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IL LIBRO. Anche se tutti, io no: lo sguardo su Reggio di p. Ladiana, il gesuita dei sud del mondo

IL LIBRO. Anche se tutti, io no: lo sguardo su Reggio di p. Ladiana, il gesuita dei sud del mondo

pdrl      di IDA NUCERA   -

La Compagnia di Gesù ha sempre avuto a cuore la città di Reggio, ancora di più oggi, “come luogo in cui vivere la missione d’annuncio del Vangelo e dell’impegno per la giustizia, coinvolgendoci con i laici…come una frontiera, un incrocio in cui è possibile osservare le radici del guasto della crisi contemporanea…luogo in cui le sfide sono visibili, anche perché violente”. Da qui il tentativo di risposte ad una chiamata all’assunzione di responsabilità della Coscienza e alla scelta di stili di vita diversi. Nel libro “Anche se tutti, io no. La Chiesa e l’impegno per la giustizia, edito da Laterza, padre Giovanni Ladiana, superiore dei Gesuiti a Reggio dal 2004, assistente della Comunità di Vita Cristiana e tra gli animatori del movimento Reggio Non Tace, affronta la complessa situazione della nostra città vista, nel contesto più ampio di una esperienza sacerdotale dal respiro esteso e profondo, in cui viene coniugata la “passione con la pazienza”.

Dieci anni in città sono un tempo forte, conferma della presenza di radici importanti. Atipico, per i gesuiti che, da religiosi, non stanno mai troppo fermi in un luogo, a meno che non ci siano particolari ragioni, riconosciute dai superiori, a giustificare la conferma di una mission. Una riflessione non scontata, occasione per riflettere, provando l’emozione e lo stupore che suscita ogni volta una scrittura che è staccarsi dalla propria carne per consegnarsi. “Il Padre Provinciale mi suggerì, racconta p. Giovanni, che anche così potevo offrire la mia vita”. Offrirsi attraverso la memoria vivissima di avvenimenti, attraverso il volto di persone conosciute direttamente o indirettamente, capovolgendo la deriva antropologica odierna, quella che ci fa “vivere una socialità senza volti”. Ogni luogo, sia che si tratti di Scampia, dell’Irpinia, di Librino, oppure di Guadalajara, si incardina in un “arcobaleno” di relazioni che segnano nel profondo quel tratto di strada percorso, lasciano un segno indelebile, sia che si tratti dei baci di un barbone, dell’uomo che si consuma sulla croce dell’AIDS, del sogno di una bimba che fa spuntare un ramoscello d’olivo dal cemento, di piccole grandi donne conosciute durante il loro calvario per il tumore. Che hanno insegnato a Giovanni come si possa sorridere alla vita e agli altri, anche quando questa sembra sfuggirti di mano.

Stupore perché scopri, pur sapendolo, che il libro, raccontando la durezza di un tempo che sembra non avere mai fine, racconta il nostro tempo qui a Reggio, la nostra storia degli ultimi anni. Ci siamo dentro tutti, nella città addormentata, il volto girato dall’altra parte per non vedere il marcio della ‘ndrangheta che avvelena l’ambiente e la politica, per poterci fare affari, o solo per non sporcarsi e vivere “tranquilli”, non compiere quel passo così difficile e determinante nel fare emergere la Coscienza come bussola fondante del cammino umano.

Quattro sono le parti che compongono il libro, avvolte da una cornice particolare, il prologo dal titolo “Con i piedi nel cielo”, che dà l’idea di   come lo sguardo dell’autore si posi sulla realtà. L’appendice rivela il grande amore dell’autore per la favola, non intesa come racconto destinato a bambini o a persone che preferiscono evadere dal reale, piuttosto come modalità personale, corroborata da viva immaginazione, sostenuta dalla “contemplazione visiva” degli esercizi ignaziani, che per un gesuita sono l’ossatura di cui è impregnata la formazione e la vita stessa. La favola per raccontare a Dio gli incontri avvenuti, rivestiti dei colori e delle note della dimensione simbolica.

La lettura, come uno zoom che piano si dilata, ha inizio dal particolare della città reggina, in un intrecciarsi temporale, che si schiude tra Napoli, Catania, la parentesi fiorentina e quella canadese. Ma è il Sud del mondo, quelle periferie geografico - esistenziali, Messico incluso, il luogo d’elezione in cui padre Giovanni è chiamato a svolgere la sua missione apostolica. L’inquadratura si amplia, mano a mano, che le tappe del cammino procedono, toccando “incroci” dove gli incontri con uomini e donne sofferenti, - e pare davvero di vederli - sono opportunità per nascere ancora e ancora una volta e trasformare “il prete-uomo in uomo –prete”. L’attenzione, poi è volta alla profonda appartenenza all’ordine religioso fondato da Ignazio di Loyola, in “buona Compagnia” di papa Francesco, del generale p. Nicolas, del cardinale Martini e di p.Pedro Arrupe, generale amato e indimenticato.  

Le parole del titolo che, “occorre pronunciare con pudore”, si riferiscono ad una frase del gesuita Alfred Delf, morto in campo di concentramento per la sua opposizione non violenta al nazismo. Testimonianza luminosa che, per padre Giovanni, è eredità, insieme a quella lasciata da p.Puglisi, don Diana, don Italo Calabrò, fondamentale per svegliare le coscienze alla fiducia che un altro modo di essere uomini è possibile, anche in terra di ‘ndrangheta. “Non si lotta contro perché si vince, lo si fa perché si deve”.

“Etsi omnes ego non” sono le parole pronunciate durante l’ultima Cena, da Pietro a Gesù, segno di contraddizione per tutti, quando le cose si mettono male e la paura ti porta a girare la faccia da un’altra parte, a rinnegare, chi avevi promesso di non lasciare da solo. Si impara da Gesù, dice p.Giovanni,“dall’inutilità del suo consegnarsi in cibo a dodici amici pronti a voltargli le spalle”, facendoci entrare nelle pieghe più nascoste, dove alberga la paura per le minacce e le intimidazioni. Quando si dà “la comunione a chi dovrebbe esserti vicino e, pur sapendoti minacciato, finge di non capire…”. Dall’agosto del 2012 un uomo appartenente ad una famiglia di ‘ndrangheta, si presenta puntualmente alla messa domenicale, fino a che, d’un tratto, quel nodo di tensione, si scioglie, intuendo che “Il problema non era fuori ma dentro di me,” e dall’altare si rivolge proprio a quell’uomo.

Esperienza personale, dono per tutti, espressa con efficacia dal pagliaccio muto che vuole di “resistere” ai pugni del “picciotto” che tenta di provocarlo, mentre i bambini gli giocano attorno, fintantoché quel “resisti a denti stretti” al dolore e al bisogno di reagire, non si trasforma in “Ri-esisti!”, resa al “nome di ciò che mi fa sentire tanto vivo da farmi capace di trasmettere vita…. Anche se in questo momento volessero ucciderti, non riuscirebbero a toglierti altro che pochi momenti di tempo; non possono toglierti ciò che ti fa –vita- la vita”.