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LA PAROLA LA STORIA. I Papatòrnu e don Santo l’ergastolano. TRIPODI

LA PAROLA LA STORIA. I Papatòrnu e don Santo l’ergastolano. TRIPODI

chcc     di GIUSEPPE TRIPODI -

Papatòrnu, chiocciola di terra; nell’area grecanica c’è Buc-al-àci, tema greco (bous,bue, scivolato semanticamente verso il derivato Boukòlos, letteralmente il guardiano dei buoi, che però qui mantiene il significato originario) come pure la desinenza (-aki che serve per formare il diminutivo sia di nomi propri (Ciauleddhaci il piccolo dei Ciaula, Tripodaci il piccolo dei Tripodi, Ninàci , Ninareddhu) che dei nomi comuni (Angon- àci- mu, me niputèddhu).

Bucalàci sta dunque per piccolo bue, per via delle corna che nella chiocciola sono notoriamente retrattili.

Per papatòrnu l’etimologia è difficile, salvo per il –tornu che rimanda al guscio (coclea) che è a “tornanti”, precisamente una spirale equiangola o aurea la cui “struttura interna si sviluppa aggiungendo settori di dimensioni sempre maggiori che ogni volta conservano la forma originaria” (F. Corbalan, La sezione aurea, Milano, 2015, p. 135).

La forma della chiocciola, proprio per la sua simmetricità, è stata ed è applicata nelle costruzioni; un rilevante esempio si trova nel castello di S. Agata Militello nei cui sotterranei c’era il carcere, a forma appunto di chiocciola rovesciata, in cui furono rinchiusi nel maggio 1860 i braccianti di Alcalà Li Fusi che si erano ribellati contro la borghesia locale che aveva accolto i piemontesi per salvare i propri averi e la propria egemonia politica.

Ne parla ampiamente Vincenzo Consolo (Il sorriso dell’ignoto marinaio, Torino, Einaudi, 1976, ora nel ‘meridiano’ Mondadori, Consolo, L’opera completa, Milano, 2015, pp. 125-258) che immagina la trascrizione dei graffiti dei carcerati che, a intervalli regolari, occupano i muri dell’infernale percorso “procedendo dal punto interno terminale (infinitesimo in astratto, come infinite sono le làstime i dolori pene lacrime terrori tossici disperazioni … della gente che qui parla) verso l’esterno … leggiamo questa chiocciola” (p. 238),

In Calabria ci sono papatòrni dal guscio rosso o striato (gli Arion rufus dei trattati di malacologia) che nelle lunghe estati mediterranee sono astretti dalla calura, cui per pigrizia non hanno trovato adeguato riparo, quasi a liofilizzare il loro corpo.

Se sopravvivono ai disastri climatici le chiocciole rufe hanno buone probabilità di diventare integratori proteici a buon mercato non degli uomini, che in Calabria e Sicilia diversamente dal resto della penisola poco apprezzavano la loro carne, ma di maiali e galline oltre della fauna carnivora aspro montana (volpi, ricci e tassi).

I papatòrni buoni sono invece gli Arion ater, dal guscio nero o grigioscuro, che il volgo chiama ‘monachedde’ per via del fatto che quando vanno in letargo chiudono il guscio con una veletta bianco-candida; come le monachelle del convento che, anch’esse e di solito, vanno in giro vestite di nero e con il bavaglino bianco. Nella Sardegna logudorese il nome è identico, ‘monzette’, monachelle appunto.

Le monachedde, appena sentono diradarsi le piogge, cercano i luoghi più freschi e ombreggiati (dietro un masso, sotto le radici dei cardoni selvatici, delle macchie di zinnàchu o di ampelodesmo) e, ammollando il terreno con la saliva, vi si interrano in profondità anche di trenta o quaranta centimetri.

La zolla che racchiude la tana viene chiamata anche ‘toppa’ e ‘topparelli’ vengono chiamate le chiocciole atre dai messinesi che, grandi consumatori, le cuociono alla ghiotta, con pomodoro, basilico, aglio e prezzemolo, olive e capperi.

In estate il corpo del papatorno non si assottiglia come quello degli Arion Rufus ma rimane bello polposo. Man mano che passa il tempo utilizza le riserve di cibo che aveva ingurgitato per sostenersi e si spurga anche l’apparato digerente e l’intestino. Onde alla raccolta le monachelle si presentano con carni perfette e frollose ancorché iperproteiche e pesantissime a digerirsi. D’estate torme di contadinelli e di ‘papatornàri’ di professione rivoltavano le campagne peggio delle talpe.

L’autore di queste note talvolta accompagnava nella ricerca dei papatòrni un ex ergastolano convertito al comunismo e per lungo tempo segretario di sezione del PCI a san Lorenzo Marina. Don Santo si accaniva contro le piante le cui radici costituivano dispettoso rifugio delle lumache. E, sudato e impolverato, ci parlava incazzato e le minacciava di smantellamento, e le smantellava del tutto per davvero quando vedeva che il raccolto prometteva di non essere gramo.

E se io gli parlavo della patria, si era intorno al 1961 e a scuola ci avevano regalato un libricino antologico di scritti e canzoni risorgimentali che mi aveva molto entusiasmato, lui si adirava e trasferiva verso l’Italia una parte dell’acredine che stava investendo contro le radici della macchia che occultava i suoi target.

<<Perché io ci piscio in culo all’Italia e a Garibaldi che l’ha riunita. Quel figlio di una mignotta! - rispondeva alla mia richiesta di chiarimenti sul perché di quel suo spirito antipatriottico, arrestando la sua foga scassatoria ed asciugandosi la fronte madida di sudore e ricoperta di polvere.

E riprendeva a lavorare, tacendo e ornando il suo volto da pugile con un cipiglio che non concedeva repliche all’improvvido postulante.