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IL DIBATTITO. Ma l'anima reggina è uno stereotipo

IL DIBATTITO. Ma l'anima reggina è uno stereotipo

 etna

di MARIA FRANCO -

Provo un certo senso di difficoltà ogni volta che leggo un pezzo sull’anima dei reggini e/o dei calabresi. Non mi riferisco all’articolo di Trebisonda sull’argomento, ma traggo spunto dalla sua pubblicazione per dire di un mio disagio più generale nei confronti di questo filone narrativo.

Non intendo discutere il valore letterario di simili prove, che, talora, raggiungono un non disprezzabile tasso poetico-lirico, con suggestivi accenti elegiaci e note moraleggianti. E neppure discutere di questa o di quella affermazione, più o meno condivisibile.

È che, secondo me, non esiste l’anima reggina né l’anima napoletana né quella torinese. (Vivendo a Napoli, provo un particolare fastidio per tutti i discorsi sulla “napoletanità”).

Esistono, certo, condizionamenti – e anche tanti e anche forti – dell’ambiente geografico, storico, sociale in cui si vive. Vedere ogni giorno la Sicilia di fronte è diverso che vedere le Alpi o il Colosseo. Far parte della borghesia imprenditoriale del Nord è diverso che far parte dei “comunali” dell’estremo Sud. Parlare, come lingua materna, il dialetto romagnolo è diverso che crescere parlando il barese. E a Palermo sono in pochi che non amano i cannoli e a Napoli è raro che si rifiuti un caffè.

Ma, poi, ognuno, questa geografia, questa storia, se li vive a modo suo. Ovvero è solo in Francesco o in Anna o in Luca che prende vita il respiro di un luogo, di un tempo: e lo prende solo nelle diverse modalità in cui ogni singolo lo vive.

Soltanto una parte di ogni comunità può essere davvero definita all’interno di categorie generali. Narrare tutta la comunità come un unicum consente, sì, di far emergere certe caratteristiche diffuse (magari: ampiamente diffuse), ma ad un prezzo troppo alto: quello di consolidare, di solito, gli aspetti meno positivi, cristallizzando gli stereotipi, come in una sorta di maleficio: così si è, così si sarà, Reggio non ha mai venduto grano, e via seguitando.

Sono reggina. Così dice l’anagrafe e così mi definisco io, se qualcuno mi fa una domanda a proposito. Ma è una definizione che sento molto arronzata. Sono nata in un quartiere periferico di Reggio e la mia Calabria (amatissima) è uno specifico angolo di terra che, di Reggio in quanto tale, comprende quasi solo il Lungomare e i tesori del Museo.

Conosco reggini che amano, tutti, le frittole e, adesso che viene Pasqua, sulle loro tavole metteranno anche i cudduraci, ma ognuno ha le sue idee, il suo modo di guardare la realtà. Se hanno un’anima comune, non la lasciano ingabbiare in categorie, la declinano in modi differenti.

È quella diversità che le fa persone. Reggini, certo, con comuni radici. Abitanti di una città piccola, ma non "provinciali". Cittadini del mondo, europei, italiani, calabresi che hanno avuto in sorte di nascere e vivere in un luogo e in un tempo specifici e di entrambi provano, magari con grandi difficoltà e non pochi limiti, a farsi carico.

 

La foto è di Maria Franco