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IL MARE DENTRO T. CALABRÒ

IL MARE DENTRO T. CALABRÒ

Il mare dentrodi TIZIANA CALABRÒ - Lei la mattina

va verso il mare che tocca la sua città, come un amante a volte timido, a volte ardito e passionale, a volte rabbioso. Fa sempre la stessa strada, percorre le stesse vie che scendono giù. La sua fedele processione solitaria e geometrica. Poi arriva su una terrazza che è di tutti e sembra non finire mai, e si chiama Lungomare Falcomatà. E’ un balcone aperto di una reggia, sospesa tra il cielo e le nuvole, che guarda tutta quell’acqua in movimento e lontano dall’altra parte del mare, l’isola con la sua fila di montagne viola e bitorzolute. Arriva lì in quello spazio arioso, dentro un tempo di quaranta minuti di movimento a passo veloce, prima di cominciare a incastrare le sue tante vite da tenere compatte.

E mentre cammina con la musica nelle orecchie, guarda. Guarda tutto quello che le si muove intorno. Guarda i gabbiani sospesi sopra la sua testa, con il becco aperto, tonti e felici. Guarda le nuvole che si spostano rimbalzando, guarda gli alberi giganti, con le foglie grandi e dure, con le radici che serpeggiano attorno alla terra, come danzatrici del ventre vigorose e forti. Guarda le signore che corrono composte, con il rossetto sulle labbra e forse la borsetta nascosta. Sorride a un signore, sempre lo stesso, che ricambia gentile e chissà, prima o poi glielo dirà che ha lo stesso sorriso di suo fratello, del sindaco della sua città sbilenca, quello amato che non c’è più. Ormai da molto tempo.

Poi scende da quella terrazza lunga lunga, per avvicinarsi ancora di più al mare, che se vuole lo può toccare e se spegne la musica nelle orecchie, sentire.

Lì vede i ragazzini che a scuola non ci sono andati e ciondolano con un sorriso imbarazzato alcuni, mentre gli altri, i più sgamati, si muovono spavaldi. Guarda gli innamorati giovanissimi, che il mare non può nascondere i loro baci e gli abbracci scambiati tra il rumore dell’acqua e la sabbia. Guarda i vecchi con la canna da pesca, che chissà se lo prendono qualche pesce o sono semplicemente lì ad aspettare che il mare restituisca loro qualche ricordo. A volte guarda la gente e costruisce storie nella testa, perché… boh, non lo sa perché. Come per quell’uomo e quella donna seduti sulle scalinate dell’Arena dove in estate fanno gli spettacoli. Lei che parlava parlava e si toccava i capelli neri e ricci e lui annuiva con la sua faccia bianca, ma si capiva che non sentiva le parole. Ché la guardava confuso negli occhi e forse neanche lei non capiva i suoni che dalla sua bocca si poggiavano sulla bocca di lui.
E a volte anche incontra. Come la sua amica che fa le polpette di melenzane più buone dell’universo. E si sono abbracciate, perché è bello incontrarsi in posti con il mare accanto, che non te lo aspetti.

E poi a un certo punto il mare deve finire e lei tornare, per azionare la macchina di sofisticata ingegneria che è la quotidianità. E insomma, si deve proprio allontanare da quel posto odoroso. Ma tanto il mare lo sa, che dentro di lei c’è già la nostalgia. Lo sa che da lui, presto, ritorna.