che esista un ethos meridionale che spieghi il divario rispetto al resto del paese.

Si può concordare che c’è qualcosa che rende unica, specifica la questione meridionale, rispetto ai casi di squilibrio economico presenti in altri paesi. Ma non si tratta certo di una supposta, ineffabile, peculiare identità sociale, culturale dei meridionali. A rendere unica la questione meridionale è, innanzitutto, la rappresentazione che ne è stata fatta e che, spesso, continua a farsi. Una rappresentazione, appunto. Che è cosa diversa dalla descrizione dei fatti.

*UniCz